Maya – Il recupero degli attrezzi da gioco

Hunahpú e Ixbalanqué, per farsi benvolere dalla nonna e dalla mamma, si misero al lavoro, e per prima cosa lavorarono il campo di mais.
La nonna era ancora sospettosa, perciò i due ragazzi la rassicuravano: «Nonna – le dicevano. – Non ti crucciare, siamo qui noi, i tuoi nipoti, venuti a prendere il posto dei nostri fratelli».
Presero le scuri, le vanghe e le zappe di legno, e si misero in cammino, portando in spalla la loro cerbottana. Mentre andavano via, chiesero alla nonna che a mezzogiorno portasse loro da mangiare.
«Va bene – disse la nonna, – verrò».

Maya-pilastroQuando giunsero nel campo, ficcarono la vanga nel terreno, e la vanga fece il lavoro da sola. Misero la scure nei tronchi degli alberi e nei rami, e al primo colpo di scure alberi e rami caddero all’istante. La vanga scavò per un lungo tratto, estirpò cardi e rovi, ripulì bosco e sottobosco.
Ammaestrata una tortora, Hunahpú e Ixbalanqué la fecero salire in cima a un grande albero e le dissero: «Sta’ a guardare se viene la nonna a portarci da mangiare, e appena la vedi comincia a cantare, così noi prenderemo la vanga e la scure».

Per passare il tempo, si misero a cacciare gli uccelli con le cerbottane.
Dopo un po’ la tortora cantò, ed essi corsero a prendere la vanga e la scure. Si coprirono a bella posta la testa e le mani di terra, s’imbrattarono il viso, in modo da sembrare contadini al lavoro. Si sparsero il capo di trucioli di legno, come se avessero realmente tagliato gli alberi.
Così li vide la nonna. Mangiarono subito, ma non avendo lavorato veramente la terra, ebbero il pasto di mezzogiorno senza meritarselo. Dopo pranzo, fecero ritorno a casa e si finsero stanchi.

Il giorno dopo tornarono nel campo, ma ebbero una brutta sorpresa: gli alberi erano di nuovo in piedi, i rovi e i cardi avevano di nuovo sepolto il terreno dissodato.
«Chi ci ha giocato questo brutto tiro?», si chiesero, ma non seppero darsi una risposta. Dovettero di nuovo preparare il campo, ma stavolta decisero di restare a sorvegliarlo: «Dobbiamo scoprire – si dissero – chi è venuto a farci tanto danno».

Ed ecco, a mezzanotte, tutti gli animali si riunirono e, insieme, ciascuno nel proprio linguaggio, pronunciarono l’incantesimo: «Sollevatevi, alberi! Sollevatevi, arbusti!».
Apparvero per primi il puma e il giaguaro. Hunahpú e Ixbalanqué tentarono di afferrarli, ma quelli non si fecero prendere. Poi vennero il cervo e il coniglio, ma le sole parti del loro corpo che i due fratelli poterono acciuffare furono le code, che rimasero nelle loro mani. Questa è la ragione per cui cervo e coniglio hanno le code corte.

Né il gatto selvatico né il coyote né il pecari né il procione caddero nelle loro mani. Tutti gli animali passarono davanti a Hunahpú e Ixbalanqué, i quali erano furiosi perché non riuscivano a prenderli.
Da ultimo venne, saltellando, il topo. Essi l’afferrarono e l’avvolsero in un panno, cercando di soffocarlo. Ne bruciarono la coda sul fuoco, e per questa ragione la coda del topo non ha peli. Infine, cercarono di accecarlo.

Allora il topo disse: «Io non debbo morire nelle vostre mani e non è vostro compito coltivare il granturco. Lasciatemi respirare, e vi dirò una cosa molto importante. Ma prima, datemi qualcosa da mangiare».
«Prima parla, e dopo ti daremo da mangiare», risposero Hunahpú e Ixbalanqué.
«E va bene – disse rassegnato il topo. – Dovete sapere che i vostri genitori, quando andarono a morire a Xibalbá, non portarono con sé gli attrezzi con cui giocavano a palla, ma li lasciarono appesi al tetto della casa. L’anello, i guanti e la palla stanno ancora là. Solo che vostra nonna non ve li vuole mostrare, perché a causa loro i vostri genitori morirono».

Poiché il topo aveva rivelato il segreto, Hunahpú e Ixbalanqué gli diedero il permesso di mangiare il mais, i semi di chili, i fagioli e il cacao che avessero trovato in casa della nonna.
«D’accordo – disse il topo – ma se incontro vostra nonna, che dirò?».
«Tu non ti preoccupare, ci saremo noi e sapremo cosa dirle – risposero Hunahpú e Ixbalanqué. – Noi andremo all’angolo della casa, tu invece mostraci dove sono gli attrezzi da gioco».

Ciò deciso, andarono alla casa della nonna. Per nascondere il topo, se lo misero in tasca. Uno di essi andò dritto in casa, mentre l’altro andava all’angolo e faceva arrampicare il topo sul tetto.
La nonna aveva apparecchiato la tavola, ma per ingannarla Hunahpú e Ixbalanqué finsero di aver sete e la pregarono di andare al fiume a prendere dell’acqua. Essi intanto cominciarono a mangiare, ma non avevano veramente fame; era solo un trucco.
Nel loro piatto di salsa di chili essi videro riflesso il topo che andava rapidamente verso la palla appesa al tetto. Allora mandarono la zanzara al fiume, affinché pungesse il fondo del vaso della nonna, di modo che questa non potesse mai riempirlo.
«Che ne è della nonna? Stiamo morendo di sete, e quella non torna! Mamma – dissero – vacci tu al fiume a prenderci l’acqua!».

Maya-pittore
Hunahpú «tura» il vaso della Nonna

E così allontanarono pure la Mamma. Allora il topo andò a tagliare la corda che teneva la palla e questa cadde dal soffitto, con l’anello e gli schinieri. I giovani raccolsero gli attrezzi e corsero svelti a nasconderli sulla strada che portava al cortile delle palle.
Poi andarono al fiume, a raggiungere la nonna e la mamma, che erano intente a cercare di turare il buco del vaso.
«Che state facendo?», domandarono.
«Guardate il buco del vaso! non riesco a chiuderlo», disse la nonna.
Ma subito essi lo chiusero e tornarono tutti insieme a casa.
Così furono ritrovati gli attrezzi per giocare a palla.