La «vera vita» è l’insonnia di un uomo

Scena. La cella di una prigione, o forse di un monastero trappista. È notte – e lui (il prigioniero? il monaco?) non sa darsi pace, chissà da quando soffre d’insonnia. Si gira e rigira nel letto, ma niente da fare! Una notte così è lunga, e non passa mai.

Gli impedisce di alzarsi una certa pesantezza, la sensazione di essere al sicuro per qualsiasi evenienza, il presentimento di un luogo di riposo che è pronto per lui e che solo a lui appartiene; gli impedisce di giacere tranquillo una inquietudine che lo sprona via dal giaciglio, la coscienza, il cuore che batte senza fine, il terrore della morte e il desiderio di confutarla: tutto ciò non lo lascia giacere in pace, ed ecco che egli torna a levarsi. Questo su e giù e alcune osservazioni casuali, fugaci, secondarie da lui fatte in questo continuo movimento costituiscono la sua vita.
(Kafka, Paralipomeni della serie «Egli»)

Scena. Prova ora a immaginare un suo compagno di cella – uno a cui Egli, il santo monaco prigioniero della sua solitudine, ha confidato le pene che lo tormentano. E quello prova a modo suo a consolarlo.

La tua rappresentazione è sconsolata, ma solo per l’analisi di cui mostra l’errore fondamentale. È vero, infatti, che l’uomo si alza, ricade, si rialza e così via, ma al tempo stesso e con molta maggior verità non è vero affatto; l’uomo è un tutt’unico, nel suo volo c’è dunque anche il riposo, nel suo riposo c’è anche il volo, e le due cose si uniscono in ciascuno, e l’unione è in ciascuno, e l’unione dell’unione è in ciascuno e così via, fino – ecco – fino alla vera vita, e qui va detto che questa rappresentazione è altrettanto falsa e forse ancora più fallace della tua. Da queste regioni non c’è nessuna via che porti alla vita, mentre invece dev’essere esistita una via che dalla vita porti quaggiù – tanto, dunque, ci siamo smarriti.
(ibidem)

**

Dalla vita una via ci ha portati quaggiù. Noi, dicevano i buoni «selvaggi» di una volta, noi siamo «Persone di Quaggiù». Dalla Vita, ci ritroviamo ad aver imboccato la via che porta quaggiù. Deve essere successo qualcosa. Di sicuro è successo che siamo nati il giorno in cui siamo usciti dalla Vita. È un bel tormento, non c’è che dire. Un arrovellarsi nella gelida fornace di un’insonnia impotente a darsi pace. E si fa presto a capire perché.
Perché da quaggiù alla vita non c’è una via del ritorno. Non si torna indietro! È il senso unico del tempo che ce l’impedisce! Ce l’impedisce, e qui comincia il tormento, senza però assolverci dai ricordi e dagli anacronismi.

Fino a questo punto ci siamo smarriti – che non riconosciamo più nei ricordi i colpevoli del nostro smarrimento. Cosa sono i ricordi, se non le tracce che poco a poco ci hanno guidato alla dimenticanza della vera vita, al posto della quale – nel cui trono vacante – hanno tracciato e continuano a tracciarci la via in cui ci ostiniamo a smarrirci?
Siamo qui, «quaggiù», presi nella trappola delle nostre proprie tracce. Siamo prigionieri del legame indissolubile che ci vincola e ci assoggetta a ciò che diciamo d’essere stati. A ciò che ci diciamo tante volte, finché reciprocamente non ce ne convinciamo: è così, e c’è poco da fare. Caduti o non caduti, rialzati o arrancati, tutti d’un pezzo o sciancati, siamo tutti stregati dalla nostra propria «storia», dalla costanza delle sue metamorfosi e dal segreto pulsare, in ciascuna di esse, di uno «stesso» che tale rimane, benché sempre variabile, sempre in movimento. Siamo internati ciascuno nel suo «stesso» io. Esclusi dalla vita, in quanto inclusi nel Racconto che ce la racconta. Esclusi dal sapere, in quanto inclusi nel Libro onnisciente.
Siamo in una cella, in una tana, in una fortezza – inespugnabile, come dice Kafka? o c’è da qualche parte ancora un lembo di racconto napoletano, un frammento comico, uno straccio spiritoso con cui espugnare il «tragico» mitteleuropeo?

Nel «su e giù», nell’«avanti e indietro», dal supino all’eretto e viceversa, Egli si trova a fare «osservazioni casuali fugaci secondarie»: sono le sole tracce che gli restano, tutto ciò che della vita gli rimane, una volta passata al setaccio della sua insonnia?
La vita, bisogna agitarla – per vederla? Ma quella che si vede, una volta mossa e commossa, non è mai la vita. La vita rimane sempre una «cosa in sé». Chiusa nel suo impenetrabile mistero. Quella che si vede, è la vendetta che la Vita si prende su chi l’ha destata dal Sonno Millenario.
Quella che si vede è la via che dalla vita sempre più ci allontana.
Quelli che dicono, e a volte sinceramente giurano, di camminarci sopra, sono gli smarriti più autentici. Di tutti quelli che si vantano di essere vivi, i soli che hanno diritto a farlo sono i nostri orologi. Ripetono ogni giorno le stesse ore, gli stessi minuti. Sempre lo stesso copione. Una cella, un prigioniero e il suo solo compagno reale: il Tempo.

orologio-cipolla

Il Tempo che c’interroga, o forse, chi lo può dire?, il Tempo che tramite noi s’interroga, e non trova mai subito una risposta alle sue domande. Il Tempo ha bisogno di tempo per capire cosa gli succede. Perché ciò che succede al Tempo, non è mai la stessa cosa. In ogni vivente, e perfino nei morti, il Tempo prende ogni volta una piega diversa. Il Tempo è lo Stesso, perciò le sue pieghe, variando, il Tempo non se le spiega mai.
Non sul momento.

Al Tempo bisogna dare il tempo che ciascuna piega richiede per abbozzare una sua minima spiegazione. Bisogna dunque lasciarlo passare per tutte, e dico proprio tutte, le «osservazioni» casuali fugaci secondarie irrilevanti minime fino alla più pura nuda e cruda beanza, fino alla goduria estrema dell’insignificanza? è proprio così che ci conviene fare, come ci istigano a cogitare i manuali del pensare e del pittare dada? o c’è anche un dialetto, dico una Langue nella Langue di de Saussure, capace di stare al gioco, malgrado il pensare e perfino il poetare mitteleuropeo, il Gioco della Parola, continuino a prenderlo sul serio?

Se siamo Persone di Quaggiù, vuol dire che noi siamo i piedi del Tempo. Non abbiamo più dignità di un callo, infinitamente meno di quella che Persefone riserva ai suoi cani. E allora perché tormentarci, notte e giorno, con quello che, tutto sommato, è solo uno scioglilingua, al massimo un diverbio tra l’alluce e la sua unghia? Il Tempo non ha mai il tempo di incarnarsi, che ci vuoi fare? Il Tempo è la «realtà vivente». Solo il Tempo è, dice Omar Khayyâm. Perché ciò che oggi è polvere di notti insonni, domani non potrebbe essere la stella che guidò i Re Magi alla capanna?

orologio-cucuDov’è il «nodo» che strangola il cogitare mitteleuropeo? questa è una domanda napoletana! ci sarebbe, è vero, il gesto di Alessandro che i nodi li taglia netti con la spada della divisione: o della demoltiplicazione, come dicono alla Sorbona. Ma c’è in primis che Alessandro è bicorne, e in secundis che il suo fare violento, per quanto sbrigativo, è un po’ troppo macedone per il laissez-faire napoletano. E poi c’è che non lascia mai resti, e se e quando li lascia, ordina a qualcuno di spazzarli via. I resti non si devono vedere. Si vede solo, domandalo a Nietzsche, solo si vede la Grande Separazione. Solo la Ferita che «brucia». E chiede vendetta.

I resti macedoni, i resti attici, i resti della Grecia greca, si vedono eccome! Sparsi nelle lingue di mezza Europa, si promettono a una Futura Alleanza, nel nome del Racconto Serio, nell’attesa del Compimento Tragico: come fai a non sentire che si sono già votati al Martirio dell’Eroe? Nel frattempo, qualche milione di morti, così giusto per un assaggio dell’Ultima Scena, del Gran Giudizio Universale.

Dico: la «tragedia» non l’hanno inventata i Greci di Grecia? E che c’entra Napoli, cosa c’entra la Grecia napoletana, la Grecia della Magna Grecia, la Grecia di Pitagora e di Parmenide, la Grecia della Sibilla e dei Fescennini, la Grecia dei Sofisti e delle Maschere dell’Atellana, dico io, che c’entra con tutto questo millenario «darsi tante arie»? Con questo darsi addirittura un «mondo delle idee», una Vita Eterna da cui si è caduti, un’Immortalità che si è perduta? Che c’entra la pazziella del Teatro Napoletano con questo andare a mettere «astrazioni posticce» al posto delle Persone delle antiche messinscene? al posto dei Personaggi in cui il Tempo per un momento sembra fermarsi, come per tirare il fiato?

Amleto la fa tragica. Nietzsche la fa tragica. La Langue Occidentale la fa sempre più tragica. Da tempo si cura di spazzare via tutti i resti «comici», i vuoti «spiritosi», le cuciture inspiegabili tra Lassù e Quaggiù, tra Eterno Ritorno e Andata all’inferno, che nessuno arriverà mai a colmare.
Perché, intanto, il Tempo è andato avanti. S’è fatta una risata, ed è andato avanti come se niente fosse. I suoi orologi svizzeri, ne misurano i passi con sempre maggior precisione. Ma non sono mai infallibili.
Dell’infallibilità non godono, guarda un po’, che i sonnambuli. Sanno sempre dove mettere il piede (è il Tempo che sa dove metterlo), anche a occhi chiusi.