Bretagna – Ascesa al trono di Artù

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Siccome l’arcivescovo stava terminando la messa dell’aurora, la folla, uscendo dalla cattedrale, fu sorpresa nel vedere davanti al portone della chiesa una scala di marmo di tre gradini e in cima a essa una grande incudine di acciaio, e conficcata in questa incudine una spada, sulla cui elsa si leggeva: «Colui che di qui mi trarrà / in nome di Gesù Cristo re sarà».

L’arcivescovo lesse l’iscrizione al popolo e invitò i grandi del regno a tentare l’impresa. Ma nessuno dei sei re della Gran Bretagna riuscì, malgrado i suoi sforzi, a estrarre la spada dall’incudine. Anche i baroni si cimentarono, ma invano.
Vennero in seguito i cavalieri, ma non ebbero maggior successo; li seguirono gli scudieri e i servitori e infine i buoni borghesi del paese. Tutti non fecero che perdere il loro tempo.

L’arcivescovo, vedendo che i grandi e i forti non riuscivano a concludere niente, volle che anche i piccoli e i deboli fossero ammessi a concorrere, e chiamò i fanciulli.
Ma anche i fanciulli fallirono come gli altri; ne restava uno solo, di cui nessuno conosceva il padre; era venuto alla messa con un vecchio chiamato Antor, che lo aveva adottato e allevato.
San Dubriz non credette giusto dimenticarlo, e malgrado le risate dei signori gli fece cenno di avvicinarsi.

O prodigio! non appena la manina del fanciullo ebbe toccato la spada, la trasse fuori dall’incudine, facilmente come una freccia dal turcasso.
Vedendo ciò, l’arcivescovo lo prese tra le braccia, l’abbracciò teneramente e alzatolo al di sopra della sua testa per mostrarlo al popolo cominciò a cantare: Te Deum laudamus.