Crow – Coyote dal fango fa il mondo

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Un giorno Coyote si costruì una barca. Non fece in tempo a finirla che si mise a piovere. Piovve così tanto che tutte le montagne ne furono sommerse. Quando le acque finalmente si abbassarono, la barca di Coyote s’incagliò su un’alta montagna.
Due anatre si diressero verso di essa, perché non c’era altro luogo su cui posarsi.
Coyote chiese loro di immergersi e di cercare della terra.
Un’anatra s’immerse per tre volte, ma dalla terza più non risalì.
Coyote ordinò allora all’altra d’immergersi a sua volta per portargli della terra.
Al quarto tentativo l’anatra ritornò con del fango nel becco.
Allora Coyote prese questo fango, lo gettò attorno a sé ed esso divenne la terra. Egli tracciò i fiumi e le baie, fece le montagne e le colline, impastò i bisonti e i cavalli, e creò tutti gli altri animali.
Con le foglie fece le tende e dal fango fece riemergere gli uomini. Infine si modellò una sposa. Se la fece bella, ma proprio così bella che …

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… suppongo, se fosse stato greco, uno della razza di Pigmalione, avrebbe detto: caspita, ma costei è Afrodite in persona!
Suppongo che non servono le parole difficili, se non per complicare un problema di cui non si vuole venire a capo.
Coyote ha la stoffa, e sicuramente anche i titoli, per recitare la parte di Utnapištim: nessuno più si ricorda le «misure» della barca, la sola a quanto pare, che doveva traghettarlo al di qua del diluvio, nessuno sa dire se la prepari in previsione di un diluvio di cui sa in anticipo, o se abbia solo avuto un po’ di «fortuna», un po’ di xvarnah, un po’ di manitù che giocava a suo favore.

Rimane però il fatto che all’alluvione, se proprio dovesse sembrare esagerato parlare di diluvio, egli è il solo a sopravvivere assieme a due anatre. Utnapištim invece ha per compagni di avventura tre uccelli: la colomba, la rondine e il corvo a cui chiede di andare in cerca di terre emerse. Coyote ha due uccelli marini, a cui chiede di scendere in fondo al mare a cercare un po’ di terra con cui plasmare il nuovo mondo.
È come se i Sumeri, da questa parte dell’Atlantico, e i Crow dall’altra avessero osservato lo stesso «evento» da due diverse angolazioni: come se avessero enunciato il seguito di una stessa «proposizione» (il mondo si allagò «e poi») in due dialetti diversi: uno in cui gli «uccelli» (gli ideogrammi o vocaboli «alati» del suo repertorio) sono inviati a vedere se in giro c’è del mondo emerso, l’altro in cui invece essi sono addirittura chiamati a procurare la «materia prima» di un nuovo mondo.
In entrambi il Racconto prende, con due diverse sfumature, una stessa piega: ove più o meno accentuata, sentiamo la stessa consapevolezza che al diluvio, all’oblio «naturale» delle lingue e delle culture «storiche», non sopravvivono che due o tre «cosucce» con le ali, due o tre «volatili» a cui è venuta a mancare la terra sotto ai piedi.

Noè-corvoQuesto è un gioco. È il gioco creativo – il gioco in cui i giocatori giocano a creare futuro, a dare un domani alla fine di un mondo. È il gioco a non arrendersi mai. È il gioco in cui giocano all’Immortale. «È ferito, ma non è morto. C’è del sangue ancora, del sangue vivo che scorre nelle sue vene!».
E dato che è un gioco, si tratta solo di avere il coraggio di spingerlo a dichiarare la sua «regola». Di spingerlo a mettere a nudo la struttura elementare della sua, sia pur ludica, Sintassi.

È un gioco, sissignori! e nulla ci vieta di giocare al Diluvio da cui è emerso il Racconto Umano – di «datare» cioè la Grande Catastrofe, la Grande Alluvione (se vuoi dire la Grande Rimozione, o anche la Grande Separazione, fa’ pure, perché è a questo che giochiamo!), di datarla nel momento in cui tutti gli «esseri» che popolavano il «mondo immaginario» di un bambino vengono annegati nel Simbolo che irrompe dalle parole, cioè dal «nuovo» codice linguistico (il solo che può assicurargli un «domani», c’è poco da fare).

Solo due o tre «cosucce» immaginarie, due o tre fantasie «volatili», solo due tre o forse quattro «immaginazioni» sopravvivono di quel «piccolo mondo antico».
Non i grandi uccelli, non le aquile che volteggiano sulle cime dei monti, ma uccelli «terrestri» e/o «marini», uccelli che volano basso.

Anche qui il Narratore antico, sull’una e sull’altra sponda dell’Oceano, dimostra una sapienza che solo il «genio» di un Nietzsche saprà, e con che fatica!, riguadagnarsi. Le nostre «origini» vanno cercate nelle «bassezze» della nostra Natura, e non sulle sublimi «vette» di ciò che dell’Uomo racconta il suo Racconto, la sua Lingua, la sua Cultura.
Non ha senso – diceva Rousseau – chiedere a un francese che ti dica in francese che significa essere francese. Ti pare?
Ci sono voluti cent’anni e passa di antropologia, per giungere a capire che dobbiamo tornare a chiedere a tutte, fuorché alla propria lingua, di dirci chi siamo. Che l’afgano dica «le sue ragioni» in tedesco, e che Virgilio comprenda che, se è morto a Posillipo, è perché era destino che Totò fosse il più analfabeta dei suoi eredi, e che di tutta la leggenda di Enea solo questo ereditasse: il latinorum di un rebus irrisolto.
Chi è l’Uomo?
Non ha senso chiederlo a un uomo, ti pare?

Non a quest’uomo qui che parla, incatenato ai giochi di prestigio con cui la Metafora si prende gioco di lui – a quest’uomo che, a sua insaputa, è parlato dalla Metafora, ma all’altro, al suo «fratello gemello», al Mortale che morì annegato nelle acque del Simbolo.
Non ha senso chiedere ai vivi cosa vuol dire vivere. Ti risponderanno, inevitabilmente, con una tautologia.
Diranno che questa è casa loro, che hanno sempre vissuto qui, uomini tra gli uomini – l’un l’altro convincendosi che questo è vivere: questo smemorato vigilare, questo ansioso montare la guardia, questo nevrotico stare allerta … contro il proprio gemello defunto.

Se c’è un modo di tappare la bocca ai morti, è proprio questo lussurioso sguazzare nel fango dopo il diluvio, e pensare che questo è vivere, e che in questo vivere si gioca il nostro essere. Saremo pure fango, ti dicono, ma è dio che ci ha soffiato lo spirito in corpo.
Tu con un po’ di pazienza potresti obiettargli (in dialetto Crow): guarda che «dio» è la tua «anatra», è quell’ideogramma in cui il Simbolo ha risucchiato a sé certe fantasie che facevi prima del diluvio, è il vocabolo che ti ha dato una «scusa» per non naufragare totalmente.
Un appiglio, un nome, un simbolo. Un simbolo deve fare i conti col Diavolo!

Guarda bene! – potresti fargli osservare (in stretto slang Crow). – Facci caso: l’anatra è doppia, appartiene al Paese dei sì e dei no, vi è caduta da che invece abitava sopra le nuvole. Lassù non sono rimaste che le tue aquile a fare il nido! – potresti dirgli. Lassù, solo lassù, non c’è aporia, non c’è dicotomia, non c’è dubbio: c’è incoscienza.
L’anatra invece, da che s’è «doppiata» o, se preferisci, «dimezzata», non abita più là; d’ora in poi, per sopravvivere deve tuffarsi in mare!
Deve imparare a non affogare nelle (parole delle) sue sapienze.
Se è italiano deve chiedere alle altrui «lingue» (preferibilmente morte): per favore mi dite chi è, e come si chiama, il Sopravvissuto? Insomma, quello che io chiamo Uomo, voi Crow, per es., come lo chiamate?

corvi
C’è bisogno di didascalia?

Crow, ti risponderanno: Corvo! È così che lo chiamiamo.
Solo il corvo non s’immerge, solo il corvo (dei tre uccelli) non si bagna le ali! Il corvo è dei tre ideogrammi immaginari il più «terreno», il più «secco», il più «asciutto». Se non ne sei convinto, domandalo al tuo Apollo greco.
Noi, ti risponderanno, siamo fatti della stessa «terra arida» di Corvo. Augh! Noi siamo i corvi di Van Gogh, noi siamo quegli schizzi di fango a cui Coyote ha voluto affidare la sua immagine e somiglianza!
Se la fece, come dice il nostro Racconto, così bella, ma così bella che Coyote non poté fare a meno di dire: questo sì che è vivere!
Vivere – disse – è stare assieme a lei.
Capisci? Coyote perse la testa per una Cornacchia! e da allora, noialtri corvi non facciamo che imitarlo.
Voi invece, come ve la passate?