Finlandia – Ilmarinen si fabbrica una nuova moglie

Il fabbro Ilmarinen pianse la moglie ogni sera; la piangeva tutte le notti senza prendere sonno, tutti i giorni senza prendere cibo; all’alba si doleva, ogni mattina sospirava per la giovane sposa che era morta, per la bella scesa nella tomba. Più non rigirava tra le mani il martello dal manico di rame; per un mese intero il silenzio regnò nella sua fucina.
Il fabbro Ilmarinen diceva: «Non so più, infelice, come esistere, come continuare a vivere: che stia seduto o coricato, la notte è lunga, il mio cuore è triste, molte le pene, poca la forza. Noiose son le ore della sera, amare quelle del mattino, la notte è ancora più gravosa, più malinconico il risveglio. Non rimpiango le sere, non lamento i mattini né deploro altri momenti: rimpiango la mia sposa, mi affliggo per la mia amata, piango la bella dalle sopracciglia nere. Ora in questa mia triste vita, spesso nei sogni del cuore della notte, la mia mano tocca il vuoto, il mio pugno stringe il nulla da entrambi i lati».

NGF476496Il fabbro viveva senza moglie, invecchiava senza una sposa. Pianse due mesi, pianse tre mesi; al volgere del quarto mese raccolse oro dal mare, argento dalla cresta delle onde; radunò una catasta di legna da riempire trenta carri; con legna fece carbone, cacciò il carbone nella forgia. Poi prese dal suo oro, scelse dai suoi pezzi d’argento un lingotto grande come una pecora d’autunno, grosso come una lepre invernale. Mise i pezzi d’oro nella fornace, gettò l’argento sui carboni, dispose gli schiavi ai mantici, gli uomini salariati ad attizzare. Gli schiavi soffiarono con forza, i salariati lavorarono con ardore senza guanti alle mani, senza berretto in testa.

Lo stesso fabbro Ilmarinen rinfocolava la fornace per forgiare una statua d’oro, una fidanzata d’argento. Ma gli schiavi soffiano male, i salariati sono fiacchi; il fabbro Ilmarinen si mise egli stesso al mantice. Soffiò una volta, soffiò due volte, ancora una terza volta; poi guardò nel fondo della forgia, sotto i bordi del crogiolo, per vedere cosa mai uscisse dalla fucina, scaturisse dal fuoco. Una pecora era sorta dalla fucina, emersa dai carboni; un pelo è d’oro, un altro di rame, un terzo d’argento. Altri se ne sarebbe rallegrato, il fabbro non ne fu contento. Ilmarinen disse: «Il lupo certo vorrebbe una tua pari; io voglio per me una compagna d’oro, una fidanzata d’argento».

Il fabbro Ilmarinen gettò la pecora nel fuoco, aggiunse altro oro, argento a profusione, dispose gli schiavi ai mantici, i salariati ad attizzare. Gli schiavi soffiarono forte, i salariati lavorarono con ardore senza guanti alle mani, senza berretto in testa.
Lo stesso Ilmarinen rinfocolava la fornace per forgiare una statua d’oro, una fidanzata d’argento. Ma gli schiavi soffiano male, i salariati sono fiacchi; il fabbro Ilmarinen si mise egli stesso al mantice. Soffiò una volta, soffiò due volte, ancora una terza volta; poi guardò nel fondo della forgia, sotto i bordi del crogiolo, per vedere cosa mai uscisse dalla fucina, scaturisse dal fuoco.

Un puledro era sorto dalla fucina, emerso dai carboni; criniera d’oro, muso d’argento, i quattro zoccoli di rame. Altri se ne sarebbe rallegrato, il fabbro non ne fu contento.
Ilmarinen disse: «Il lupo certo vorrebbe un tuo pari; io voglio per me una compagna d’oro, una fidanzata d’argento».
Il fabbro Ilmarinen gettò il puledro nel fuoco, aggiunse altro oro, argento a profusione, dispose gli schiavi ai mantici, i salariati ad attizzare. Gli schiavi soffiarono forte, i salariati lavorarono con ardore senza guanti alle mani, senza berretto in testa.

Lo stesso Ilmarinen rinfocolava la fornace per forgiare una statua d’oro, una fidanzata d’argento. Ma gli schiavi soffiano male, i salariati sono fiacchi; il fabbro Ilmarinen si mise egli stesso al mantice. Soffiò una volta, soffiò due volte, ancora una terza volta; poi guardò nel fondo della forgia, sotto i bordi del crogiolo, per vedere cosa mai uscisse dalla fucina, scaturisse dal fuoco.
Ilmarinen-statuaUna fanciulla era sorta dalla forgia, una treccia d’oro era emersa dalla fiamma; testa d’argento, chioma d’oro, bella in tutta la figura. Altri se ne sarebbe spaventato, il fabbro non ne fu sgomento.

Ilmarinen martellò la statua d’oro, fucinò la notte senza posa, il giorno senza sosta; fece le gambe alla fanciulla, formò gli arti, forgiò le mani, ma le gambe non camminavano, le braccia non abbracciavano. Forgiò le orecchie alla fanciulla, ma le orecchie non udivano; allora le formò la bocca, una bocca bella e occhi splendenti; ma alla bocca non poté dare la parola, agli occhi non seppe dare tenerezza.
Il fabbro Ilmarinen disse: «Sarebbe una fanciulla molto bella se solo avesse la forza di parlare, se avesse lingua e intendimento».

Allora portò la fanciulla dietro la tenda di garza, sopra i guanciali di piuma, sul letto orlato di seta. Il fabbro Ilmarinen approntò poi un bagno a vapore, preparò il sapone, si procurò fruste di rami, tre secchi pieni d’acqua. Il fringuello si lavò, il passero si ripulì di tutte le scorie d’oro. Il fabbro si lavò per bene, si sciacquò quanto volle; poi si stese accanto alla fanciulla, sotto la tenda di garza, sotto il baldacchino d’acciaio, nella casa di ferro.

Già dalla prima notte il fabbro Ilmarinen domandò molte coperte, si provvide di trapunte, due o tre pellicce d’orso, cinque o sei camicie di lana per giacere accanto alla sua sposa, a fianco della statua d’oro. Dalla parte delle coperte stava ben caldo, ma il fianco che toccava la fanciulla, volto alla statua d’oro, si sentiva subito gelare, diventare come di neve, come il duro ghiaccio sopra il mare, irrigidito come un masso.
Il fabbro Ilmarinen disse: «Per me questa fanciulla non ha valore! La porterò a Väinölä quale sostegno a Väinämöinen, perché sia la sua eterna sposa, la colomba tra le sue braccia».

Portò la fanciulla a Väinölä, e come fu giunto così parlò: «Vecchio intrepido Väinämöinen, eccoti una fanciulla, una vergine stupenda a vedersi; la sua bocca non è certo ciarliera, le sue mascelle non sono affatto larghe».
Il vecchio intrepido Väinämöinen gettò uno sguardo alla statua, fissò gli occhi su quell’oro, poi levò la voce, pronunciò parole: «Perché mi hai portato questo strano fantoccio d’oro?».
Il fabbro Ilmarinen rispose: «Per che altro, se non per il tuo bene? Perché sia la tua eterna sposa, la colomba tra le tue braccia».

Il vecchio Väinämöinen disse: «Fabbro, caro fratello, getta la tua fanciulla nel fuoco, forgiala daccapo in altre forme oppure portala in Russia, inviala in terra di Germania perché se la contendano i ricchi, se la disputino illustri pretendenti. Non è adatta alla mia stirpe, non si addice neppure a me avere per sposa una fanciulla d’oro, cercare una fidanzata d’argento».
Poi Väinämöinen ammonì, l’eroe dei flutti proibì, esortò i giovani a non prostrarsi dinanzi all’oro, a non inchinarsi dinanzi all’argento. Disse queste parole, si espresse in questo modo: «Guardatevi, poveri giovani, voi, eroi che crescete, sia che viviate nell’agio o siate indigenti, finché durerà la vostra vita, fintantoché splenderà l’aurea luna, dal cercare una sposa d’oro, una fidanzata d’argento! Lo splendore dell’oro è freddo, l’argento manda gelidi bagliori».

(Kalevala, runo 37)