Corbin – Commento al Racconto dell’uccello di Avicenna

Così come si presenta, con la contenuta tonalità della sua emozione e la spiccata varietà dei suoi episodi, il Racconto dell’Uccello è un piccolo capolavoro che può esser letto come un testamento spirituale del maestro, un testamento in cui traspare il suo segreto personale, il segreto dei suoi momenti di stanchezza e delle sue speranze.
La sua drammaturgia ruota attorno a due motivi le cui connessioni e risonanze hanno una tale ampiezza che è bene, credo, ricordarle se si vuole comprendere le aspettative e l’esito a cui essi conducono: la liberazione dell’anima appunto, la sua evasione dalla cripta cosmica.

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Il primo motivo è quello dell’Ascesa celeste, motivo che è stato orchestrato da una vasta letteratura mistica. Il modello primitivo è offerto dall’episodio del Profeta che un rapimento notturno elevò dalla Mecca a Gerusalemme, e che di Cielo in Cielo lo condusse fino alla soglia dell’ineffabile Presenza divina.
Ma il caso del Profeta è qui meditato come un caso esemplare che il mistico è invitato a riprodurre personalmente nella sua esperienza spirituale. Fu così che il grande mistico iraniano Abû Yazîd Bastâmî poté godere di un’ascesa reale in spirito fino al trono divino, attraverso le tappe via via scandite da Mohammad nel suo Mi’râj.

Ora, questo presuppone innanzitutto che l’adepto, lo gnostico (‘ârif), possa accedere al rango e alla dignità profetica; presuppone che l’eroe spirituale si sostituisca al Profeta e sia investito del diritto di parlare, di raccontare in prima persona.
Si coglie dunque subito il legame tra l’avvenimento di questa investitura e l’identificazione operata dai nostri filosofi mistici tra la loro Intelligenza agente e l’Arcangelo Gabriele che fu la Guida del Profeta durante la sua Ascesa celeste.

Ma questa sostituzione pone al tempo stesso un problema: in quali condizioni può essere concepita una siffatta ascesa celeste?
Abbiamo appena parlato di un’ascesa reale in spirito. E già qui si sono presentate interpretazioni divergenti: i letteralisti concepivano l’ascesa del Profeta come un’ascesa materiale, in corpore, mentre gli esoterici obiettavano che, proprio perché reale, l’ascesa non poteva concepirsi che come un’ascesa in spirito (osserviamo en passant che lo stesso problema si pose anche nello zoroastrismo medievale a proposito delle estasi che rapirono Zarathustra al cospetto di Ohrmazd e degli Arcangeli).
E nel tentare di chiarire quale fosse l’organo delle metamorfosi dell’anima e della sua esplorazione dei mondi mistici sovrasensibili, il dibattito finì per essere ricondotto alla concezione del corpo sottile o corpo spirituale, di quell’ochêma pneumatikon, la cui necessità aveva già tanto assorbito le riflessioni dei Neoplatonici, di Proclo in particolare.

È proprio questo revival a introdurre il secondo motivo messo in scena dalla drammaturgia dei nostri Racconti visionari.
L’idea di un corpo spirituale che sfugga a ogni esperienza sensibile, può essere afferrata solo mediatamente per mezzo di un’immagine simbolo, che corrisponda a una categoria dell’Immaginazione trascendentale, la quale possiede, esattamente come l’intelletto puro, le sue forme o figure a priori, cioè i suoi archetipi.

arabic-bird-grafiaIl motivo dell’Uccello, per es., o più in generale il motivo dell’essere alato, attinge a una struttura dell’anima così costante da instaurare delle omologie non meno sorprendenti delle affinità tra corpi fisici. Perciò non c’è nemmeno bisogno di invocare ipotetiche migrazioni di simboli o filiazioni storiche, per valorizzare le riapparizioni di uno stesso archetipo, di cui alcuni richiami ci permettono qui di amplificare la risonanza dei Racconti avicenniani.

Già in Platone il mito del Fedro immagina l’anima a mo’ di un’Energia la cui natura sarebbe quella di essere una sorta di carro alato trainato da un auriga, anche lui alato; e non si potrebbe formulare meglio dello stesso Platone le ragioni di questa visione sempre ricorrente, in cui l’anima concepisce se stessa come un essere alato, dal momento che l’ala è quanto di più divino ci sia tra le cose corporee.
«È proprio della natura dell’ala – ci dice – essere atta a sospingere verso l’alto ciò che è pesante, elevandolo dalle parti in cui dimora la razza degli Dèi».
Infine, ogni lettore di Platone ha presente la magnifica immagine della processione celeste delle anime e della caduta di alcune di loro. È il divino, vale a dire ciò che è bello, saggio e buono, a fortificare e sviluppare lo strumento alato dell’anima.

Ricordiamoci anche – si tratta stavolta di tutt’altra regione religiosa – uno dei passi tra i più lirici della pietà manichea, il lungo salmo ove si recita: «O anima, o anima, da dove vieni? Tu vieni dalle altezze, tu sei una straniera in questo mondo, tu non sei che in una dimora provvisoria sulla terra degli uomini … Tu hai la tua casa lassù, lassù i tuoi tabernacoli gioiosi. Lassù il tuo vero padre, la tua vera madre, i tuoi veri fratelli … O anima, non scordarti di te stessa, già che tutti ti danno la caccia, i cacciatori di morte. Essi catturano gli uccelli, e spezzano loro le ali».

Prigionia dell’uccello, risveglio a se stessi come risveglio alla coscienza della propria parentela celeste, ritorno a questa evocato come «viaggio verso l’Oriente» – ecco altrettante costanti che sono l’indizio di una affinità di esperienze spirituali, che definiscono una stessa tipologia psichica e riuniscono una stessa famiglia di anime sparpagliate nel tempo e nello spazio.
La visualizzazione dell’Immagine con cui l’anima si medita e si fa presente a se stessa, può diventare così intensa – l’anima può diventare così totalmente essa stessa visione – che, portata così all’incandescenza, è dunque il suo stesso Sé che l’anima a un tratto coglie non più solo in forma simbolica, ma come visione diretta e immediata.

Questo è il caso di un celebre sogno che si legge nel racconto autobiografico visionario di Gérard de Nerval: «Un essere di smisurata grandezza – racconta – uomo o donna, non so, volteggiava a fatica nello spazio e sembrava dibattersi fra nuvole spesse. A corto di fiato e di forze, precipitò alla fine in mezzo all’oscuro cortile, impigliandosi e gualcendosi le ali lungo i tetti e le ringhiere. Potei contemplarlo un istante. Era colorato di sfumature vermiglie, e le ali gli brillavano di mille riflessi cangianti. Avvolto in una lunga veste panneggiata all’antica, somigliava all’angelo della Malinconia di Albrecht Dürer».

Fu la sera del giorno dopo questo sogno che Nerval rifiutando di farsi riportare a casa sua, all’amico che gli domandò: «dov’è allora che vai?», rispose con queste semplici parole: «Verso l’Oriente».
«Andare verso l’Oriente», è sfuggire ai cacciatori di morte, è andare incontro a quella celeste famiglia di esseri di bellezza e dolcezza, di cui tanto l’autore del Racconto di Aurelia quanto quello del Racconto dell’Esilio occidentale conservano una nostalgia espressa con identiche parole.

(Corbin, Avicenna e il racconto visionario)