Avicenna – Il racconto dell’uccello

AvicennaNel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso.
Non ho altro aiuto che Dio; in Lui confido ed Egli solo mi basta.
C’è qualcuno tra i miei fratelli, disposto a prestarmi un po’ d’ascolto, perché io possa confidargli una parte delle mie tristezze? Forse potrebbe fraternamente condividere il mio fardello.
Ché, infatti, l’amico non potrà consolare il fratello se non terrà immacolata, nella buona come nella cattiva sorte, la sua amicizia. Ma dove troverò un amico così puro e sincero, in tempi in cui l’amicizia è diventata un commercio a cui si ricorre quando il bisogno obbliga a fare appello all’amico, mentre poi cessa verso di lui ogni riguardo non appena il bisogno viene meno? Ahimé, ora non si fa visita al compagno se non quando ci visita sventura, e dell’amico ci si ricorda solo quando è il bisogno a ricordarcelo! Dio mio!
Esistono però, credimi, fratelli uniti da una stessa parentela divina, amici accomunati da una stessa eccelsa vicinanza; essi contemplano le realtà vere con lo sguardo della visione interiore; essi hanno purificato l’intimo del loro cuore di tutte le scorie del dubbio. Una tale società di fratelli, solo l’araldo di una vocazione divina la può radunare. Se ci sono, accolgano dunque questo mio testamento.

O fratelli della Verità! Confidatevi il vostro segreto! Riunitevi e ciascuno di voi sollevi, davanti a suo fratello, il velo che nasconde l’arcano del suo cuore, affinché ciascuno veda l’altro e possiate così realizzare la vostra perfezione, gli uni per mezzo degli altri.
O fratelli della Verità! Ritiratevi come nella sua corazza si ritira l’istrice che, quando è sola, mostra il suo essere nascosto e nasconde il suo essere apparente. Chiamo a testimone Iddio! È proprio del vostro essere nascosto apparire, mentre è del vostro essere apparente scomparire.

O fratelli della Verità! Spogliatevi della vostra pelle come se ne spoglia il serpente. Camminate come cammina la formica, senza che nessuno senta il fruscio dei vostri passi. Siate come lo scorpione che tiene la sua arma all’estremità della coda, perché è da dietro che il diavolo tenta di sorprendere l’uomo. Assaggiate il veleno, se volete salvarvi. Amate la morte, se volete restare vivi. Siate sempre in volo; non cercate rifugio in un qualche nido, perché è nel nido che son catturati tutti gli uccelli. Se non avete ali, rubatele, procuratevele con un trucco, se occorre, perché la migliore vedetta è quella che ha la forza di prendere il volo. Siate come lo struzzo che mangia la sabbia bollente. Siate come l’avvoltoio che divora gli ossi più duri. Siate come la salamandra che, serena e fiduciosa, si lascia avvolgere dal fuoco. Siate come il pipistrello che non esce mai di giorno, ché il pipistrello è il migliore degli uccelli!

O fratelli della Verità! L’uomo più ricco è colui che ha il coraggio di avventurarsi verso il suo domani, mentre il più pigro si attarda al di qua del suo oggi.
O fratelli della Verità! Non c’è da stupirsi se l’Angelo si astiene dal male, mentre il malvagio si concede alle cose più turpi; c’è da stupirsi semmai che l’uomo si ribelli alla Legge divina, spinto dalle passioni, benché per causa loro abbia perduto la sua innocenza originaria, e che ad esse ubbidisca, malgrado la sua natura riceva luce dall’intelletto.
Quant’è vero Iddio! È simile all’Angelo l’uomo che saldo rimane a lottare contro le brame e non gli scivola il piede dal luogo suo in questa lotta, mentre inferiore al bruto è l’uomo cui non bastano le forze a vincere le tentazioni della concupiscenza.
Ma veniamo ora all’argomento del nostro Racconto e spieghiamo le ragioni della nostra tristezza.

Dovete sapere, o fratelli della Verità, che un gruppo di cacciatori fece una sortita nel deserto: tesero le reti, disposero le trappole e le esche e si nascosero tra i rovi. Io [ero un uccello e] volavo con una turba di uccelli.
Allorché i cacciatori ci videro, per attirarci emisero un fischio così gradevole che suscitarono in noi il dubbio. Guardammo e vedemmo un luogo ameno e piacevole, ci sentivamo accanto i nostri compagni. Non provavamo nessuna inquietudine, e nessun sospetto ci tratteneva dal dirigere il volo verso quel luogo.

Ci affrettammo dunque colà, e subito cademmo nelle reti. Gli anelli si richiusero sui nostri colli, nelle reti si impigliarono le nostre ali, e le corde avvilupparono le nostre zampe. Ogni movimento che tentavamo, non faceva che stringere ancor più i lacci su di noi ed aggravare la nostra pena.
Finimmo col rassegnarci alla morte; ognuno di noi non fu più attento che al suo dolore, senza preoccuparsi più di quello di suo fratello. Non pensavamo più ad altro che a un modo per liberarci. Poi, alla fine, ci scordammo della nostra misera condizione. Alla fine non avevamo più coscienza dei lacci e di quanto stretta era la gabbia, e sfiniti ci abbandonammo al riposo.

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Ma, ecco, un giorno, guardando attraverso le maglie delle reti, vidi un gruppo di uccelli che erano riusciti a liberare la testa e le ali dalla gabbia ed erano pronti a prendere il volo. Alle zampe erano ancora visibili residui di corda, ma non così stretti da impedire che volassero né abbastanza lenti da lasciarli vivere sereni e spensierati.
A veder loro, il ricordo della mia condizione di un tempo, di cui avevo perso coscienza, e di quella che una volta era stata la mia compagnia d’amici, mi fece sentire di nuovo la miseria del mio stato. Avrei voluto morire, tale e tanta era la mia tristezza, e alla sola vista della loro partenza desideravo che la mia anima se ne fuggisse tacitamente via dal corpo.

Li chiamai a gran voce, gridai dal fondo della mia gabbia: «Venite! Su, avvicinatevi! insegnatemi con quale trucco possa cercare di liberarmi; siate solidali col mio dolore, ché ormai la mia fine è vicina».
Ma essi si ricordarono degli inganni e dei trucchi dei cacciatori; i miei appelli non fecero altro che impaurirli, e perciò si allontanarono da me.
Li scongiurai allora in nome della nostra lunga amicizia, in nome della compagnia spensierata, in nome del patto inviolato, di prestare ascolto alle mie parole e di bandire ogni dubbio dal loro cuore. Così, alla fine, si avvicinarono a me.

Come li interrogai sul loro stato, essi mi rammentarono: «Eravamo prigionieri della tua stessa sofferenza; anche noi abbiamo conosciuto la disperazione, anche noi siamo stati vittime della tristezza, dell’angoscia e del dolore».
Poi si presero cura di me. La rete mi si scrollò di dosso; le ali mi si districarono dalle corde; e la porta della gabbia mi fu aperta.
Blake-Virgilio-Dante-porta-infernoMi dissero: «Approfittane per liberarti!».
Ma io rivolsi loro quest’altra preghiera: «Liberatemi dunque anche da questo anello di catena che mi resta impigliato alla zampa».
Essi mi risposero: «Se potessimo, ci saremmo già liberati da quello che impaccia le nostre zampe. Come ti può guarire chi è malato?».

Mi levai in volo fuori della gabbia e mi fu detto: «Ecco: laggiù, davanti a te, c’è una certa contrada; sarai fuori da ogni pericolo solo quando avrai traversato tutta la distanza che te ne separa. Segui dunque le nostre tracce, affinché ti salviamo e ti conduciamo per la retta via fino alla meta che vuoi».
E insieme volteggiammo in volto tra i due fianchi di un altissimo monte, che racchiudevano una valle di qua fertile ed erbosa, di là desolata e deserta.

Finalmente riuscimmo a traversarla e giungemmo sulla cima del monte; ed ecco fronteggiarci otto vette, irraggiungibili all’occhio, e ci dicemmo l’un l’altro: «Voliamo rapidi a gara ché, amici, non saremo al sicuro se non quando le avremo superate». E affrettammo la corsa finché, avendone valicate sei, giungemmo alla settima.
Penetrati che fummo in quei confini, ci dicemmo l’un l’altro: «Orsù, riposiamoci un po’, perché siamo troppo stanchi e già grande è la distanza che ci separa dai nostri nemici».
Così, d’accordo, decidemmo di dare ai nostri corpi stanchi un po’ di riposo, ché a volte concedersi un riposo meglio guida a salvezza che l’incessante andare. Ci fermammo dunque su quella vetta.

Ed ecco, vi trovammo campi coltivati e giardini in fiore, alberi da frutto e ruscelli, la cui frescura ristora lo sguardo con forme così luminose e splendenti che a volte conturbano la mente e toccano il cuore. Il nostro orecchio era allietato da melodie dolcissime e melanconici canti, e le nostre narici erano ammaliate da profumi che neanche il muschio più fine o l’ambra più fresca eguagliano.
Mangiammo di quei frutti e bevemmo l’acqua di quei ruscelli, e ci fermammo là solo il tempo di smaltire la fatica, ché poi dicevamo tra noi: «Presto, presto, non c’è trappola peggiore che sentirsi al sicuro, né castello più fidato che diffidare di tutto. Troppo a lungo ci siamo fermati in questo luogo, è pericoloso attardarci qui più del necessario. Dietro ancora ci rincorre il nemico, che segue i nostri passi e spia ogni nostra fermata. Orsù, andiamo e abbandoniamo questa contrada, benché sia dolce soggiornarvi. La sola cosa dolce è la salvezza».

Ci radunammo dunque per la partenza e ci allontanammo da quella regione, giungendo all’ottava vetta. Era così alta che quasi sfumava nell’invisibile, tra le nuvole, lungi nel cielo. Degli uccelli popolavano quei pendii; non avevo mai udito una musica così dolce, né contemplato colori così magnifici o forme così graziose, né mai avevo incontrato una compagnia così piacevole.
Allorché volammo giù al loro fianco, essi ci manifestarono una tale cortesia, una tale gentilezza e affabilità, che niente di quanto c’è nel creato potrebbe descriverlo o farlo intendere e in nessun modo potremmo ripagarne il debito, se pure a ciò dedicassimo la vita intera e chiedessimo ancora vita doppia in aiuto.

arabic-grafiaQuando tra noi fu instaurato un rapporto di familiarità, confidammo loro la sventura che ci era capitata.
Ci espressero la loro totale solidarietà, poi dissero: «Al di là di questa montagna, v’è una Città in cui dimora il Re supremo. Chi sia oppresso e venga a implorare la sua protezione a lui rimettendosi, il Re lo mette al riparo da ingiustizia e sofferenza in virtù della sua forza e del suo aiuto».

Fidando nelle loro indicazioni, ci dirigemmo, con un ultimo sforzo, alla Città del Re, e quando giungemmo alla porta della Corte, attendemmo il permesso. Fu emanato l’ordine che concedeva l’accesso ai viandanti e fummo introdotti nel suo Castello.
Ecco che ci trovammo in una grande corte, così ampia che è impossibile dire, e quando l’attraversammo, fu sollevato il velo che ci separava da una sala vasta e splendente, in confronto alla quale la prima ci parve angusta e meschina.
E infine giungemmo all’oratorio del Re e, quando l’ultimo velo fu tolto e la bellezza del Re apparve in tutto il suo splendore ai nostri occhi, fummo colti da tale stupore che non riuscimmo a esporre le nostre lagnanze.

Ma lui, avvedendosi della nostra confusione, ci tranquillizzò coi suoi modi affabili; ritrovammo così l’ardire di parlargli e di fargli il nostro racconto. Allora ci disse: «Nessuno può sciogliere il nodo che impaccia ancora le vostre zampe tranne quegli stessi che ve lo legarono. Ecco dunque che invio loro un Messaggero che li obbligherà a darvi soddisfazione e a liberarvi dai lacci. Partite pure, felici e contenti».

Ed eccoci ora in viaggio, camminiamo in compagnia del Messaggero del Re.
I miei fratelli insistono con me, chiedendomi che racconti loro la bellezza del Re. Io la descriverò in poche parole che siano una sintesi sufficiente.
Ecco: quale che sia la bellezza che ti rappresenti nel tuo cuore, senza mescolanza con alcuna impurità, quale che sia la perfezione che t’immagini, non turbata da alcun difetto – il Re è colui nel quale io ne ho trovato il possesso pieno. Infatti, ogni bellezza nel senso vero è in lui realizzata; ogni imperfezione, sia pure in senso metaforico, è lungi da lui. Per la sua bellezza, egli è tutto Volto che tu contempli; per la sua generosità è tutta Mano che elargisce. Chi a lui si avvicina, troverà la felicità suprema; chi da lui si allontana, perderà questo mondo e quello a venire».

Ma quanti fratelli, avendo ascoltato il mio Racconto, mi diranno: «Vedo che hai la mente un po’ stravolta, che sei quasi completamente impazzito. Suvvia! tu non hai spiccato il volo, è la tua ragione che è volata via. Nessun cacciatore ti ha rinchiuso in gabbia; è semmai la tua ragione che è stata cacciata. Come potrebbe un uomo volare? E come potrebbe un uccello mettersi a parlare? Certo, la bile nera ha sopraffatto l’equilibrio dei tuoi umori e l’aridità ti ha invaso il cervello. Dovresti metterti a dieta: bere una tisana di cuscuta di timo, fare spesso dei bagni caldi e inalare olio di ninfea. E poi, seguire una alimentazione leggera, evitare di stare sveglio la notte per non strapazzarti un po’ troppo la testa. Infatti, per il passato ti abbiamo conosciuto sempre come un uomo ragionevole, dotato di intelletto sano e acuto. Dio solo sa quanto ci preoccupa il tuo stato. A vederti così scosso, ci sentiamo noi pure rattristati e sconvolti!».

Ecco quante chiacchiere se ne possono dire! e con che misero risultato! I peggiori discorsi sono certo queste ciance a vuoto. Ma a Dio chiedo aiuto e dagli uomini mi prendo la mia libertà!
Chi professa un altro dogma, perderà la sua vita nel mondo a venire e in questo, perché «gli ingiusti sapranno quale sorte li attenda».