Il trovatore ha trovato Se Stesso!

Etimologia di «trovare», … provenzale e catalano «trobar», antico francese «trover», moderno «trouver», spagnolo e portoghese «trovar»:
a) alcuni sulle vestigia del Grimm pensa all’antico alto tedesco «trefan»: colpire, cogliere, incontrare, mediante una presunta forma gotica «*drupan» (cfr. truffa);
b) il Diez dal latino «turbare» (turbare, confondere), cangiato poi senza difficoltà morfologiche in «*trubare», «*trobare» (antico francese «torver», antico spagnolo «trovar», turbare, dialetto napoletano «struvare», sturbare, «controvare», conturbare) che dà l’idea di rimescolare, agitare, frugare, cercare per rinvenire;
c) l’Ascoli da «truare», girare col mestolo (latino «trua») onde per lui sarebbe l’antico italico «truante», accattone, mendicante, chi gira per trovare di che campare;
d) P. Mayer e G. Paris finalmente dal basso latino «tropare», trovare dei tropi, ossia variazioni o note musicali come appunto facevano i trovatori cantando le loro rime;
e) e finalmente il Baist richiama l’attenzione sulla voce spesso ricorrente nelle leggi dei Visigoti «contropare» nel senso di esaminare, comparare esaminando. Quest’ultima ipotesi (ritenendo tutt’uno per l’origine le voci «tropare» e «contropare», sembra – senza negare peso all’ingegnosa congettura del Diez – la più accettabile, siccome quella che più direttamente si avvicina al significato, che dovrebbe logicamente procedere nell’ordine seguente: anticamente comporre versi, poetare; indi scoprire, inventare, immaginare, pensare, reputare, giudicare. E passando oltre, pervenire a quello che si cerca, e cioè conseguire, ottenere; indi imbattersi, incontrarsi con qualcuno, sorprendere qualcuno, capitare in qualche luogo.
«Trovarsi» = essere, esistere [dato che ciò che non esiste, è vano cercare, giacché non si trova]:
In sul paese ch’Adige e Po riga
solea valore e cortesia trovarsi
(Dante, Purgatorio, 16: 116-117)
E = anche «stare» (per es., trovarsi bene o male in una situazione, in salute e simili); «andare a trovare» = andare a visitare (modo non antico) evoluto dal senso di incontrarsi, capitare in un luogo; «non trovare né capo né coda» = non trovar modo, né verso a far checchessia; «chi cerca trova e chi domanda intende» = con la diligenza si superano le difficoltà; «trovarsi ai ferri» o «ai ferri corti» (maniera presa alle milizie in guerra) = venire o trovarsi al fatto, alla necessità di prendere una decisione; «trovarsi alle prese con qualcuno» = dover trattare con qualcuno, avere occasione di provarlo; «trovarsi (essere) alle strette» = trovarsi in gran pericolo, in grande impiccio; «trovarsi al verde» = essere in miseria; «trovarsi nelle o sulle secche» = essere impedito sul più bello di fare checchessia e non poter procedere più innanzi
(Pianigiani, Vocabolario etimologico)

… è tutto un «trovarsi» a vicenda, tutto un andare in giro, sempre e solo per incontrare qualcuno con cui scambiarsi: non ci si trova che in uno scambio, quale che sia la forma contingente che lo scambio si trova ad assumere: è tutto un continuo perdersi e ritrovarsi, per terra o per mare, in pace o in guerra – trovare per far esistere, perché ci sia quello che prima non c’era, o s’era perduto – trovarsi per esistere, per esserci: finché uno non si trova, non può dire o sapere dov’è.

Tutte le «trovate», quale che sia l’etimo a cui le si voglia far risalire, alludono più o meno esplicitamente sempre all’idea di un girare in tondo, ruotare, orbitare e simili.
Così, colpire nel segno, fare un tiro perfetto «ai danni di qualcuno», fargli insomma un brutto tiro, truffarlo è raggirarlo – è cioè un modo di girargli intorno.
Analogamente, turbare è rimescolare, agitare di qua e di là, e truare è rimestare [nel torbido], girare col mestolo, proprio come fanno Deva e Asura nelle acque di Oceano: essi mendicano qualcosa da mettere sotto i denti, cercano di procurarsi da vivere, di procacciarsi un po’ di vita nova, ed ecco che vanno in giro a chiedere l’elemosina: sperano d’incontrare un Signore così generoso da aprirgli la dispensa delle «icone»… e magari fargli assaggiare un sorso, appena un sorso, della coppa d’amrta.

In quanto ai tropi dei musici di Provenza, l’idea di rotazione è dentro la parola stessa: in latino tropus, in greco tropos – da trepein («volgere, girare, cambiare, invertire). Il tropo è dunque un «volgimento», una «rotazione», una «volta» (per es., quando diciamo: una volta, due volte, intendendo un giro, due giri, e via dicendo). Per cui, quando la favola dice «c’era una volta», sta dicendo che, gira e rigira, in un punto dato dell’orbita di rotazione è stato «trovato» il tale o talaltro [capo del filo del] racconto.
Qualcuno che stava sulla giostra l’ha incontrato e a noi l’ha raccontato: l’ha messo in musica, ha fatto per es. il «giro» di do, ha pizzicato le corde della chitarra secondo una certa sequenza, in un certo ordine, ed ecco: ha trovato una musa e lui non aveva che da ascoltarla, per divenire immortale.
Nessuno può trovare altro che la sua immortalità cantata e suonata dagli angeli che abitano le sfere della sua voce.

Lascaux-rupestri

Se sembra una pazziella, è perché lo è.
Sta’ a sentire. Ascolta quest’altra pazzia. E poi quest’altra ancora. Alla fine, forse, anche tu troverai che c’è una pazzia senza fine, una pazzia essa sì immortale. Sapessi quanti morti produce pazziando!

Trovare è sempre trovare un modo per venir via da questa terrifica Immortalità che perseguita il Racconto dell’Uomo.

… solo quando trova Se Stesso, il trovatore infine sa d’aver cercato sempre e solo e ovunque il (dio) donde la pazzia del suo proprio «c’era una volta».
Ecco perché gli gira la testa!
Per trovarla ha fatto il giro del mondo!
E cos’ha trovato? Chi ha trovato il trovatore?
Ha trovato la Sorridente che lo prendeva in giro!

(Non la divina, scusa messer Boccaccio – ma la Comica fu infine trovata: che poi il Poeta l’abbia trovata nell’Empireo della Parola Teologica, dice solo che essa è ancor più comica di quanto tu, peccatore pentito, osassi immaginare.
Sapessi quanti catechisti e quanti dantisti, faccio ormai fatica a distinguerli, ci hanno speculato su quel «divina» che tu hai voluto appiccicare al titolo della Commedia.
Nessuno nega le tue buone intenzioni. Il guaio, però, è che coprono le intenzioni del Poeta. Scusa, ma non è poco.)

… il trovatore, gira e rigira, ha trovato! per favore, aprite il sipario e fategli vedere {{{dio}}} … macché, ovunque egli guardi non vede che Se Stesso – Se Stesso che si è cercato nei tre regni di tutte le parole del mondo in cui si era perduto – Se Stesso in cammino nei «si dice», nei racconti, nelle chiacchiere del mondo – Se Stesso che credeva di cercare prima lei {{Beatrice}} e poi Lui {{{dio}}}, e che invece adesso ride a scoprire che cercava Se Stesso, perché Se Stesso s’era perduto nell’Altro – nell’illusione narcisistica, per cui passano tutti i cuccioli umani, allorché scoprono nella propria immagine allo specchio la Bellezza dell’Altro.

Io credo, per l’acume ch’io soffersi
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito
se li occhi miei da lui fossero aversi.
E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito
(Dante, Paradiso, 33: 76-81)

Ti perdi la comicità della Commedia se non ci vedi questo trionfo dello sconcerto narcisistico. Di quando Narciso giunge a sconfessarsi nella pazzia opposta: non più a scambiare Se Stesso per l’Altro, ma a scambiare l’Altro, tutto l’Altro, tutto ciò che ha percepito come Altro, {{{il valore infinito}}} ora alla rovescia per Se Stesso.
Non se l’aspettavano i trenta uccelli, quando andarono a bussare alla porta della Sîmorgh. Non se l’aspettava il discepolo di Sais, quando osò sollevare il velo della Velata. Non se l’aspettava nemmeno Dante giunto al cospetto della sua Madonna.

Questa è la perla, la chiave di tutta la comicità della Commedia.
Quel che Narciso non s’aspetta è di trovare la trovata in cui finalmente si toglie il vizio. In primis, quello di prendersi sul serio. Quel che Narciso non immagina è di trovare Se Stesso ovunque cerchi, ormai invano, l’Altro. Quel che non sospetta è di scoprirsi a essere lui l’Altro del mondo. A essere un altro mondo dacché cadde nell’inconscio del Racconto.

manoscritto-miniato

A un tratto Narciso si vede rovesciato nell’Eco di tutti i racconti di viaggiatori che hanno viaggiato, come lui, prima di lui, alla ricerca della Bellezza Altrui, alla volta della Bellezza di {{{dio}}}, cioè dell’Altro per eccellenza. E vede, Narciso finalmente vede, il trovatore infine trova sempre e solo e ovunque (((io))).
Ecco perché gli gira la testa!
Per trovarlo non c’era bisogno di fare il giro del mondo!
Eppure l’ha dovuto fare. Ha dovuto perdersi per il piacere di giocare a ritrovarsi. Non poteva che mettersi in giro, per potersi prendere in giro e fingere realmente di non saperlo.

Solo la Sorridente realizzava la finzione del suo sorriso, la finzione di averlo, per lui solo!, ben custodito. Solo la sua Immagine allo specchio sorrideva a Narciso! Questo è tutto ciò che ha ritrovato: il resto di niente, la gioia (perduta) di stare nel niente di quella immaginazione, che poi è come dire esattamente scambiarsi con tutto e gioire a moltiplicarsi per tutti i Personaggi della Commedia, ora che il trovatore sa che essi a nient’altro son serviti che a dare voce agli Angeli dormienti nel balbettio della sua musa infantile.