Artaud – Il teatro Alfred Jarry – 1926

bozzetto-cover-artaudIl teatro partecipa del discredito in cui, una dopo l’altra, cadono tutte le forme d’arte. In mezzo alla confusione, all’assenza, al deterioramento di tutti i valori umani, all’angosciosa incertezza in cui siamo immersi riguardo alla necessità e al valore di questa o quell’arte, di questa o quella forma d’attività dello spirito, la più colpita è probabilmente l’idea di teatro.
Si cercherebbe invano nella massa di spettacoli presentati ogni giorno qualcosa di adeguato all’idea che ci si può fare di un teatro assolutamente puro.

Se il teatro è un gioco, troppi gravi problemi ci assillano perché possiamo distrarre la sia pur minima parte della nostra attenzione a vantaggio di qualcosa di così aleatorio come questo gioco.
Se il teatro non è un gioco, se è una realtà vera, il problema che abbiamo da risolvere è quello dei mezzi attraverso i quali restituirgli quest’ordine di realtà, fare di ogni spettacolo una sorta di avvenimento.

Immensa è la nostra incapacità di credere, d’illuderci. Le idee di teatro non hanno più per noi il prestigio, il mordente, quel carattere di cosa unica, inaudita, intera che conservavano ancora certe idee scritte o dipinte.
Nel momento di proporre quest’idea di un teatro puro, nel cercare di darle forma concreta, una delle prime domande che dobbiamo porre è se potremo trovare un pubblico capace di accordarci il minimo necessario di fiducia e di credito, insomma di far lega con noi.
Perché, a differenza dei letterati o dei pittori, non ci è possibile fare a meno del pubblico, che diviene del resto parte integrante del nostro tentativo.

Artaud-fuma

Il teatro è la cosa più impossibile da salvare al mondo.
Un’arte interamente fondata su un potere d’illusione, che essa è incapace di suscitare, non ha ormai che da scomparire.

Le parole hanno o non hanno potere d’illusione. Hanno valore in se stesse. Ma scene, costumi, gesti e grida false non sostituiranno mai la realtà che ci aspettiamo.
L’importante è questo: la formazione di una realtà, l’irruzione inedita di un mondo. Il teatro deve darci questo mondo effimero, ma vero, questo mondo tangente al reale.
Sarà questo stesso mondo o altrimenti faremo a meno del teatro.

Che cosa c’è di più abietto e nello stesso tempo di più biecamente spaventoso dello spettacolo di uno spiegamento di polizia? La società conosce bene queste messinscene basate sulla tranquillità con cui dispone della vita e della libertà delle persone.
Quando la polizia sta preparando una retata, pare di assistere alle evoluzioni d’un balletto. Poliziotti che vanno e vengono. L’aria è lacerata da lugubri fischi. Da tutti i movimenti si sprigiona una specie di dolorosa solennità. A poco a poco il cerchio si stringe. Quei movimenti che prima sembravano fine a se stessi, a poco a poco svelano il loro scopo e tutto diventa chiaro, e in particolare quel punto dello spazio che ha fatto da perno.

È una casa d’aspetto qualsiasi; le sue porte all’improvviso si spalancano e ne esce in corteo un branco di donne, che camminano come se andassero al macello. La questione si complica, la retata era diretta non a una certa società equivoca ma soltanto a un ammasso di donne.
bozzetto-teatro-crudeltàEmozione e sbigottimento sono al colmo. Mai messinscena più bella si è conclusa con un simile finale. Noi siamo certamente colpevoli come quelle donne e crudeli come quei poliziotti. È proprio uno spettacolo completo.

Ebbene, il teatro ideale è questo spettacolo. Quell’angoscia, quel senso di colpa, quella vittoria, quell’appagamento esprimono a meraviglia il tono e il senso della condizione mentale in cui lo spettatore si dovrà trovare quando uscirà dal nostro teatro. Sarà scosso e sconvolto dal dinamismo interno dello spettacolo, e questo dinamismo sarà in diretta relazione con le angosce e con le preoccupazioni di tutta la sua vita.
L’illusione non si fonderà più sulla verosimiglianza o l’inverosimiglianza dell’azione, ma sulla forza comunicativa e la realtà di tale azione.

Ecco dunque dove vogliamo arrivare. Vogliamo arrivare a questo: che a ogni spettacolo allestito è per noi in gioco una partita grave, e che tutto l’interesse del nostro sforzo sta in questo carattere di gravità. Non ci rivolgiamo allo spirito o ai sensi degli spettatori, ma a tutta la loro esistenza. Alla loro e alla nostra. Ci giochiamo la nostra vita nello spettacolo che si svolge sulla scena. Se non avessimo ben chiara e profonda coscienza che una parte della nostra vita profonda vi è impegnata, non riterremmo necessario proseguire la nostra esperienza.
Lo spettatore che viene da noi sa di venire a sottoporsi a una operazione vera, dove sono in gioco non solo il suo spirito ma i suoi sensi e la sua carne. Andrà ormai a teatro come va dal chirurgo o dal dentista. Con lo stesso stato d’animo, pensando evidentemente di non morire per questo, ma che è una cosa grave e che non ne uscirà integro.
Se non fossimo persuasi di colpirlo il più gravemente possibile, ci considereremmo impari al nostro impegno più assoluto. Egli deve essere convinto che siamo capaci di farlo gridare.