Aiguesmortes – Un soffio e via!

Abbiamo bisogno di pensieri freschi.
Ci siamo stancati di appellarci in continuazione all’Uomo, al Mito Umano, al Racconto Umano, al Discorso Umano, insomma a tanta roba vecchia. Vecchia di anni, vecchia di illusioni, roba ormai stantia. Ce l’hanno data da mangiare e l’abbiamo mangiata. Siamo invecchiati così pure noi.
Non mangiare il cibo dei morti! fu detto a Orfeo che si accingeva a scendere all’altro mondo. Se l’avesse mangiato, sarebbe morto anche lui. Nessuno può sopravvivere al suo «peccato di gola», al destino di ciò che mangia, di ciò che crede o pensa di mangiare. Crudo o cotto.

scarabocchio-cornaPerciò abbiamo bisogno di pensieri crudi, magari di pensieri crudelmente crudi come quelli che frate Antonino Artaud si affannava a teatralizzare, e non di pensieri cotti e stracotti sul fuoco dell’inferno, detti e maledetti ormai da milioni di bocche, più o meno consapevoli di quello che stanno dicendo.
Abbiamo bisogno di desideri freschi, non di desideri che sono morti (chissà da quando) e che attendono solo d’essere sepolti. Pensieri e desideri a cui necessitano becchini, possibilmente pietosi. Pensieri che sono stati già pensati, desideri già desiderati. È ora di pregarli gentilmente di accomodarsi nella tomba. Non li dimenticheremo, no. Ma avremo bisogno di rinfrescarci di tanto in tanto la mente, per ricordarceli.

Ci ricorderemo che sono stati anch’essi pensieri freschi, prima di diventare un dogma, una credenza o un’abitudine. Che sono stati creativi, prima di ridursi a montare la guardia sulle proprie «creature». Che sono stati iniziali, ingenui e infantili, prima di diventare conservativi, complessi e adulti.
Abbiamo bisogno della freschezza, della novità, del ricomincio punto e a capo – ovunque ci sia data l’occasione.

Non dimenticheremo i morti, né profaneremo le loro tombe. Li onoreremo, anzi, portandoci fiori freschi. Per rinfrescare noi a loro la memoria dei pensieri che pensarono nelle oscurità delle fondamenta della Casa del Pensiero, la Scuola, l’Accademia, il Liceo, il Museo, la Biblioteca e tutte le Istituzioni che ci hanno costruito sopra.
Perciò non cerchiamo né abbiamo bisogno di ricette, di certezze, di verità, di dimostrazioni logiche: non c’interessa il questo o il quello che sia stato pensato più o meno razionalmente, non il quid, il che cosa di un pensiero, e neanche il pensiero stesso, neanche l’io penso, il Soggetto più o meno trascendentale di questo pensiero, ma solo la sua freschezza. Quella freschezza che è, essa, la Sophia del nostro essere, e di cui gode anche, ma non solo, quello che noi chiamiamo pensiero.
Tutto ciò che è nuovo, profumato d’aurora, fresco d’acqua sorgiva, sia esso pensiero desiderio sentimento o altro, è un «luogo» epifanico della potenza di Sophia.
Un soffio e via!

Morire e nascere. Non svenire per poi rinvenire allo stesso pensiero che si pensava prima. Morire e nascere con la capa fresca, questo è divino.
Divino perché iniziale – divino perché è dono di grazia – divino perché è gratis – divino perché non ha né padre né madre – divino perché neonato, or ora partorito dalla Genitrice, Mamma Sophia, Nonna dell’Universo.
Sophia regna sull’Inizio, è la Signora dell’arkhé, l’Arcaica, l’Antichissima, è vecchia quanto il Mondo, ma è sempre bambina. Solo negli inizi è dato incontrarla, e beneficiare d’un suo dono gratuito. Morire vale la pena, perché è nascere nel suo Paese – il Paese Sottinteso sotto tutti i Paesi del Mondo.
Perché onorare i vecchi che di lei nemmeno si ricordano?
Non mi conviene morire di questa loro morte lenta. Non voglio restare a lungo pur io insepolto. Perché allungare l’agonia?

Voglio morire e nascere. E so che nascerò solo là dove c’è ancora un nervo del mio midollo disposto a farsi rinfrescare l’alito, e perché no? lo spirito, dalla Fata Turchina.
Sophia non partorisce, dicono. Da sola la Donna non può partorire, dicono i pensieri vecchi, le vecchie gnosi, le sapienze adulte.
Torna all’inizio, e leggi bene! – perché sta scritto che Sophia non partorisce che «spiriti senza corpo». Sophia non partorisce «corpi», ma immaginazioni voci pensieri e desideri. La Grande Madre è, lei stessa, incorporea.

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Corpo spirituale, corpo senz’organi, sono nomi adulti.
Sorridente, spiritosa, smorfiosa, non so come altro chiamarla quando spunta nel primo sorriso d’un bambino. Donde questa sua spiritosaggine? Dalla grazia di Sophia, mi viene da rispondere. Tutte le sapienze «umane» provengono dal grembo di Sophia. Perché Sophia partorisce sempre se stessa, si rigenera e rinasce in ogni inizio «sorridente». La sua epifania dura il tempo di quel sorriso primitivo.
Solo quel primo sorriso può dirsi di Sophia. Il secondo ne è una conseguenza. Il terzo un’abitudine, una ripetizione, un’enfasi. Il primo è tutto di Sophia, gli altri sempre meno le appartengono. Gli altri, come Re Artù (e ho detto tutto!) si fanno stregare da un’altra Sophia, di cui vengono a conoscenza (bada bene: per lettera!) solo tempo dopo. Da una seconda Sophia che ha la parola e parla e simboleggia e ordina a norma di legge e secondo sintassi s’intasa nel traffico delle dicotomie amletiche: essere o non-essere, nel gorgo dei dubbi chi può negare di averli?

Negherebbe ma non ha [diritto alla] parola il primo sorriso del bambino. Potrebbe tranquillamente dire: non mi sono conquistato da un dubbio o da un’incertezza, non vengo dal Paese dei sì e dei no, dei se e dei ma, né mi sono scoperto che potevo anche non farlo, né mi sono dannato alle pene di un inferno intellettuale per scoprirmi, non mi sono fatto precedere o annunciare da nessun segno, non ho un passato, e nemmeno un futuro – questo, vi ringrazio, me lo augurate voi che sorridete in risposta al mio sorriso.

Vedete? Sorridendoci stiamo parlando la lingua di Sophia, parliamo senza parole il sorriso della Sorridente. Parliamo quel sorriso, il primo appello, quello che ignora il no, il rifiuto, il non-essere che sta solo nella nostra capa amletica (è quello che si sforzava di dire Parmenide), nella nostra mente «filtrata» dalle astuzie del linguaggio verbale, stregata dalla seconda Sophia – quella che ci porta in camera da letto e ci dice a uno per uno: suvvia, Re Artù, è ora di mettermi le mani addosso, perché io ho un corpo.

Sophia, la fresca – la capa fresca che Nonna dell’Universo rinfresca a ogni «natale», non ha invece un corpo. Non è che il corpo di quel sorriso.
Tu, toglici tutto quello che ci è stato detto o scritto sopra, comprese ovviamente le macchie «d’inchiostro» di cui lo sto imbrattando io, e non rimane che Natura Sorridente. Togli via pure Natura, che è già una parola vecchia di millenni, raschia via dal marmo delle parole tutto il superfluo, e lascia solo quel Sorriso. È tutto ciò che appartiene a Sophia, il resto, se non sbaglio lo dice pure Platone, è tutt’al più quella mezza bidonata che passa per filosofia.

Tu, lascia solo quel Sorriso e ascolta cos’ha da dirti, se per caso non dice pure a te qualcosa che, per quanto differente, totalmente differente, è però lo stesso carico di aromi freschi, pregno di odori nuovi, di nuove sensazioni come è per me.
Che dici? sono fuori di testa se oso dire che Sophia la fresca è la freschezza della Natività Eterna – ignara di ogni morte, perché sempre la Nascita la vince, la Morte? La vince senza combatterla. La vince a modo suo: girandola a pazziella, prendendola in giro, sfottendola, facendole il solletico e, se è il caso, anche insultandola.
Un soffio, e buttala via!

Non è eterno dunque il bambino – ma il primo sorriso tra lui e la bambinaia. È eterna la capa fresca che, pur di guadagnarsi la freschezza sempre fresca, ha deciso di abdicare all’immortalità, ha scelto di morire, estinguersi e cancellarsi fino alla fine del Mondo – per potersi però godere la nascita di quel sorriso ogni volta nuovo, ogni volta dimentico di ogni passato.
Meglio dunque morire e nascere – che invecchiare in una catatonia eterna, mio caro Utnapištim.

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Prestando il suo volto alle smorfie di Sophia, il bambino sceglie per l’Uomo che verrà. Sceglie per la sua leggerezza. Disumana gli sarà ogni gravità.
Il bambino sceglie per la Stoltezza – di passare per la Via Stolta anziché quella retta che porta dritto all’Immortalità.
La sceglie perché è già vincolato al piacere di sorridere della propria morte.
Al piacere di morire per rinascere a quel sorriso che Sophia ci sorride quella sola volta.

Ognuno vede da sé quanto c’è stato costruito sopra. E può da sé comprendere (a ciascuno il suo sorriso) perché la Legge ci trova tanto da «proibire».
Posso dire solo questo: che la Legge ci istiga a filosofare, a poetare e a pittare sopra il sopra del sopra del sopra di quel sorriso. Ci istiga a vergognarci della stoltezza del nostro inizio. Ci inizia a un altro inizio. All’inizio dei «filtri»: delle spezie e delle «droghe» simboliche. Ci inizia a obbedire agli «ordini» già dati, a volte addirittura cinquemila anni fa.

Vi pare questo il modo migliore di onorare i morti?
Gettandogli addosso gli escrementi dei loro pensieri (facci caso: la Sophia stantia fu ritrovata da Re Artù che marciva e puzzava), o rinascendoli nel solo luogo natio che, forse, abbiamo in comune con loro: la capa fresca del primo sorriso?
Quella che nulla sa che nulla vuole e che nulla ha da dare o da pretendere in cambio, e ciò malgrado – contro ogni logica economica – si scambia, si dà e si prende insieme nel più stolto degli slanci a dissipare l’onnipotente ricchezza, la pura intensità «senza corpo», la tensione nervosa che nella smorfia del suo viso trova la sola possibile, e insieme stolta, «estensione».
La Comica dell’ultimo di Paradiso – ho bisogno di ricordarmelo, per non sentirmi solo in tanta stoltezza umana. La Primizia che i vecchi trovano «rimbambendo»: perché Mastro Dante, come chiunque torni in Se Stesso, non vi trova che la sua prima Smorfiosa che gli torna, invertita, nella risposta dallo specchio del mondo.

(Aiguesmortes, Quaderni)