Aiguesmortes – Eravamo ancora là

Qual è il Legno, e qual è l’Albero, con cui foggiarono il Cielo e la Terra?
(Rig Veda, 10: 31.7; 10: 81.4)

Se era o non era un racconto celato di sapienza, questo non si sa. L’unico dato certo è che nel fuggifuggi generale i burattini se la squagliarono. Avevano intuito, o qualcuno gliel’aveva suggerito: andate via di qua, il teatro non è la bottega dove siete stati fabbricati.
Le parole, per caso, vennero a rifugiarsi in questo libro alla rovescia – ma avevano fatto i conti senza l’Oste. Qui, nei libri, nessuno può sfuggire alla dittatura del Senso. Mangiafoco era un’anima pia a confronto.

È inutile provare a dimostrare non so che cosa. Non sapremo mai se a suggestionare Collodi, se a ispirargli il più ingenuo dei libri non ispirati, il più iniziale dei racconti d’iniziazione, furono quelli che lui stesso chiamò i «misteri di Firenze» (a cominciare dall’antico «labirinto» che una volta si snodava dal Forte del Belvedere a scendere verso gli Orti Oricellari) o se fu l’aria di città, l’aria che si respirava nelle chiacchiere cittadine, a spaventarlo con le sue strane domande.
Di che legno sei fatto?, per esempio.

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Orti Oricellari – Polifemo che s’ubriaca

Macché! sarò mica una mazza da tamburo e non lo so? può essere mai che io sia uno spartito di «pietre che cantano» vecchie nenie che io, proprio io per primo, avrei dimenticate?
Se sono un pezzo di legno loquente, è difficile escludere che si tratti di pura e semplice coincidenza. Può essere che il legno si sia stancato di fare scena muta in eterno.

Eravamo ancora là – l’avrete capito. Eravamo sempre in quella specie di bettola dove una tale taverniera mesceva, mesceva, mesceva.
E noi a bere, noi a fare, ubriachi, ciascuno la sua parte a teatro. È difficile escludere che stesse vaneggiando il paleontologo che si diceva sobrio.
Ti ricordi Mastro Ciliegia? – gli chiese l’ubriaco. – Era tal e quale a te. Voleva solo raddrizzare un torto. Si credeva, come te, il giustiziere del mondo. Il Re Salomone che sa sempre da quale «falsa» madre disgiungere il figlio.
Qui – disse. – Le cose stanno alla rovescia. Il Falegname, ahimé, il Mastro di bottega, il Padre di Pinocchio, è finito lui con la sua barchetta nelle fauci del Racconto. In una zona oscura, rimossa, del Racconto. È finito nell’inconscio del discorso dell’altro. E solo il figlio può liberarlo.

Saprà la sua «creatura» ripescarlo dalle viscere di quel pozzo senza fondo, o si stancherà di cercare il capo del filo del suo discorso?
Qui – aggiunse a mo’ di commento di quel che aveva appena detto – qui è il figlio che deve liberare il Padre dalle grinfie del Discorso salomonico. Qui non c’è giustizia. Giustizia ci può essere solo là dove c’è il sì e il no.
Là dove la Domanda sorge, dove spunta l’Appello, nudo e crudo, non ancora verbalizzato, non c’è nessun no, lo capisci o no?

Oramai aveva preso il largo. In alto mare, nei suoi pensieri, navigava. Ogni suo pensiero, ne sono certo, era imbevuto di una stregoneria antica, ma che solo ora, sotto lo sguardo degli occhi oscuri della Taverniera, aveva effetto. L’ubriaco ormai sproloquiava …

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Lascia che sia la Natura a parlarti in bocca le sue voci inconsce, non dire altro, nient’altro che dada. E, incalzando da presso il Giusto (era questo l’appellativo con cui da un po’ chiamava l’attenzione del paleontologo al suo delirio), e tu rispondi solo a questo: sono anni e anni che il povero Geppetto vive alla fioca luce di una lanterna nella Pancia del Racconto – te la senti, dico a te, fratellino mio distratto, a te che mi custodisci io lo domando, e per favore: rispondi solo a questo: chi ha fatto chi, e quando?

Da quella sera alla Locanda, sono passati anni e anni. Ho dovuto faticare per dare un senso alla filosofia di quello «sciamano». Lasciate che lo chiami così, anche se non sono dovuto andare dai Tarahumara a scovarlo, o nelle algide steppe siberiane a procurarmi chissà quale abracadabra. Forse voleva dire che non è solo il discorso dell’altro a produrre inconscio, che è la Natura stessa che instancabilmente ne produce istante per istante un’altra infinità ancora più oscura e impenetrabile.
Chi ha fatto chi? – l’uomo il dio della sua credenza, o dio si è creato l’uomo apposta perché credesse?
È alla confluenza di una doppia incoscienza che sorge l’Uomo?

C’è dell’inconscio nei nostri istinti animali, e c’è dell’inconscio nel Discorso che ci umanizza: con-fluiscono in ogni burattino, là dove le sue «voci» sono assorbite nel «dire parole», là dove sul suo immaginario si sovrascrive l’Ordine Simbolico dettato da Venere – dettato dalla Natura dunque, pur se suggerito dal Discorso o da chi ne fa le voci!
È nel simbolo che «coniuga» (metaforicamente) stazione e grembo materno, è là che affiora la prima «umanità» di Dick.

In quanto al «labirinto fiorentino», nessuno sa della sua esistenza, anzi nemmeno sospetta che possa esserci un che di labirintico nelle sue circostanze. Ci sta dentro – ci si è accasato come Geppetto nella Pancia del Pescecane.
Sono anni e anni che c’è finito dentro. A stento si ricorda del mare su cui la sua barchetta una volta veleggiava. Una volta era il Re Pescatore. Adesso, la sua parola zoppica, la sua barca fa acqua da tutte le parti.
Macché, lo dicono già i racconti antichi, la sua barca è andata a sbattere contro gli scogli e s’è fatta in tanti pezzi.

La Grande Rimozione, la vogliamo chiamare così? la grande Separazione, vi sta bene? ahi, parole, parole, parole, mi avete trascinato nell’inconscio del Discorso, nella Pancia dell’Altro, nella Caverna oscura di Polifemo, e adesso, se non vi rovesciate, se come Giuda non vi tradite, se non la smettete di prendervela con un qualunque cristo da mettere in croce, non so proprio più che farmene di voi.
Voi siete il Guardiano, solo ora lo capisco. A ogni porta che mi aprite, sulla soglia vi mettete a impedirmi il passaggio.

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Luigi Russolo – Il musico

Di’ una parola sensata, sennò non passi!
Di’ una sola parola, e l’anima di chi ti ha fabbricato sarà salva.
Capisci? – domandò l’ubriaco, stavolta chissà perché rivolto al camionista che, nel frattempo, si era addormentato con la testa sul tavolo. – Capisci? l’Altro, l’Inconscio del Discorso, dopo tutto quello che ti ha fatto, ti chiede anche l’assoluzione. E vedrai che troverà sempre un modo di darsela. È o non è un Mago?

È buona abitudine che i camionisti dormano prima di rimettersi in viaggio. C’è un vecchio motel, a non di più di tre chilometri dal casello di Firenze nord, dove la Bella Addormentata li aspetta.
Sta sognando uno di loro.
Tutti sanno che la Bella Addormentata sta sognando il principe che la bacerà.
È buona abitudine che ogni fondatore di un nuovo cosmo faccia una visita preliminare alla Casa del Sonno. È una vecchia casa, ma la sola da cui si può attingere una qualche «novità».

Era Brâhman il Legno, Brâhman l’Albero, con cui foggiarono il Cielo e la Terra
(Taittirîya Brâhmana, 2: 8.9.6)

Il cielo e la terra, i Grandi Separati. Il Mandriano e la Tessitrice, i due orfani reciproci. Si mancano da sempre l’uno all’altra, i due «mezzi». Non doveva essere così forte il loro «legame», se un bel giorno si spezzò.
Sappiamo com’è andata. Dovettero rivolgersi al Fabbro perché fabbricasse per loro la catena indistruttibile. Ma chissà come mai finirono per trovarsi incatenati ciascuno nella sua «orfanità».

Non c’è altro che un milione di fabbri
che forgiano catene per i bambini che verranno
(Garcia Lorca, Due odi)

Possiamo fare il giro del mondo, possiamo passare e ripassare per tutti i posti del Racconto, siano essi in cielo o in terra, ma è solo quando ci troviamo a passare dinanzi alla fucina del Fabbro o, addirittura, osiamo entrarci – è solo allora che abbiamo a che fare con un intrigo di peccati, colpe, furti, inganni e punizioni.
Tutt’a un tratto, l’aria si fa pesante. Andate a chiamare Salomone!
Qualcuno l’ha fatta grossa! Qualcuno che non vuole saperne di sottostare alla Legge degli dèi. Un «angelo ribelle», un disobbediente, si disgiunge dalla catena dei «commi divini» per rubare una scintilla di luce proibita, e farne la materia luciferina dei suoi desideri.

Una disgiunzione «eccitata» a produrre appetiti e desideri «fuori ordinanza», a dettare ordine nel disordine delle «connessioni immaginarie» di Psiche o di Dick. In modo che dei tanti «semi» del mucchio o dei tanti «anelli» della catena casuale (e … e … e …) uno è raggiunto dalla maledizione: stazione … grembo di mamma … pancia in cui è contenuto … essere nel mondo, essere nell’inconscio … catene di cui non si vedevano le estremità, dice Er l’Armeno.
Dice di essersi visto incatenato a un filo di seta troppo sottile per non essere magico.

volti-scioltiDi catene, nodi e corde più o meno d’oro – ne abbiamo già sentito parlare: in senso proprio, qualcuno dice che fanno meno male dei legami «figurati».
È tutto da vedere!
Che a essere incatenato sia il Lupo o Prometeo, cioè il Nemico o addirittura il Tutore degli umani, il «dilemma» rimane.
C’è l’inconscio bestiale – c’è la nostra bestialità inconscia. E c’è l’inconscio umano – c’è la nostra umanità, il mito dell’Uomo, a copertura dell’inconscio della Natura.

Se la sono squagliata. Al cospetto del Drago, dinanzi al Custode della Porta Aperta sul Vello d’oro, della Porta Spalancata sul Segreto degli Immortali, non c’è stato un solo pezzo di legno che non si sia spaventato.
Via, via! È stato un fuggifuggi generale, quando l’onda dell’Utopia è ritornata al mare. Via, via dall’Immaginazione! E tutti a rincorrere il buonsenso.
Già – disse infine l’ubriaco al Giusto – c’è il senso buono, ma anche quello cattivo. Questa sì che è materia per il tuo dottorato di paleontologia.

È l’aria di città che ci fa male. È l’aria che si respira nei racconti cittadini, a farci disperare – a trattenerci sulla soglia della nostra stessa vita, a non farci più rientrare in noi stessi.
I cittadini si nutrono di «giustizia»: l’Immortalità, ognuno se la deve sudare. La Morte, dicono i carnefici, uno se la deve meritare.
Sai che c’è, qui è tutto alla rovescia, tanto vale che ce ne torniamo a teatro. Almeno lì siamo trattati da burattini, e nessuno ha bisogno di fingere di trattarci da umani.

Inutile dire che eravamo sempre là. Non era una scena di teatro (magari voleva esserlo, ma non lo è mai stata), né il frammento di un libro (magari qualcuno l’avrà pure scritto, ma nessuno l’ha mai letto).
Fingevamo di migrare dall’uno all’altro, dal libro nel teatro, e dal teatro nel libro, ma eravamo sempre là. In quella bettola, appena fuori città.

(Aiguesmortes, Spiritoso no spirituale)