Non sono nato innocente, io

immaginazione-potere

… l’immaginazione al potere! – era un vecchio slogan del ’68.
Un vecchio, perché bisogna dirlo: era già vecchio allora, era una sorta di saggio redivivo Matusalemme quello che, con tutto il fiato che gli restava nei polmoni affumicati da una millenaria disperazione, uscì in strada a gridare: potere, potere, potere all’immaginazione!
Ah, se avesse immaginato uno solo dei Mostri che la sua utopia doveva partorire, se solo avesse sospettato che per ognuno di quei Draghi ci sarebbe voluto un san Giorgio tagliato su misura, voglio dire: un Santo ad hoc, uno che a ogni Ora di ogni santo giorno, avesse saputo come uccidere l’Immortale e mangiarne il cuore crudele e berne il sangue acido senza intossicarsi – dico, se invece di lasciarsela parlare in bocca avesse taciuto la maledizione dei poeti (i poeti sono tutti maledetti!), e se invece di avventurarsi come don Chisciotte nel cimitero della cavalleria, tra le tombe dei paladini, sotto la polvere dei libri, si fosse fermato un attimo a domandarsi: nel nome di chi dovrebbe avverarsi tutto quello che sogno, se il mio sogno, quando ho detto la prima parola, la prima parolina magica che mi ha metaforizzato nel Racconto Umano, era già perverso?

Non sono nato innocente, io. Non sono nato tabula rasa. Sono nato alla fine di una Grande Guerra. Il caso ha voluto che io nascessi già vecchio di milioni di morti. Che nascessi a questa storia crudele. Che spuntassi dal ramo disperato di una mala pianta.
Non so voi, ma io sono nato qua, – qua dove i Draghi succhiano il sangue di un san Giorgio all’ora, e si mangiano il cuore di un Angelo, se solo lo pizzicano distratto.
Non so il vostro, non oso pensare di saperlo. So che il mio Angelo è da un bel po’ che si è distratto. Come l’occhio di sant’Antonio, anche il suo è caduto in una svista: ha con-fuso il vaso ai fiori, la realtà gli è scivolata nei libri, e la notte gli si è prolungata nel giorno.

Dicono che i mostri più pericolosi, che i pescecani più famelici, che gli Attila che non lasciano crescere più un filo d’erba là dove sono passati – dicono: sono quelli che ci restano anonimi. Dicono che, finché non li nominiamo, quelli ci perseguitano. Dicono che, se non facciamo i debiti scongiuri, quelli ci entrano in casa. In corpo, addirittura.
Che dire? forse fu lo spirito d’un anonimo paladino insepolto a trovare rifugio nella bruta ingenuità di don Chisciotte. Ma è più probabile che sia stato don Chisciotte a chiedergli il favore, lui al paladino, di dare un senso, di dare un racconto alla sua vita «insignificante».

Sappiamo che don Chisciotte fu il primo internato, il primo lobotomizzato che la letteratura ricordi.
Sancio-PanzaMa sappiamo anche che don Chisciotte fu l’ultimo depositario della pazzia di un Matusalemme, ad avere diritto al suo legittimo comico erede. E perciò, se davvero c’è qualcosa di cui ci dobbiamo rattristare, non è dell’inglorioso epilogo del suo destino, quanto del fatto che Sancio Panza fu l’ultimo dei Comici che passarono indenni per le Porte di corno e d’avorio del Mondo dei Sogni e dell’Immaginazione.
Dopo di lui, senza di lui, ci è toccata la tragedia. Dopo di lui, senza di lui, la pazzia non è stata più capace di trovare una pazziella che non fosse ancora più pazza, più intricata, più perversa, e se possibile più oscura, ma soprattutto più tragica della precedente.

Il teatro nel libro, il libro nel teatro: ma non è che siamo ricaduti in un vecchio gioco di specchi? uno di quelli di cui già Narciso andava pazzo?
Va bene. Anche ammesso che sia nuovo, questo gioco – ma perché più non ci diverte? Perché quelle «donne nude» che tentano sant’Antonio, ora faticano a sedurlo? Perché – per non spaventarsi – il santo guarda da un’altra parte? Perché non più qui, ma altrove? Perché quei mostri si è ridotto, lui, il Santo, ad affrontarli solo nella finzione all’infinito di un libro (di esorcismi suppongo) in cui, assieme a lui, si specchiano gli attori di un teatro immaginario agli ordini del Drago?

Fin dove si può poter immaginare, senza farsi male? Senza perdere la voglia e il piacere di ridere?
Fin dove non ti prendi sul serio, mio caro don Chisciotte. Fin dove ti vedi, da un libro nel teatro, o da un teatro nei libri, tu stesso a travasare un (tragico) mazzo di fiori altrui in te (comicamente) capovolto.
Un Soggetto Vecchio, l’Antico dei giorni, un Noè qualsiasi o Matusalemme, un saggio custodisce il Vaso. Custodisce il Racconto di quando il mondo fu invaso dalle acque di un oblio. Di quando il Vaso fu aperto a tutti i fantasmi della fantasia umana. Di quando i giocattoli immaginari di Dick dovettero essere catturati dalla magia di tre paroline, perché un nuovo ordine, l’ordine simbolico, l’ordine della parola, li assoggettasse alle sue «parentele» più o meno edipiche.

È quel dolore, il dolore di quella ferita – di quando Apollo ci dimezzò – che chiede, a turno a tutt’e due i «mezzi», di essere risarcito.
Non so voi, ma io sono nato dopo la Grande Separazione. Non so se la stazione è la metafora giusta per il Grembo della Mamma, da cui io, trenino, sarei partito per la vita. So che ci sono quattordici stazioni sulla via crucis, e che tutt’e quattordici le volte, tocca fermarsi a ripetere uno stesso sofferto addio.
Addio a questa e a quella immagine, una per una – a tutte le immagini che ci furono più care – quattordici volte di seguito dovrebbero bastare, credo, a farci capire che erano tutte fiori posticci, e che il Vaso del Racconto Umano è il loro solo posto possibile, il solo in cui il Possibile, l’Immaginario, l’Utopico può invasarsi di Realtà.

Ci sono quattordici stazioni in cui gli eredi dell’homo sapiens piangono il Vecchio, il Soggetto, il Prometeo della loro umanità.
Ma quando l’hai pianto quattordici volte, non ti pare che è Ora di congedarti dal tuo donchisciottismo?
Su, rallegrati, sei l’ultimo Sancio Panza. Tu non hai da piangere, ma da ridere di quello che strillavi per le strade in gioventù. Tu hai da ridere del Vecchio, del Soggetto, dello Stolto Epimeteo della tua umanità.
Don Chisciotte è morto, perché vivessi tu.
Guarda, che se non ridi, farai la sua stessa fine.