Foucault – Un fantastico da biblioteca

libriIl XIX secolo ha scoperto uno spazio d’immaginazione di cui le età precedenti probabilmente non avevano sospettato la potenza.
Questo nuovo luogo di fantasmi non è più la notte, il sonno della ragione, il vuoto incerto spalancato davanti al desiderio: è al contrario la veglia, l’attenzione continua, lo zelo erudito, l’attenzione sempre vigile.
Il chimerico ormai nasce dalla superficie nera e bianca dei segni stampati, del volume chiuso e polveroso che si apre su un volare via di parole obliate; si dispiega con cura nella biblioteca attutita, con le sue colonne di libri, i suoi titoli allineati, i suoi scaffali che la limitano da tutte le parti, ma che per un altro verso si spalancano su mondi impossibili.
L’immaginario si inserisce tra il libro e la lampada.

Non si custodisce più il fantastico nel proprio cuore; non lo si attende più dalle incongruità della natura; lo si attinge all’esattezza del sapere; la sua ricchezza è in attesa tra i documenti.
Per sognare, non si devono chiudere gli occhi, si deve leggere.
La vera immagine è conoscenza. Sono parole già dette, recensioni esatte, masse di informazioni minute, particelle infinitesimali di monumenti e di riproduzioni di riproduzioni che portano nell’esperienza moderna i poteri dell’impossibile.

Non c’è altro che il rumore assiduo della ripetizione che possa trasmetterci quello che può accadere una sola volta. L’immaginario non si costruisce contro il reale per negarlo o compensarlo; si stende tra i segni, da libro a libro, nell’interstizio delle ripetizioni e dei commentari; nasce e si forma nell’intercapedine dei testi.
È un fenomeno da biblioteca.

Michelet nella Strega, Quinet in Ahasverus, avevano anch’essi esplorato queste forme dell’eruditismo onirico. Ma la Tentazione non è un sapere che si eleva a poco a poco fino alla grandezza di un’opera. È un’opera che si costituisce subito nello spazio del sapere: esiste in uno specifico rapporto fondamentale coi libri.
Forse per questa ragione essa è più che un episodio nella storia dell’immaginazione occidentale; inaugura una letteratura che esiste solo nella rete e attraverso la rete del già scritto: è il libro in cui la finzione dei libri si prende come gioco.

Si dirà che già Don Chisciotte e tutta l’opera di Sade …
Ma è in maniera ironica che Don Chisciotte è legato ai racconti della cavalleria e la Nouvelle Justine ai romanzi virtuosi del XVIII secolo: ma via! non sono che dei libri …
La Tentazione, invece, si riferisce in maniera seria all’immenso dominio dello stampato; prende posto nell’istituzione riconosciuta della scrittura. È in minor misura un libro nuovo, da mettere accanto agli altri, che un’opera che si estende sullo spazio dei libri esistenti. Li ricopre, li nasconde, li rivela, con un solo movimento li fa balenare e sparire.

Non è soltanto un libro che Flaubert per molto tempo ha sognato di scrivere; è il sogno degli altri libri: di tutti gli altri libri, sognanti, sognati – ripresi, frammentati, spostati, combinati, allontanati, distanziati dal sogno, ma da questo anche ravvicinati fino alla soddisfazione immaginaria e scintillante del desiderio.
Con la Tentazione, Flaubert ha forse scritto la prima opera letteraria che abbia la sua collocazione specifica nel solo spazio dei libri: in seguito, Il libro di Mallarmé diventerà possibile, poi Joyce, Roussel, Kafka, Pound, Borges.
La biblioteca è in fiamme.

Manet-déjeuner
Manet – Le déjeuner sur l’herbe

È possibile che Le déjeuner sur l’herbe e l’Olympia siano state le prime pitture «da museo»: per la prima volta nell’arte europea delle tele sono state dipinte – non precisamente per replicare a Giorgione, a Raffaello e a Velásquez, ma per testimoniare, al riparo di questo rapporto particolare e visibile, al di sotto della referenza decifrabile, di un nuovo rapporto della pittura con se stessa, per manifestare l’esistenza dei musei, e il modo d’essere e di parentela che acquistano i quadri in questa sede.

La Tentazione è la prima opera letteraria che tenga conto di quelle istituzioni verdastre, dove i libri si accumulano e dove cresce dolcemente la lenta e sicura vegetazione del loro sapere.
Flaubert è rispetto alla biblioteca ciò che Manet è rispetto al museo.
Essi scrivono, dipingono in un rapporto fondamentale con ciò che è stato dipinto, con ciò che è stato scritto, o piuttosto con ciò che della pittura e della scrittura rimane indefinitamente aperto.

La loro arte si edifica là dove si ferma l’archivio.
Essi non segnalano il carattere tristemente storico – gioventù appassita, assenza di freschezza, inverno di invenzioni – con cui a noi piace stigmatizzare la nostra era alessandrina; ma mettono in chiaro un fatto essenziale alla nostra cultura: ogni quadro appartiene ormai alla grande superficie quadrettata della pittura; ogni opera letteraria appartiene al mormorio indefinito dello scritto.
Flaubert e Manet hanno fatto esistere, nell’arte stessa, i libri e le tele.

Nella Tentazione, la presenza del libro è curiosamente manifestata e nascosta.
Il testo in quanto libro viene immediatamente smentito. Appena aperto, il volume contesta i segni stampati di cui è popolato e assume la forma di una pièce teatrale: trascrizione di una prosa che non sarebbe destinata a essere letta, ma recitata e messa in scena.
Flaubert aveva sognato per un momento di fare della Tentazione una specie di grande dramma, un Faust che avrebbe inghiottito tutto l’universo delle religioni e degli dèi. Ben presto Flaubert vi ha rinunciato; ma ha conservato all’interno del testo tutto ciò che può contrassegnare un’eventuale rappresentazione: taglio in dialoghi e in scene, descrizione del luogo della scena, degli elementi scenografici e della loro modificazione, indicazione del movimento degli «attori» sulla ribalta […]

Manet-Olympia
Manet – Olympia

Il libro è dunque tenuto a descrivere una scena che rappresenta essa stessa un «palcoscenico» preparato dalla natura e sul quale nuove scene verranno a loro volta a erigere nuovi scenari.
Queste indicazioni non enunciano l’utilizzazione futura del testo (sono quasi tutte incompatibili con una reale messa in scena) ma evidenziano soltanto il suo modo d’essere: lo stampo non deve essere che il supporto discreto del visibile; un insidioso spettatore sta per prendere il posto del lettore, e l’atto di leggere si dissolverà nel trionfo di un altro sguardo.
Il libro scompare nella teatralità che lo porta alla luce.

Ma per riapparire immediatamente all’interno dello spazio scenico. I primi segni della tentazione non sono dovuti alla comparsa delle ombre che si allungano e all’apparizione di ceffi inquietanti che forano la coltre della notte, quanto piuttosto a sant’Antonio che per proteggersene ha acceso la torcia e aperto «un grosso libro».
Posizione conforme alla tradizione iconografica: nel quadro di Bruegel il Giovane che Flaubert aveva tanto ammirato visitando a Genova la collezione Balbi e che, a quanto dice, avrebbe fatto nascere in lui il desiderio di scrivere La tentazione, l’eremita, in basso, nell’angolo destro della tela, è inginocchiato davanti a un immenso in-folio con la testa un po’ reclinata, con gli occhi fissi sulle righe scritte.

Bruegel-Tentazioni
Bruegel il Giovane – Le tentazioni di sant’Antonio

Intorno a lui donne nude aprono le braccia, una lunga figura famelica tende un collo da giraffa, gli uomini barile avanzano tumultuando, e bestie senza nome si divorano tra loro, mentre sfilano tutti i grotteschi della terra, vescovi, re e potenti; ma il santo non vede niente di tutto ciò, essendo assorto nella lettura.
Non vede niente, a meno che non stia osservando, in tralice, la grande gazzarra, a meno che, per difendersi, non stia facendo appello alla potenza enigmatica di quel libro magico.
A meno che non sia proprio quel balbettamento con cui egli va compitando i segni scritti ad evocare tutte quelle povere figure informi, che non hanno ricevuto nessun nome in nessuna lingua; che nessun libro mai accoglie e che si accalcano, innominate, tra i pesanti fogli del volume.
A meno che, infine, non sia proprio dallo spiraglio delle pagine socchiuse e dallo stesso interstizio delle lettere che sgusciano fuori tutte queste esistenze che non possono essere figlie della natura.

Più fecondo del sonno della ragione, il libro genera forse l’infinito dei mostri. Ben lungi dal proporre uno spazio protettore, il libro ha liberato un oscuro brulichio e tutta un’ombra sospetta in cui si mescolano l’immagine e il sapere.
In tutti i casi, qualunque sia il significato dell’in-folio aperto nel quadro di Bruegel, il sant’Antonio di Flaubert, per proteggersi dal male che comincia a ossessionarlo, impugna il suo libro e legge a caso cinque passi delle Sacre Scritture.

Ma ecco che dall’astuzia del testo, all’improvviso, nell’aria della sera si diffondono il sapore del famelico, l’odore del sangue e della collera, l’incenso dell’orgoglio, gli aromi che valgono più del loro peso in oro e i profumi colpevoli delle regine d’Oriente.
Il libro è il luogo della Tentazione.
E non un libro qualsiasi: se il primo dei testi che l’eremita legge appartiene agli Atti degli Apostoli, i quattro ultimi sono stati addirittura tolti dall’Antico Testamento, dalla Scrittura stessa di Dio, dal libro per eccellenza […]

(Foucault, Prefazione a Flaubert, La tentazione di sant’Antonio)