Collodi – Pinocchio inghiottito dal Pescecane

Pinocchio-capra-pescecaneIntanto che Pinocchio nuotava alla ventura, vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco, e su in cima allo scoglio, una bella caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.
La cosa più singolare era questa: che la lana della caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di più colori, come quella delle altre capre, era invece tutta turchina, ma d’un turchino così sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.

Lascio pensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò a battere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si dié a nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza strada, quand’ecco uscir fuor dell’acqua e venirgli incontro un’orribile testa di mostro marino, con la bocca spalancata come una voragine, e tre filati di zanne, che avrebbero fatto paura anche a vederle dipinte.
E sapete chi era quel mostro marino?
Quel mostro marino era né più né meno quel gigantesco Pescecane ricordato più volte in questa storia, e che, per le sue stragi e per la sua insaziabile voracità, veniva soprannominato l’Attila dei pesci e dei pescatori.

Immaginatevi lo spavento del povero Pinocchio, alla vista del mostro. Cercò di scansarlo, di cambiare strada: cercò di fuggire: ma quella immensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocità di una saetta.
«Affrettati, Pinocchio, per carità!», gridava belando la bella caprettina. E Pinocchio nuotava disperatamente con le braccia, col petto, con le gambe e coi piedi.
«Corri, Pinocchio, perché il mostro si avvicina!…». E Pinocchio, raccogliendo tutte le sue forze, raddoppiava di lena nella corsa.
«Bada, Pinocchio! … il mostro ti raggiunge! … Eccolo! … Eccolo! … Affrettati per carità, o sei perduto!…». E Pinocchio a nuotare più lesto che mai, e via, e via, e via, come anderebbe una palla di fucile. E già si accostava allo scoglio, e già la caprettina, spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscir fuori dell’acqua … Ma! …

Pinocchio-pescecane2Ma oramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto. Il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino, come avrebbe bevuto un uovo di gallina, e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità, che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pescecane, batté un colpo così screanzato da restarne sbalordito per un quarto d’ora.
Quando ritornò in sé da quello sbigottimento, non sapeva raccapezzarsi, nemmeno lui, in che mondo si fosse. Intorno a sé c’era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d’inchiostro. Stette in ascolto e non sentì nessun rumore: solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandi buffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quel vento uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro. Perché bisogna sapere che il Pescecane soffriva moltissimo d’asma, e quando respirava, pareva proprio che soffiasse la tramontana.

Pinocchio, sulle prime, s’ingegnò di farsi un po’ di coraggio: ma quand’ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo al mostro marino, allora cominciò a piangere e a strillare; e piangendo diceva: «Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c’è nessuno che venga a salvarmi?».
«Chi vuoi che ti salvi, disgraziato? …», disse in quel buio una vociaccia fessa di chitarra scordata.
«Chi è che parla così?», domandò Pinocchio, sentendosi gelare dallo spavento.
«Sono io! sono un povero Tonno, inghiottito dal Pescecane insieme con te. E tu che pesce sei?».
«Io non ho che veder nulla coi pesci. Io sono un burattino».

«E allora, se non sei un pesce, perché ti sei fatto inghiottire dal mostro?».
«Non son io, che mi son fatto inghiottire; gli è che lui mi ha inghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?…».
«Rassegnarsi e aspettare che il Pescecane ci abbia digeriti tutt’e due!».
«Ma io non voglio essere digerito!», urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
«Neppure io vorrei esser digerito – soggiunse il Tonno – ma sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…».

«Scioccherie!», gridò Pinocchio.
«La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!».
«Insomma … io voglio andarmene di qui … io voglio fuggire …».
«Fuggi, se ti riesce!…».
«È molto grosso questo Pescecane che ci ha inghiottiti?», domandò il burattino.
«Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometro senza contare la coda».

Nel tempo che facevano questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di veder lontano lontano una specie di chiarore.
«Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano?», disse Pinocchio.
«Sarà quel nostro compagno di sventura, che aspetterà come noi il momento di esser digerito!…».
«Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?».
«Io te l’auguro di cuore, caro burattino».
«Addio, Tonno».
«Addio, burattino: e buona fortuna».
«Dove ci rivedremo?…».
«Chi lo sa? … È meglio non pensarci neppure!».

Pinocchio, appena che ebbe detto al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel buio, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pescecane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona, e quell’acqua sapeva di un odore così acuto di pesce fritto, che gli pareva d’essere a mezza quaresima.
Pinocchio-ritrova-Geppetto-pescecaneE più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato … che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.

A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioia, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare: «Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!».

«Dunque gli occhi mi dicono il vero?», replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi. «Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?».
«Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero? Oh! babbino mio, come siete buono! … e pensare che io, invece … Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi son piovute sul capo e quante cose mi sono andate a traverso! Figuratevi che il giorno che voi, povero babbino, col vendere la vostra casacca, mi compraste l’Abbecedario per andare a scuola, io scappai a vedere i burattini, e il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perché gli cuocessi il montone arrosto, che fu quello poi che mi dette cinque monete d’oro, perché le portassi a voi, ma io trovai la Volpe e il Gatto, che mi condussero all’osteria del Gambero Rosso, dove mangiarono come lupi, e partito solo di notte incontrai gli assassini che si misero a corrermi dietro, e io via, e loro dietro, e io via, e loro sempre dietro, e io via, finché m’impiccarono a un ramo della Quercia grande, dovecché la bella Bambina dai capelli turchini mi mandò a prendere con una carrozzina, e i medici, quando m’ebbero visitato, dissero subito: – Se non è morto, è segno che è sempre vivo – e allora mi scappò detta una bugia, e il naso cominciò a crescermi e non mi passava più dalla porta di camera, motivo per cui andai con la Volpe e il Gatto a sotterrare le quattro monete d’oro, che una l’avevo spesa all’osteria, e il Pappagallo si messe a ridere, e viceversa di duemila monete non trovai più nulla, la quale il Giudice quando seppe che ero stato derubato, mi fece subito mettere in prigione, per dare una soddisfazione ai ladri, di dove, col venir via, vidi un bel grappolo d’uva in un campo, che rimasi preso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe il collare da cane perché facessi la guardia al pollaio, che riconobbe la mia innocenza e mi lasciò andare, e il Serpente, colla coda che gli fumava, cominciò a ridere e gli si strappò una vena sul petto, e così ritornai alla casa della bella Bambina che era morta, e il Colombo vedendo che piangevo mi disse: – Ho visto il tu’ babbo che si fabbricava una barchettina per venirti a cercare – e io gli dissi: – Oh se avessi l’ali anch’io – e lui mi disse: – Vuoi venire dal tuo babbo? – e io gli dissi: – Magari! ma chi mi ci porta? – e lui mi disse: – Ti ci porto io – e io gli dissi: – Come? – e lui mi disse: – Montami sulla groppa – e così abbiamo volato tutta la notte, poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso il mare mi dissero: – C’è un pover’uomo in una barchetta che sta per affogare – e io da lontano vi riconobbi subito, perché me lo diceva il core, e vi feci segno di tornare alla spiaggia …».

«Ti riconobbi anch’io – disse Geppetto – e sarei volentieri tornato alla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallone m’arrovesciò la barchetta. Allora un orribile Pescecane che era lì vicino, appena che m’ebbe visto nell’acqua corse subito verso di me, e tirata fuori la lingua, mi prese pari pari, e m’inghiottì come un tortellino di Bologna».
«E quant’è che siete chiuso qui dentro?», domandò Pinocchio.
«Da quel giorno in poi, saranno oramai due anni: due anni, Pinocchio mio, che mi son parsi due secoli!».
«E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E i fiammiferi per accenderla, chi ve li ha dati?».

Geppetto-barchetta

«Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere che quella medesima burrasca, che rovesciò la mia barchetta, fece anche affondare un bastimento mercantile. I marinai si salvarono tutti, ma il bastimento calò a fondo e il solito Pescecane che quel giorno aveva un appetito eccellente, dopo avere inghiottito me, inghiottì anche il bastimento …».
«Come? Lo inghiottì tutto in un boccone?…», domandò Pinocchio meravigliato.
«Tutto in un boccone: e risputò solamente l’albero maestro, perché gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per mia gran fortuna, quel bastimento era carico non solo di carne conservata in cassette di stagno, ma di biscotto, ossia di pane abbrustolito, di bottiglie di vino, d’uva secca, di cacio, di caffè, di zucchero, di candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera. Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggi sono agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c’è più nulla, e questa candela, che vedi accesa, è l’ultima candela che mi sia rimasta …».
«E dopo?…».
«E dopo, caro mio, rimarremo tutt’e due al buio».
«Allora, babbino mio – disse Pinocchio – non c’è tempo da perdere. Bisogna pensar subito a fuggire …».
«A fuggire? … e come?».
«Scappando dalla bocca del Pescecane e gettandosi a nuoto in mare».
«Tu parli bene: ma io, caro Pinocchio, non so nuotare».
«E che importa?… Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e io, che sono un buon nuotatore, vi porterò sano e salvo fino alla spiaggia».
«Illusioni, ragazzo mio! – replicò Geppetto, scuotendo il capo e sorridendo malinconicamente. – Ti par egli possibile che un burattino, alto appena un metro, come sei tu, possa aver tanta forza da portarmi a nuoto sulle spalle?».
«Provatevi e vedrete! A ogni modo se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme».

E senza dir altro, Pinocchio prese in mano la candela, e andando avanti per far lume, disse al suo babbo:
«Venite dietro a me, e non abbiate paura».
E così camminarono un bel pezzo, e traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco del Pescecane. Ma giunti al punto dove cominciava la spaziosa gola del mostro, pensarono bene di fermarsi per dare un’occhiata e cogliere il momento opportuno alla fuga.

Ora bisogna sapere che il Pescecane, essendo molto vecchio e soffrendo d’asma e di palpitazione di cuore, era costretto a dormire a bocca aperta: per cui Pinocchio, affacciandosi al principio della gola e guardando in su, poté vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.
«Questo è il vero momento di scappare – bisbigliò allora voltandosi al suo babbo. – Il Pescecane dorme come un ghiro: il mare è tranquillo e ci si vede come di giorno. Venite dunque, babbino, dietro a me, e fra poco saremo salvi».

Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino, e arrivati in quell’immensa bocca, cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello, il Pescecane starnutì, e nello starnutire, dette uno scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all’indietro e scaraventati nuovamente in fondo allo stomaco del mostro.

Nel grand’urto della caduta la candela si spense, e padre e figliolo rimasero al buio.
«E ora?», domandò Pinocchio facendosi serio.
«Ora, ragazzo mio, siamo bell’e perduti».
«Perché perduti? Datemi la mano, babbino, e badate di non sdrucciolare!».
«Dove mi conduci?».
«Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura».

Pinocchio-Geppetto-escono-pescecane

Ciò detto, Pinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando sempre in punta di piedi, risalirono insieme su per la gola del mostro: poi traversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti. Prima però di fare il gran salto, il burattino disse al suo babbo: «Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Al resto ci penso io».
Appena Geppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliolo, il bravo Pinocchio, sicuro del fatto suo, si gettò nell’acqua e cominciò a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: la luna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pescecane seguitava a dormire di un sonno così profondo, che non l’avrebbe svegliato nemmeno una cannonata.

(Collodi: Le avventure di Pinocchio, 34-35)