Finlandia – Väinämöinen nella pancia di Antero Vipunen

Il vecchio intrepido Väinämöinen non aveva riportato le parole dalle dimore di Tuonela, dalle stanze di Manala. Continuava a pensare, a rivolgere nella mente dove potesse trovare le formule, cogliere i preziosi incantesimi.
Un pastore gli venne incontro e gli parlò in questo modo: «Scoprirai cento parole, mille formule per il tuo canto nella bocca di Antero Vipunen, nel ventre del grande Mago; tuttavia dovrai andare laggiù, percorrere un certo sentiero: non è un viaggio dei più facili, neppure dei più difficili. Il primo tratto dovrai correre sulle punte degli aghi delle donne, il secondo proseguire sulle punte delle spade degli uomini, il terzo camminare sul filo delle asce dei guerrieri».

Il vecchio intrepido Väinämöinen decise comunque di partire. Va dunque dal fabbro, gli parla in questo modo: «Fabbro Ilmarinen, forgiami scarpe di ferro, fucinami manopole di ferro, fabbricami una camicia di ferro. Fammi anche un giavellotto di ferro, fammene uno d’acciaio a pagamento perché voglio cercare le parole, cogliere le formule magiche nel ventre del grande gigante, nella bocca di Antero Vipunen».
Il fabbro Ilmarinen parlò in questo modo: «Vipunen è morto da gran tempo; da lungo Antero non è stato visto tendere i suoi lacci, mettere le sue reti. Da lui non otterrai neanche una parola, nemmeno la metà di una formula».

Vainamoinen-Vipunen

Il vecchio intrepido Väinämöinen partì senza prestare ascolto.
Il primo giorno corse sulle punte degli aghi delle donne, il secondo avanzò sulle punte delle spade degli uomini, il terzo camminò sul filo delle asce dei guerrieri.
Vipunen, ricco di canzoni, il vecchio dalle risorse prodigiose, giaceva sotto terra insieme ai suoi canti, disteso nel sonno con le sue magiche parole. Un pioppo gli cresceva dalla spalla, una betulla spuntava dalla tempia, un olmo dalla punta della mascella, un salice dalla barba, un abete superbo dalla fronte, un pino selvatico in mezzo ai denti.

Già è giunto Väinämöinen; trae la spada, la lama d’acciaio dal fodero di pelle, dalla cintura di rigido cuoio: scalza il pioppo dalla nuca, abbatte la betulla dalle tempie, i grandi olmi dal mento, i salici dalla barba, i superbi abeti dalla fronte, i pini selvatici dai denti.
Poi affonda lo spiedo di ferro nella bocca di Antero Vipunen, nelle gengive ghignanti, dentro le mascelle scricchiolanti. Levò la voce, pronunciò queste parole: «Sorgi ora dal giaciglio sotterraneo, schiavo dell’uomo, scuotiti dal tuo lungo sonno!».

Vipunen ricco di canti si destò subito dal sonno. Sentì un forte dolore, uno spasimo acuto; allora morse lo spiedo, affondò i denti nel duro ferro, ma non riuscì a spezzare l’acciaio né a rompere il cuore del ferro.
Mentre incombeva sopra di lui, il vecchio Väinämöinen scivolò col piede destro, sdrucciolò col piede sinistro dentro la bocca di Vipunen, all’improvviso tra le sue mascelle.

Subito Vipunen ricco di canti allargò ancora di più la bocca, spalancò le mascelle; inghiottì l’uomo assieme alla spada, trangugiò il vecchio intrepido Väinämöinen.
Poi pronunciò queste parole: «Ho già mangiato molte cose: agnelli, capre, vacche sterili; ho mangiato anche cinghiali, ma non avevo ancora gustato niente di simile, un boccone tanto saporito!».

Antero-VipunenAllora il vecchio Väinämöinen si pronunciò in questo modo: «È forse giunta l’ora della mia rovina, il mio giorno fatale, in questo rifugio di Hiisi, in questa caverna di Kalma?».
Pensa e riflette come possa esistere, come possa sopravvivere. C’è un pugnale alla sua cintura, un coltello dal fodero screziato; con quello mette insieme una barca, costruisce uno scafo con maestria. Si muove e scivola da un capo all’altro dell’intestino; rema in ogni anfratto, esplora ogni singola piega.

Vipunen ricco di canti non volle darsene pena.
Allora il vecchio Väinämöinen si fece fabbro, si trasformò in ferraio: della camicia fece una fucina, delle maniche i soffietti, della pelliccia il mantice, delle brache il camino, delle calze i raccordi del fumaiolo; il ginocchio gli servì da incudine, il gomito da martello.
Si mise a battere, a battere e a fucinare con colpi poderosi; martellò tutta la notte senza posa, tutto il giorno senza mai fermarsi, nel ventre del potente stregone, dentro il petto del vecchio sapiente.

Vipunen ricco di canti cominciò infine a parlare: «Qual è il tuo rango tra i mortali, il tuo posto tra gli eroi? Ho divorato più di cento uomini, ucciso mille eroi; mai ho divorato uno che ti somigli: carboni ardenti mi volano in bocca, tizzoni mi bruciano la lingua, scorie di ferro mi lacerano la gola».

Allora il vecchio intrepido Väinämöinen pronunciò queste parole: «Mi trovo bene qui, passo piacevolmente il mio tempo: il tuo fegato mi fa da pane, il grasso del tuo stomaco supplisce il condimento; coi polmoni mi faccio uno stufato, con l’adipe del buon cibo. Sistemerò l’incudine ancora più a fondo nella carne del tuo cuore, picchierò più forte il martello sopra le parti più sensibili così che tu non possa mai sfuggirmi per tutto il corso della vita, a meno che io abbia appreso da te le formule, abbia attinto gli scongiuri, ascoltato versi in abbondanza, parole magiche a profusione. Le parole non possono essere nascoste né le formule imprigionate dentro la fessura della roccia; la potenza magica deve rivelarsi anche se il mago potente muore».

Allora Vipunen ricco di canti, il vecchio dalle grandi risorse, nella cui bocca albergava la sapienza, nel cui seno una scienza interminabile, aprì la cassa delle parole, lo scrigno pieno di runot per cantare i suoi buoni versi, intonare i migliori canti delle origini profonde, del principio delle cose quali un bambino non saprebbe cantare, che non tutti gli eroi saprebbero comprendere in questi tempi tristi, in questo mondo caduco.
Vainamoinen-exit-VipunenRecitò le parole magiche della creazione, tutte le formule nel giusto ordine: come l’aria si generò da se stesso col consenso di Dio, per grazia dell’Onnipotente, come l’acqua fu separata dal cielo, la terra si elevò sopra le onde, le piante spuntarono dal suolo. Cantò il formarsi della luna, il fissarsi del sole, come furono innalzati i pilastri dell’aria, come il cielo fu seminato di stelle.

Vipunen ricco di canti dispiegò tutta la sua scienza: mai si era inteso, mai nel corso di questa vita, un cantore migliore, un mago più sapiente. La sua bocca lanciava parole, la lingua spingeva gli incantesimi come il puledro lancia le zampe, come il corsiero spinge gli agili piedi.
Cantò giorni e giorni senza posa, notti e notti senza sosta.
Il sole si fermò ad ascoltarlo, l’aurea luna per prestargli orecchio; le onde rimasero immobili sul mare, i flutti ristettero nel golfo, il torrente tralasciò di scorrere, la cateratta di Rutja di mugghiare; le rapide di Vuoksi sospesero la corsa, il fiume Jourtani fece sosta.

Allora vecchio Väinämöinen, quando ebbe inteso le parole, appreso le formule in quantità, dopo che ebbe raccolto i magici scongiuri, si accinse a uscire dalla bocca di Vipunen, dalle viscere di quel potente, dal petto del grande Mago.
Disse: «Orsù, Antero Vipunen, spalanca la bocca, divarica le mascelle perché io esca dal tuo ventre, me ne torni a casa».

Vipunen ricco di canti pronunciò queste parole: «Ho mangiato e bevuto molte cose; ne ho divorate a migliaia, ma non ho mai inghiottito nulla che somigli a Väinämöinen. Se hai fatto bene a entrare, fai ancor meglio ad andare via!».
Poi Vipunen ricco di canti scoprì le grandi gengive, spalancò la bocca, disserrò le enormi mascelle; il vecchio Väinämöinen cominciò a uscire dalla bocca del gigante, dallo stomaco del grande sapiente, dal ventre del magico cantore; sgusciò in un baleno dalle labbra, saltò svelto sulla landa come uno scoiattolo dorato, come una martora dal petto d’oro.

Si allontanò senza indugiare, e andò alla fucina di Ilmarinen.
Il fabbro gli chiese: «Hai davvero raccolto le parole, appreso gli scongiuri per fissare i bordi, saldare la poppa, drizzare l’asse della prua?».
Il vecchio intrepido Väinämöinen si espresse in questo modo: «Ho trovato centinaia di parole, migliaia di magici scongiuri; le parole più segrete, gli scongiuri più nascosti».
Andò poi al suo battello, al cantiere arricchito di canti; la barca fu pronta in un baleno con il fasciame ben legato, la poppa rinsaldata, rialzato l’asse della prua: era stata fatta senza utensili, senza che una sola scheggia si staccasse dal legname.

(Kalevala, runo 17)