La pazzia che deve essere ancora dormita

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Magritte – Il ritorno

Amleto parla parole umane, ma non facciamoci trarre in inganno. Amleto è un dio – sia pure caduto in disgrazia. Un dio tenuto in ostaggio della sua divina incontinenza, un dio vincolato a essere «senza fine», un dio che non finisce mai di essere dio. Un dio incatenato alla sua (presumo) «retta via». Un dio che non devia, che non piega, che non curva mai.
C’è però un momento, un momento terribile! – in cui la sua follia «sfiora» il Racconto Umano, un attimo in cui lo «tocca», e insieme lo «contamina»: è allora che possiamo confonderci e, istigati da quell’istrione di Shakespeare, rischiamo di prenderlo per uno di noi.

Ma la cartina di tornasole parla chiaro: per essere umano, dovrebbe lasciarsi andare, Amleto. Andare, se non a Ofelia (sarebbe chiedergli troppo), almeno però a quel morire dormire intorno a cui divaga. Invece di tante chiacchiere, dovrebbe rilassarsi, rifiatare, appisolarsi due minuti.
E invece no, Amleto non dorme mai, Amleto è sempre in guardia, sempre con quel chiodo fisso in mente che lo tiene sveglio.
Amleto ha sete di vendette. Una sete immortale, insaziabile. Amleto non ha diritto a morire. Non può dormire. Mai. Avverbio di tempo senza fine.
Amleto è un proverbio che questa infinità ci ha lasciato in deposito, quasi a volerci ammonire: c’è una testardaggine divina che infesta i sogni umani!

Guarda invece Gilgameš, guarda quel poveraccio di K. – hanno penato a lungo, hanno viaggiato tanto, hanno fatto il periplo del mondo, eppure non chiedono, dopo tutto, che un giaciglio su cui distendersi. L’uomo, prima o poi, si stanca di stare eretto. È ancora in debito col suo passato quadrumane. Perciò, se è il caso, dorme anche per terra. Gli basta acconciarsi alla bell’e meglio sulla sponda del letto di uno sconosciuto chicchessia. Per addormentarsi, a K. non ci vuole molto di più.
È il divino Insonne, invece, che non si stanca, non dorme, e non muore mai. È il dio che «macina e macina e macina» il suo furore interminabile, Marte in persona, l’«iradiddio», è Lui il Rigore che non vuole, che non sa, e che non ha di che darsi pace, amen.

Solo per un istante pare che la sua macchina stia sul punto di incepparsi: è solo in quel momento che il suo caso «divino» s’incrocia e sembra parlare la stessa lingua che il nascente capitalismo «umano» cominciava a balbettare ai tempi di Shakespeare.
Li vedi che si strizzano l’occhio. Almeno su una cosa s’intendono a occhi chiusi: guai a fermare la catena di montaggio! andare avanti, andare avanti, andare avanti! Imperativo categorico.
Così parlano, così imperano, così montano (su tutte le furie) i disumani. Ma anche i pre-umani e i post-umani, se ci pensi bene.

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Magritte – La vittoria

Pensaci, ma non pensarci troppo, perché se poi ti stanchi e ti addormenti, sappi che ci sono in giro tanti «sonni di morte». E tanti «spettri senza corpo». E molti di questi, forse i più terribili, di sicuro i più tenaci, i più instancabili, attendono ancora di essere dormiti, e nel sonno sedati, nel sonno estinti e terminati, nel sonno fatti brillare, nel sonno svuotati della più faticosa delle illusioni – quella che li vorrebbe eterni. Quella che «si eterna» succhiando illusioni dal tuo e dal mio midollo nel nome dell’Uomo e della sua Storia.
Pensaci, ma giusto quel tanto che ci vuole per pensare alla possibilità di un eroismo senza eroi, di un credo senza martiri o di un tesoro senza pirati.
Prova a immaginare che lo scrigno è aperto, e che tu – come me – ci sei già dentro. Immagina di essere, a tua insaputa, una pietra preziosa. Magari, il Re o la Regina del Castello in cui senza saperlo ti aggiri.
E già, sembra una bettola! Come darti torto?

Guarda, c’è l’ubriaco che sta alzando un altro calice, brinda – parole sue! – «alla marocchina maestà della zingara» che gli avrebbe letto la mano non più di un’ora fa. Forse non è il filosofo che, quando beve, dice d’essere. Ma resta il fatto che, se lo dice, è perché non ha bevuto abbastanza da scordarsi dove deve fingere d’essere, per avere un posto a tavola!
Beve. Beve per privare dell’immortalità le sciocchezze che dice. E se possibile, privare dell’immortalità anche il suo stesso essere. Beve per dare una fine alla fatica di ricordare chi deve fingere di essere realmente (non è questa la catena di vendette?).

Dodici fatiche ha fatto Ercole. A modo suo, ovvero «senza farla», Gilgameš ha fatto tredici.
Ma prova a dirlo a chi, le sue illusioni non le ha mai dormite, a chi vigila notte e giorno su di esse, a chi ne serba fedele memoria, a chi a memoria ne ripete la cantilena: la vispa Teresa avea tra l’erbetta. Prova a dirglielo, e vedrai fino a che punto l’«ira» di Amleto ha infettato la sua «umanità». Lo vedi? ha sempre un nemico da aspettare al varco!

Ecco, lo sapevo: c’è sempre un paleontologo che viene a romperti le scatole, un idealista che sul più bello trova sempre il modo di dirti che stai sognando, e che i sogni non sono reali. Ecco, ha ragione: ti vuole realmente divorare, a nome del Vorace nella cui pancia è lui realmente a essere inghiottito.
Come si chiama? Si chiama Utnapištim. Una volta fu un uomo. Da che è immortale, non dorme più. Lo sventurato. Il custode della Porta che dà sul Mito. Il Drago del Vello d’oro. Gli Eroi, da sempre, hanno preso l’abitudine di mangiarne il cuore e di berne il sangue, più o meno eucaristico. Tenere presente che ci sono pur sempre i sacerdoti aztechi, a pretendere il primo piano in questa scena del Teatro della Crudeltà Eroica.
Eroica, perché disumana. Eroica, perché pre-umana. Arcaica bestialità che ci insiste nei nervi. Che si tende nelle nostre tensioni.
È là dove queste tensioni si allentano, scemano e si addormentano, è là che spunta l’Umano. È giunta l’ora di dirla – disse l’ubriaco – stasera quest’altra sciocchezza. Poi ci bevo su, e stanotte me la dormo – aggiunse mettendosi a sedere, non senza qualche difficoltà d’orientamento.

Disse: la vita è sogno. Non è stato un dio, ma il Sonno che ci ha nati uomini. Che, se eravamo dèi, ci ha fatti uomini. E se eravamo bestie, com’è più probabile che sia, ci ha morti a una bestialità che, forse, non era meno incontinente della divina sete di vendetta di Amleto.
C’è chi, come il Cocciuto Titano, sa dove andare. Ma c’è anche chi continua a chiedere dove deve andare per andare dove deve andare, anche se non è Totò e non sta girando un film. Poi, last but not least, c’è anche chi, come Utnapištim, è andato dove doveva andare … e non è più tornato.

Quelli che vanno e più non ritornano quaggiù tra noi, magari i più geniali di noi, i più «amletici», quelli forse più capaci di penetrare il segreto del mondo ma impotenti a spartirne la conoscenza con noialtri, quelli che per spirito di avventura, o solo per caso, si sono esposti ai richiami di una certa non so quale «Roccia che non ride» – essi, no, se mai lo sono stati una volta, adesso non sono più umani.
Se ne sono andati per la tangente. Di umani, ci siamo rimasti quei pochi di noi che ancora smarriti ci aggiriamo nella selva oscura, di noi che dobbiamo penare per un briciolo del pan degli Angeli, e se mai l’otteniamo, è solo per la gentile commiserazione che la Padrona di Casa (al secolo: la «moglie» del vecchio Utnapištim) ci accorda in extremis.

Fu un ambiguo «sonno di morte e insieme di nascita», quello che Gilgameš ebbe a sognare. Un sonno in cui doveva morire l’Immortale, dio o bestia, che avesse osato dormirlo. Dormirlo a lungo. Sei giorni e sette notti, almeno. Il tempo minimo che ci voleva per partorire il Mortale, l’uomo, che sfruttasse l’occasione. L’occasione di andare a scoprire l’immortalità, là dove essa si dà gratuitamente – dove si dà che è già reale, e non ha bisogno che qualcuno si dia da fare a realizzarla. Là dove vuole solo essere dormita.

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Magritte – La corda sensibile

La porta è sempre aperta, dice il guardiano. Nessun concetto di «realtà», neanche quello ispirato alla logica più ferrea e rigorosa, potrà mai chiuderla. La possibilità di «saggiare» l’immortalità può sempre darsi – e questo suo «potersi dare», questo suo «poter essere» è tutta la Realtà Umana, nient’altro che quella Nuvola di Sogno che sopraffece il nostro Antenato e lo sedò.
Sedò lui, e la sua lingua soprattutto.
Quella Nuvola non era niente, ma aveva tutta l’aria d’essere l’Immortalità che veniva ad avvolgerlo, a sua insaputa.

Credeva di essere in una fumeria, e invece era nel Castello.
E che c’era andato a fare?
Solo a cercare la sponda del letto di uno sconosciuto, dove fare la nanna. Sarebbe troppo trovarci Ofelia che ancora ti aspetta, divino scemo che non sei altro, furioso Amleto.
È così facile, guarda Abramo: si stancò, e si addormentò all’ombra di una quercia. Fu allora che lo «visitarono» gli Angeli.
Tutto, come vedi, dipende solo dalla nostra ospitalità.

L’immortale, il divino Insonne, sa, e lo dice: anche se si togliesse di dosso questo groviglio mortale, non basterà a farla finita. Neanche la Morte può dare un termine alla sua passione distruttiva. Morendo, avrà solo dato «alla sventura una vita più lunga».
L’Immortale non sfrutta mai l’occasione di morire. Teme che, lasciandosi dormire, avrà solo «immortalato» il DEBITO di cui credeva di sdebitarsi. Avrà solo da dover patire in eterno la passione della sua croce.

Ma non c’è niente di più sciocco, e forse perciò niente di più umano, che pensare all’immortalità come a un prolungamento in eterno di questa vita. Se c’è un modo di «fallirla», l’immortalità, è proprio questo ridurla a una realtà che è sempre questa «realtà», solo che non finisce mai.
Un incubo eterno: è questo che vogliamo?
O non preferiamo, piuttosto, liberarcene – di questa realtà – e se per pure per un solo istante abbandonarci, distenderci ed estenderci nell’intuizione di un’altra «realtà», di una realtà eternamente possibile, ma impossibile a realizzarsi in altro modo e altrove che là dove e come può darsi l’occasione. Sì, quella che nessun uomo sfrutta. L’occasione infruttuosa – è così che la chiama, e ha tutte le sante ragioni per chiamarla così, l’Amministrazione del condominio, pardon del Castello Umano.
Perché il Castello, a quanto pare, di quest’occasione non «realizza» nessun frutto. Nessun interesse. Il Castello «ragiona» come una banca.
Questa è, in fondo, la pazzia che deve essere ancora dormita.