Cacciari – A volte si danno occasioni

Alla Porta Aperta giunge anche il K. del Castello [cfr. cap.18: l’incontro di K. con Bürgel]. Pure alla Locanda le porte non si possono chiudere: «le porte dei segretari devono rimanere sempre aperte». In ogni momento può penetrare la «parte», il contendente, l’ersuchender Mensch. E il segretario, soprattutto la notte, è esposto alla sua preghiera, non potrebbe rinunziare ad occuparsi di un caso per il quale abbia anche una minima competenza.
Egli ha atteso la parte, «mit wahrem Durst», con vera sete; l’attendeva da sempre; la considerava addirittura irraggiungibile; ed ora finalmente è lì, c’è.

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Forse anche il guardiano attendeva così il contadino – ed è stato, come Bürgel, disperato e felice insieme al suo sopraggiungere.
Disperato, perché «inerme» difronte all’istanza che la parte, il contadino possono porre, e che una volta ascoltata si deve esaudire, scompigliando «letteralmente tutta l’amministrazione»; felice, perché proprio quella presenza invita ad essere penetrata, a soffrire con lei «delle sue vane pretese».

Il guardiano diviene inarrestabilmente loquace, si sforza di spiegare tutto, abusa addirittura delle sue competenze in queste descrizioni.
Ma la parte, il contadino pensano all’inganno; pensano, come K., di essere entrati nella stanza sbagliata, di parlare con il funzionario sbagliato, pensano che egli si comporti da dilettante, non colgono che le ‘contraddizioni’ del suo discorso, si destano soltanto dinanzi alla contraddizione, ma quando il funzionario giunge alla sua «ora difficile», costretto ad «adattarsi ed aspettare», dormono, come K., chiusi a tutto quello che accade: «abgeschlossen gegen alles, was geschah», non si accorgono di nulla, troppo stanchi, delusi.

Potrebbero accorgersi soltanto di ciò che il loro interpretare ha, per così dire, da sempre voluto, progettato, intenzionato.
Potrebbero accorgersi solo di ciò che hanno aperto, prodotto, disvelato.
Intransitabile è, per loro, quella porta sempre aperta. Occasione troppo grande per essere afferrata, segno troppo presente-visibile per essere percepito.
E questo tema – su cui Bürgel insiste spietatamente – rimanda finalmente al problema decisivo: al principio di non contraddizione, alla sua ‘situazione’ in Kafka.

Il monologo di Bürgel illustra, sviluppa ulteriormente l’aporia di Josef K. nel Processo, per quanto diverso sia il comportamento di quest’ultimo rispetto a quello di K. (il primo va via, malgrado non lo pensi affatto, indugia – «non vuoi altro da me?» – cerca di comprendere; il secondo avverte «l’assoluta inutilità» della sua visita, se ne va «come se già da tempo avesse preso congedo da Bürgel, senza salutare»).
Entrambi non possono districarsi dal sonno («si direbbe che lei non riesca a districarsi dal sonno», dice Bürgel a K.) che impedisce loro di comprendere quel nesso tra l’iniziale «può darsi» e la categorica impossibilità conclusiva.

Kafka-homo-cogitansIl «forse» del guardiano, quella futura possibilità che egli prospetta al contadino – con eccessiva misericordia? trascurando il suo dovere? venendo meno alla necessaria esattezza del suo compito? – sta al centro della disperata-felice loquela di Bürgel.
L’occasione, ancora lontanissima per il guardiano, sembra incombente per Bürgel. Ciò spiegherebbe anche la diversità del suo comportamento rispetto a quello del guardiano. Malgrado certi segni di condiscendenza nei confronti del contadino (si piega addirittura per ascoltarne la domanda!), questi rimane padrone della situazione; il contadino appare perfettamente lontano dal costituire un pericolo per l’«amministrazione».

Bürgel, invece, è colto allo scoperto, è «un segretario nudo», come K. lo sogna, statua di un dio, sì, ma costretto a proteggersi, a lottare, a squittire come una ragazza. Nel bel mezzo della notte, la parte è finalmente giunta, senza essere annunziata. Miracolosamente e del tutto inconsapevolmente, ha colto questa possibilità. L’estremamente improbabile ha preso improvvisamente forma, e minaccia, in tutta la sua straordinarietà, con la forza del suo eccesso, il segretario.

Egli non può difendersene che ritardando la preghiera, che seducendo dal pronunciarla. La sua resistenza può durare finché la preghiera tace. Alla terribile possibilità che la preghiera prenda voce si oppone, allora, il vortice del discorrere; la voce del discorrere ricopre in tutti i modi la possibilità della preghiera – eppure, non può farlo se non accennando di continuo a tale possibilità, può occultarla solo manifestandola.
Quell’assalto di parole vuole, sì, costringere K. ad un sonno senza più rimedio, ma, nello stesso tempo, gira ossessivamente intorno alla possibilità, per K., di ridestarsi, di formulare la sua preghiera.
Lo allontana richiamandolo e lo richiama nella forma del silenzio.

Che vi sia la possibilità cui – incautamente, forse – ha accennato il guardiano, questo dice l’episodio di Bürgel. «A volte si danno occasioni»; si danno, non sono ricercabili, nessun metodo può condurvi – accade che «die notwendige Schranke», la necessaria barriera, tra i funzionari e le parti si incrini – «chi può garantire di tutto?».
Nel mondo infondato e infondabile della tradizione delle interpretazioni, chi potrebbe porre l’eliminazione assoluta di ogni hazard, di ogni chance, di ogni estrema possibilità?

Kafka-homo-gateTale mondo non conosce teorema di chiusura.
Come si potrebbe, di questo mondo, ancora in attesa dei suoi nomi, dare un’immagine ‘satura’? Eppure, ‘mai‘ era stata la risposta del Castello – anzi, di uno dei portieri del Castello – alla richiesta di K. di potervi accedere l’indomani, più precisamente: «né oggi, né un’altra volta».
Il guardiano del Processo si è fatto nel Castello più attento e preciso? non ‘inganna’ più o non è più ‘ingannato’? e vi è ‘contraddizione’ tra questa apodittica affermazione che sta all’inizio dell’ultimo romanzo, quasi ad indicarne l’unica fonte, l’origine, e l’«occasione», la straordinaria «occasione» rappresentata dall’incontro con Bürgel?

La scrittura non parla di inganni. E la ‘contraddizione’, evidente sotto il profilo ‘logico’, è compresa nella necessità di un nesso, di un gioco più disperati e inesorabili.
Che la ‘cosa’ possa accadere, nessun discorso, nessuna «amministrazione», nessun Nomos può a priori negarlo.

Di questa radicale impotenza del Nomos è testimonianza impressionante lo stesso monologo di Bürgel. I guardiani anelano alla presenza della parte, sono come disperatamente protesi a udirne quella preghiera che è loro compito proibire – «come può essere autodistruggitrice la felicità!».
Anche il guardiano è stanco – provato da quell’attesa e, ora, da questa accanita resistenza; da quel lungo silenzio e, ora, da questo ossessivo discorrere.
Nessun Nomos può impedire che i suoi guardiani, per quanto vincolati alla sua necessità, o anzi, proprio per questo, anelino a che tutto vada perduto, a che l’«amministrazione» sia sconvolta, a che un grande carnevale ne interrompa le regole e il tempo.

L’estrema improbabilità dell’occasione, dunque, esiste – almeno nella misura in cui è certamente impossibile predicarne l’impossibilità.
Ma che questa estrema improbabilità prenda forma è ancora più improbabile del suo semplice, immediato apparire. Il guardiano non può negare il possibile – di cui Bürgel è quasi diretta esperienza. Il «né oggi, né un’altra volta» riguarda la possibilità che il possibile prenda forma.
In ciò consiste la necessità che abbraccia la ‘contraddizione’: a dispetto di tutte le precauzioni, la possibilità dell’occasione non può essere eliminata; ma mai questa occasione potrà essere sfruttata. Può darsi l’occasione di entrare. Quest’occasione, anzi, è, a volte, straordinariamente grande, evidente; la ‘crisi’ dell’«amministrazione», dei suoi funzionari, drammaticamente palese.

La parte potrebbe «dominare gli eventi»; l’adempimento dei suoi voti «le vola intorno». Ma le sue forze hanno certi limiti; la sua vita ha un termine irrevocabile. La parte mai potrà raggiungere quell’adempimento, perché la parte è un uomo.
La straordinaria occasione viene così compensata dal fallimento di ogni tentativo di realizzarne la promessa. Questo fallimento è il supplicium imposto per quella ‘crisi’ del tutto – funzionario, amministrazione, Nomos – che l’occasione, nel suo irripetibile, unico baleno, ha minacciato.
L’occasione versa perennemente in statu nascenti – ma soltanto in statu nascenti.

Kafka-homo-lassusCosì è del possibile in quanto possibile.
Secondo Josef K. – e K. – l’affermazione del possibile equivale all’affermazione del suo possibile adempimento; il «può darsi» del guardiano (o l’occasione di cui parla Bürgel, se K. riuscisse ancora ad ascoltarla) equivale, per loro, ad affermare che potrà giungere il permesso di entrare, che l’occasione potrà essere sfruttata.
Secondo questa ‘logica’, il possibile equivale al suo divenire-reale; questa ‘logica’ intende il possibile solo, in senso letterale, metaforicamente; lo ‘trasporta’ al reale; lo intende solo come passaggio al reale. Affermato il possibile, si afferma con ciò, immediatamente, la possibilità che esso divenga reale.

Tocchiamo forse il punto più doloroso dello ‘stile’ di Kafka, se comprendiamo come in esso il possibile sia pensato secondo una prospettiva metafisicamente opposta.
Il possibile viene qui inteso nella sua tragica nuda necessità. Ineliminabile, per le ragioni più volte indicate, esso non è tuttavia soggetto ad alcuna ‘metafora’, ad alcuna trasposizione ad altro da sé.
Il possibile è inteso in sé, come necessità.

E cioè: mai («né oggi, né un’altra volta») il possibile potrà farsi reale.
Se divenisse reale, non sarebbe più possibile. E se il possibile è solo reale, allora è questo reale, questo esserci-qui, difronte al guardiano, dinanzi all’apparente chiacchiera di Bürgel, condannati al mezzo-sonno, al medio-conscio, della nostra stanchezza e della nostra delusione.
Se l’adempimento fosse possibile, allora reale e possibile coinciderebbero, qui-e-ora e sempre, e in nessun modo si potrebbe distinguere il reale-possibile di questo momento da quello di qualsiasi altro.

Il guardiano afferma perciò il possibile nella sua spettrale assolutezza – e cioè precisamente come impossibile, nel senso del suo adempimento. Il possibile non è mai ‘sfruttato’ per necessità – se fosse sfruttabile, se potesse realizzarsi, non sarebbe più possibile.
La possibilità di fare il possibile, in quanto tale, reale, è antinomia che eccede ogni capacità del discorso, dell’interpretazione, della catena delle interpretazioni.

Si dà il possibile – come potrebbe negarsi? – ma precisamente come possibile. ‘Salvare’ il possibile significa riconoscerne l’irrealizzabilità.
Perché si dia conciliazione tra purezza del possibile e esserci qui-e-ora, non basta la vita, nessuna vita, in quanto vita umana. Ciò che sta nei suoi limiti non è che questo aut-aut: o considerare il possibile soltanto come passaggio-momento al reale, e dunque metaforicamente (e allora nulla può permettere di distinguere il reale dal possibile), o ‘salvare’ il possibile in sé, come assolutamente irrealizzabile, dimensione altra rispetto al reale, esistente proprio in quanto inesaudibile, inadempibile.

(Cacciari, Icone della Legge)