Irlanda – La cantante divina

Una volta c’era in Irlanda un re che aveva tre figli, che si chiamavano Art, Neart e Ceart. Art era il beniamino del padre e questo suscitava la gelosia dei due fratelli: Neart il Forte e Ceart il Giusto.
Un giorno in tutto il regno d’Irlanda si udì una musica dolcissima, ma nessuno sapeva dire da dove venisse. Il re disse allora ai suoi tre figli: «Andate a scoprire da dove viene la musica; a chi lo scoprirà darò la metà del mio regno».

I tre giovani si misero presto in cammino, e non si fermarono finché non arrivarono sul ciglio di un burrone. Non c’era dubbio: era da laggiù che saliva il dolce suono di quella musica.
Neart e Ceart dissero ad Art: «Fratello, tu sei il più leggero e il più agile di noi. Noi siamo grandi e grossi, e la fune non reggerebbe a lungo il nostro peso. Tocca a te scendere in questa gola».
Con questa scusa convinsero Art a farsi calare nel burrone. In verità, miravano solo a sbarazzarsi di lui.

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Una volta giù, Art si trovò dinanzi a una grotta. Non c’era dubbio: era da lì che veniva l’incantesimo di quelle note mai udite. La caverna era lunga, buia e profonda. Art vi si addentrò, ma dovette camminare per ore e ore, prima di rivedere la luce del giorno, e altre ore e ore dovette camminare prima di incontrare un vecchio.
Art gli rivolse allora la parola e con tono cortese gli domandò: «Nonno, sai dirmi da dov’è che viene questa musica divina?».
Il vecchio però non ne sapeva nulla: «Prosegui il tuo cammino – gli disse – finché non giungerai a una casa. Lì abita mio padre: lui forse potrà dirtelo».

Dopo un altro giorno di viaggio, Art arrivò a quella casa, entrò e, con parole cortesi, domandò al vecchio che vi abitava, a questo vecchio più vecchio di quello di prima: «Sai dirmi, nonnino, da dov’è che viene questa musica divina?».
Ma neanche questo secondo vecchio seppe dargli una risposta. «Posso ospitarti per questa notte – disse. – Ma se vuoi sapere da dove vengono le note di quell’incantesimo, domattina dovrai riprendere il cammino e proseguire finché non giungerai alla casa di mio padre. Lui forse potrà aiutarti».

L’indomani, Art viaggiò tutto il giorno, finché non arrivò a un’altra casa: entrò e vi trovò un vecchio più vecchio degli altri due.
«Nonno dei nonni – gli domandò, – sai dirmi da dove viene questa musica divina?».
C’era da aspettarselo. Neanche il vecchio più vecchio di tutti i vecchi del regno d’Irlanda sapeva dargli una risposta. «Però – disse – so che al termine di questa galleria vive un crudele gigante. Se riuscirai a sfuggire alle sue grinfie, avanzando ancora di un paio di miglia lungo la strada, troverai uno stallone, e se gli salirai in groppa ti porterà al posto da dove viene la musica divina».

tre-vecchiArt fece come il vecchio più vecchio di tutti i vecchi del regno d’Irlanda gli aveva consigliato: andò fino in fondo alla galleria, evitò il gigante e, senza perdersi d’animo, corse alla stalla in cerca dello stallone.
E quando l’ebbe trovato, così gli parlò: «Cavallo, non ci sei rimasto che tu a potermi guidare! Lascia che ti cavalchi: nient’altro cerco che di sapere da dov’è che viene questa musica divina, che all’improvviso ha sconcertato tutte le genti del regno d’Irlanda».

Lo stallone si dichiarò felice di aiutarlo nell’impresa, lo fece salire in groppa e lo portò in un giardino che ad Art parve, da subito, il più bello che avesse mai visto.
«Questo giardino – disse lo stallone – è il posto più vicino al luogo da cui proviene la musica divina: fin qui posso portarti, oltre no».

Art dovette allora smontare dal cavallo e avventurarsi a piedi tra le aiuole del giardino. Non aveva fatto che pochi passi, ed era già immerso in una nuvola di inebrianti profumi. Più avanzava, più Art era come stordito – e tuttavia, non c’era dubbio: quella era la strada giusta, tant’è che a ogni suo passo la musica si faceva sempre più chiara e distinta.

Al centro del giardino, c’era una casa: era di là che veniva la musica che aveva incantato tutte le genti, e chissà, forse perfino le bestie, del regno d’Irlanda.
Senza più esitare Art entrò nella casa e – meraviglia delle meraviglie! – Art vi trovò la fanciulla più bella che avesse mai visto. Era sua la voce che aveva ammaliato le genti, le bestie, e forse perfino le pietre, sparse per tutto il regno d’Irlanda.

Come avrebbe potuto Art, dinanzi a quel paradiso, fare a meno di pensare quello che pensò? Pensò: «È qui che mi fermerò per il resto dei miei giorni. Mi farò stringere un nodo coi suoi capelli che a lei mi tenga avvinto per sempre!».
Forse Art era solo stanco del lungo viaggio: ecco perché faceva questo pensiero. Del suo viaggio, egli però non lo sapeva, non era ancora giunto alla meta.

La fanciulla, infatti, gli confessò di essere la figlia del Re di Grecia, che un gigante teneva prigioniera in quel posto remoto da più di un anno, costringendola a suonare e cantare per lui.
Anonimo-Suonatrice-di-flauto«Ti scongiuro, forestiero – disse infine. – Chiunque tu sia, liberami da questo prepotente che abusa di me. Non ce la faccio più a compiacere quel vecchio!».

Benché l’impresa non fosse priva di rischi, Art non volle tirarsi indietro. Era stanco, e tuttavia la sola idea di poter esaudire il desiderio della fanciulla l’eccitava talmente che, impavido, andò ad affrontare il gigante.
«Cosa cerchi, piccolo uomo? Perché ti aggiri intorno alla mia casa?», gli domandò il gigante.
«Voglio sfidarti all’arma che vorrai – rispose Art. – Sono pronto, se è necessario, anche a morire. Ma se ti batterò, tu devi promettermi di liberare la figlia del Re di Grecia».

Il gigante accettò. In fondo, che rischio poteva mai correre con un così «piccolo uomo»?
«D’accordo – disse. – Giocheremo a nascondino, io e te! Andrò io per primo a nascondermi e, se nel giro di tre notti tu non mi avrai trovato, ti taglierò la testa. Se per caso tu dovessi trovarmi, andrai tu allora a nasconderti, ma se nel giro di tre notti ti scoverò, non solo ti taglierò la testa, ma in più ti scorticherò vivo e ti metterò a cuocere in pentola. Anzi, sai cosa ti dico? mi sto già leccando i baffi!».

Ciò detto, il gigante andò a nascondersi. Art invece tornò alla stalla, di nuovo a chiedere aiuto allo stallone.
«Non ho che te – gli disse. – Solo tu mi puoi aiutare a battere il gigante. Lo vedi: ho fatto un lungo viaggio e sono stanco. Sono troppo stanco e troppo affamato per andare a stanare il gigante. Cavallo, perché non mi ci aiuti tu che conosci i trucchi con cui il gigante pensa, ne sono certo, di barare a questo nostro gioco?».

Lo stallone gli offrì di nuovo i suoi servigi. Tanto per cominciare, gli procurò subito da mangiare. Gli disse: «Metti la tua mano sinistra nel mio orecchio destro: troverai una tovaglia, prendila e stendila sull’erba! Poi metti la mano destra nel mio orecchio sinistro e tira fuori quello che ci troverai!».
Art fece come il cavallo gli aveva detto: tirò fuori i cibi più prelibati e i vini più vecchi. Poi, sazio, si sdraiò sul prato e s’addormentò.

S’addormentò e sognò che il gigante gli diceva: «Ora vieni a cercarmi, e trovami se puoi». E sognò che il cavallo gli suggeriva: «Non farti ingannare: si è nascosto in cima all’albero». Allora lui si arrampicava tra i rami dell’albero e scovava il gigante. Ma un attimo dopo, il gigante era di nuovo sparito. Lo stallone però, in sogno, gli diceva: «La vedi quella palla? Prendila a calci!». E lui, fidandosi del consiglio, dava un calcio alla palla, ed ecco ne veniva fuori il gigante. Ma un attimo dopo, il gigante era nuovamente svanito nel nulla. «Non temere – lo rassicurava lo stallone. – Entra in casa: stavolta sarà la fanciulla a farti capire con un segno dove si nasconde il gigante».
Art sognò allora di rientrare in casa e che la figlia del Re di Grecia, senza smettere di cantare e suonare, con gli occhi gli indicava l’anello che portava al dito, come a dirgli: «Prendilo e gettalo nel fuoco!».
Art così faceva e il gigante saltava fuori dal fuoco.

white stallion in sunset

Per tre notti di seguito il gigante era stato scoperto, ormai non aveva più diritto a nascondersi. Ora toccava ad Art.
Ma ad Art bastava eseguire alla lettera le istruzioni, che di volta in volta il cavallo gli suggeriva: «Strappami un pelo della coda e nasconditi nel buco lasciato aperto dal pelo!», o anche: «Toglimi un chiodo dallo zoccolo e infilati nel buco lasciato aperto dal chiodo!», o infine: «Tirami un dente dalla bocca, nasconditi nel buco e copriti col dente estratto!».

Questi furono il primo, il secondo e il terzo nascondiglio di Art, quando giocò a nascondino col gigante che teneva prigioniera la sua Amata.
Inutile dire che il gigante cercò Art la prima notte, lo cercò anche la seconda, e lo cercò pure la terza notte, ma non riuscì a trovarlo.
Il gigante dovette dunque dichiararsi vinto. Art uscì dalla bocca del cavallo e corse dalla fanciulla.

La musica intanto era cessata, l’incantesimo che teneva prigioniera la fanciulla era finalmente rotto! Art la fece salire in groppa allo stallone e, rifatta a ritroso la strada, la condusse con sé al palazzo del padre.
Da allora, dice la Favola, la figlia del Re di Grecia canta e suona la sua musica divina solo per il re d’Irlanda.

Come promesso, intanto il padre ha concesso ad Art metà del suo regno, mentre ha mandato in esilio i suoi due fratelli gelosi. Art ha sposato la fanciulla ed è talmente felice e contento che, a volte, pensa: «Non sarà per caso che sto ancora sognando?».