Lévi-Strauss – Il surplus di significazione

Si dovrebbe fare anzitutto il catalogo più vasto possibile di categorie, partendo da tutte quelle di cui si sa che gli uomini si sono serviti: si vedrà allora che ci sono ancora molte lune morte, o pallide, o oscure, nel firmamento della ragione
(Mauss)

Quali che siano stati il momento e le circostanze della sua apparizione nella vita animale, il linguaggio è nato necessariamente tutto d’un tratto. È impossibile che le cose abbiano cominciato a significare progressivamente. In seguito a una trasformazione, il cui studio non dipende dalle scienze sociali, ma dalla biologia e dalla psicologia, si è verificato un passaggio da uno stadio, in cui niente aveva un senso, a un altro, in cui ogni cosa ne possedeva uno.
Questa osservazione, in apparenza banale, è importante, perché questo cambiamento radicale non ha contropartita nel campo della conoscenza, la quale, al contrario, è sottoposta a una elaborazione lenta e progressiva.
In altre parole, nel momento in cui l’Universo intero, di colpo, è diventato significativo, non è stato, per questo, meglio conosciuto, anche se è vero che l’apparizione del linguaggio doveva precipitare il ritmo dello sviluppo della conoscenza.

indiosEsiste, dunque, una opposizione fondamentale, nella storia dello spirito umano, tra il simbolismo, che offre un carattere di discontinuità, e la conoscenza, contrassegnata dalla continuità.
Che cosa ne deriva? Il fatto è che le due categorie del significante e del significato si sono costituite simultaneamente e solidalmente, come due blocchi complementari, ma la conoscenza, e cioè il processo intellettuale che permette di identificare, gli uni rispetto agli altri, taluni aspetti del significante e taluni aspetti del significato – si potrebbe anche dire, di scegliere, nell’insieme del significante e del significato, le parti che presentano tra loto i rapporti più soddisfacenti di convenienza reciproca – si è messa in cammino molto lentamente.

È accaduto come se l’umanità avesse acquistato di colpo un immenso dominio e il suo schema dettagliato, insieme con la nozione del loro rapporto reciproco, ma avesse impiegato dei millenni per apprendere quali simboli determinati dello schema rappresentavano i diversi aspetti di quel dominio.

L’Universo ha avuto un significato molto prima che si sapesse che cosa significava; questo è pacifico. Ciò che viene chiamato il progresso dello spirito umano e, in ogni caso, il progresso della conoscenza scientifica, non poteva consistere che nel correggere frazionamenti, nel procedere a raggruppamenti, nel definire appartenenze e nello scoprire risorse nuove in seno a una totalità chiusa e complementare a se stessa.

Apparentemente siamo molto lontani dal mana; in realtà molto vicini. Infatti, benché l’umanità abbia sempre posseduto una massa enorme di conoscenze primitive e le diverse società umane abbiano dedicato, in maggiore o minore misura, degli sforzi per mantenerle e svilupparle, è solo in un’epoca molto recente che il pensiero scientifico si è installato da padrone e sono apparse forme di società, in cui l’ideale intellettuale e morale, contemporaneamente ai fini perseguiti dal corpo sociale, si è organizzato intorno alla conoscenza scientifica, scelta come centro di riferimento in maniera ufficiale e riflessa.
La differenza è di grado, non di natura; ma esiste.

Possiamo perciò attenderci che il rapporto tra simbolismo e conoscenza conservi caratteri comuni nelle società non industriali e nelle nostre, anche se con accentuazioni diverse. Non si scava un fosso tra le une e le altre, riconoscendo che il lavoro di perequazione del significante in rapporto al significato è stato perseguito in modo più metodico e rigoroso, a partire dalla nascita e nei limiti di espansione della scienza moderna.
Ma dappertutto altrove, e costantemente anche presso di noi (e per lunghissimo tempo certamente), permane una situazione fondamentale che dipende dalla condizione umana; l’uomo dispone, cioè, fin dalla sua origine di una integralità di significante, che lo pone in grande imbarazzo quando deve assegnarlo a un significato, dato come tale senza essere, per questo, conosciuto.

Tra i due c’è sempre una inadeguatezza, riassorbibile soltanto per l’intelletto divino e che risulta nell’esistenza di una sovrabbondanza del significante in rapporto ai significati, sui quali essa può collocarsi.
Nel suo sforzo di comprendere il mondo, l’uomo dispone, dunque, costantemente, di un’eccedenza di significazione (che ripartisce tra le cose, secondo certe leggi del pensiero simbolico, il cui studio è riservato agli etnologi e ai linguisti).
Questa distribuzione di una razione supplementare – se è lecito esprimersi così – è assolutamente necessaria affinché, in complesso, il significante disponibile e il significato individuato restino nel rapporto di complementarità, che è la condizione stessa del pensiero simbolico.

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Kandinskij – Punto linea superficie

Noi crediamo che le nozioni di tipo mana, per quanto diverse possano essere, considerate nella loro funzione più generale (che, come abbiamo visto, non scompare nella nostra mentalità e nella nostra forma di società) rappresentino esattamente quel significante fluttuante, che costituisce la servitù di ogni pensiero compiuto (ma anche la garanzia di ogni arte, di ogni poesia, di ogni invenzione mitica o estetica), sebbene la conoscenza scientifica sia capace, se non proprio di arrestarlo, di disciplinarlo parzialmente.
Il pensiero magico offre, d’altra parte, altri metodi di incanalamento, con risultati diversi, e questi metodi possono benissimo coesistere.

In altre parole, e ispirandoci al precetto di Mauss, che tutti i fenomeni sociali possono essere assimilati al linguaggio, noi scorgiamo nel mana, nel wakan, nell’orenda e in altre nozioni dello stesso tipo, l’espressione cosciente di una funzione semantica, il cui ruolo consiste nel permettere al pensiero simbolico di esercitarsi, malgrado la contraddizione che gli è propria.
Così si spiegano le antinomie, in apparenza insolubili, connesse a questa nozione, che hanno tanto colpito gli etnografi e che Mauss ha posto in luce: forza e azione; qualità e stato; onnipresente e localizzato. E infatti, il mana, è tutto questo insieme; e lo è appunto perché non è niente di tutto ciò, ma semplice forma o, più esattamente, simbolo allo stato puro, suscettibile, perciò, di caricarsi di qualsivoglia contenuto simbolico.

Nel sistema di simboli costituito da ogni cosmologia, esso sarebbe semplicemente un valore simbolico zero, cioè un segno che indica la necessità di un contenuto simbolico supplementare rispetto a quello di cui è già carico il significato, ma che può essere anche un valore qualunque, a condizione che faccia ancora parte della riserva disponibile, e non sia, come dicono i fonologi, un termine di gruppo.
I linguisti sono già stati indotti a formulare ipotesi di questo tipo. Cioè: «Un fonema zero … si oppone a tutti gli altri fonemi del francese in quanto non comporta nessun carattere differenziale e nessun valore fonetico costante. In compenso, la funzione propria al fonema zero è quella di opporsi all’assenza di fonema» (Jakobson – Lotz).
Si potrebbe dire parimenti, schematizzando la concezione che è stata qui proposta, che la funzione delle nozioni di tipo mana è quella di opporsi all’assenza di significazione senza comportare di per se stessa nessuna significazione particolare.

(Lévi-Strauss, Introduzione a Mauss, Teoria generale della magia)