Quando il traino dei canti si spezza

quando il traino dei canti si spezza
quando il flusso delle parole s’interrompe

Väinämöinen, il saggio, il vecchio cantore, l’Orfeo della tradizione finnica, sa (e ce lo manda a dire) cosa bisogna fare in «casi» del genere:
bisogna andare alla sorgente dei canti, alla fonte oscura e terribile delle parole, andare all’Ade, scendere (o salire?) nel Regno dei Morti, perché, se c’è un posto al mondo dov’è possibile ritrovare le parole magiche della propria Guarigione, è tra le Ombre di un tempo lontano, di un tempo remoto e rimosso.
Qualcuno l’ha detto: solo un ritorno del rimosso può rinnovare la poesia e il canto. Se ricordo bene: fu la Sibilla che lo disse Enea. D’accordo, non glielo disse chiaro e tondo, eppure Enea lo capì lo stesso. Enea era troiano, ma capì lo stesso il napoletano.

Capisci? di umano non c’è che il «dono» delle lingue – di umano non c’è che il «traduttore» che ci nasce fin dal primo vagito: è Lui che si connette alla Rete Linguistica del Mondo e si localizza in suo dialetto.
Quel dono, dice il Vangelo, lo riacquista solo chi «vede» il Risorto, chi ne «vede» la Nascita tenuta in ostaggio nella stalla di un’antica Questione di Vita e di Morte, e ne «rivede» le infinite Rinascite, le più improbabili, farsi e subito dopo disfarsi … alla Sorgente – chiare fresche dolci acque, disse il Poeta.

Là dove la Parola ci nasce in bocca, alla confluenza di Luce e Tenebre – solo là, a ciascuno di noi, si dà il suo Traduttore dall’afgano in algonchino, e perché no? – viceversa. Il Traduttore «parla» tutte le lingue, prima di ridursi a parlarne (spesso male) una sola.
Perciò è a Lui che Enea deve rivolgersi, o chiunque, come Väinämöinen, si trovi ad accusare un omissis nelle formule dei propri incantesimi.

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De Chirico – Orfeo solitario

Capisci? qualunque lingua umana tu ti trovi a parlare, è da una riduzione che è sorta: dalla riduzione a un «poco» della sovrabbondanza di significazioni a disposizione del Traduttore: solo quel «poco» è limitato a essere o troiano o napoletano o afgano o algonchino: quel poco è sorto da una circoscrizione della sfera di raggio (teoricamente) infinito della significatività del Mondo.
E dico Mondo, perché è così innanzitutto per le stelle e per quest’angolo dell’Universo abitato dall’Uomo: c’è uno spreco di miriadi di galassie, ma di umano non c’è che questo «poco» che dimora in un cantuccio linguistico.

Non c’è lingua, perciò, a cui non vengano a mancare le parole – le tre parole magiche della formula dell’incantesimo con cui «varare la barca» che nelle onde delle infinite significazioni non affondi. Troppo vasto è il Mondo, per poter stare più di un istante nell’illusione di dire la sua «totalità». Non c’è lingua che soddisfi tutte le sue significazioni possibili. Tutte le lingue umane non sono che il «resto» di una sottrazione, ciò che rimane, ciò che per un istante (o comunque per un lasso di tempo limitato) pare di poter stare a nome di tutto l’Universo, per dover poi scoprire (amaramente) di esserne solo un frammento.

È là ove ogni lingua si disgiunge dalla Corrente degli infiniti flussi e riflussi linguistici del Mondo – ecco dove, stimolati dalla Sibilla, stiamo cercando di puntare lo sguardo.
Vogliamo pure noi, come il vecchio intrepido Väinämöinen, avventurarci nel Paese dei Morti, per vedere se ci riesce di recuperare il Rimosso o, come si diceva una volta, un goccio dell’«olio di misericordia». Vogliamo fare pure noi la fesseria che fece ogni viandante che, sull’esempio più antico che si conosca: quello di Gilgameš, ha provato a rifare il cammino «a ritroso» dalla Vita alla Morte, in cerca (a questo punto mi pare evidente) dell’Immortale che si spreca in ogni singola Nascita, di quello Spreco che viene gettato via alla Nascita di ogni singolo Dire Umano, quel Surplus di significazioni da cui ogni Dire Neonato si stacca, per venire a parlare o troiano o napoletano.

Se il mio Dire ti sembra strano – disse la Sibilla a Enea – tu lascia che ad ascoltarmi sia il tuo Traduttore. Se tre parole ti ho detto, solo tre, e tu non le hai comprese, è perché ti sei ridotto a essere indegno del Dono delle Lingue.
Il tuo Traduttore, lui sì che detiene le chiavi per aprire la Metafora, quale che sia la lingua a cui essa presti il suo «ordito»: qualunque sia la trama del Racconto nei cui fili la Metafora giace «sottintesa», il tuo Traduttore dispone di una miriade di significazioni con cui può percorrerla in lungo e in largo. E ci puoi scommettere: non vi troverà mai una falla, un buco o una beanza – che non sia, allo stesso tempo, un gettar via l’eccedente, uno svuotare il pieno, un disimparare tutte le altre lingue possibili – per restringersi a quel minimo che basta a rispondere alla Metafora che l’incalza.

Se Troia non fosse caduta, tu ora non saresti qui a chiedermi aiuto: disse, burbera, la Sibilla a Enea. Dimmi la verità, gli disse: dimmi il motivo vero della tua venuta. Non continuare a ingannarmi.
Se Väinämöinen non avesse patito la mancanza delle significazioni di cui il suo incantesimo aveva bisogno per essere efficace, non si sarebbe spinto in capo al mondo a cercarle.

Il Racconto non è nuovo a questi «incantesimi imperfetti». Mi viene in mente la strega Gróa: stava per togliere la cote dalla testa di Þórr, quando si scordò le parole magiche. Il dio, dice il Racconto, soffre tuttora di emicranie. E ben gli sta! S’è messo nelle mani di una Strega! Si è affidato alle stregonerie di una lingua impotente, come tutte le lingue, a dire Tutto.
Il Racconto dice che Gróa fu contenta di sapere che il marito era ancora vivo, e per la contentezza gettò via tutte le altre significazioni che le si offrivano. Si assentò, se così si può dire, a ciò che stava dicendo – per essere presente solo alla gioia che le dava la notizia di Aurvandill vivo! Si distrasse. Perché ogni lingua «si distrae» da quel che dice – quando la Metafora la eccita e le dà lo slancio per andare a Nascere in un’altra illusione.

Väinämöinen stava giocando al gioco della seduzione: stava costruendo la barca da portare in dono alla sua «promessa sposa», quando gli vennero a mancare le parole. Doveva esserci qualcosa di «eccitante» nella sua attesa, se al momento del varo si sorprese a essersi distratto.
Non gli restava altro da fare – almeno da Gilgameš in poi. Aveva da fare un «viaggio agli inferi».
Proviamo dunque a seguirlo.

Väinämöinen incontra una barcaiola (versione al femminile, non per questo però meno burbera, di Caronte). A onor del vero, si tratta di una lavandaia che, i suoi servigi di barcaiola, li offre solo al viandante a cui ha «lavato» la parola d’ogni menzogna: dopo averlo, se così si può dire, sottoposto alla sua «macchina della verità», e avergli smontato, una per una, tutte le «bugie» dietro cui si nasconde.
E come potrebbe non essere così – se è in cerca di parole «rimosse» che il viandante si avventura all’Altro mondo? se la sua «poesia» è impotente a dire la magia perfetta, non è proprio perché, eccitata dai suoi stessi ingannevoli artifici, si è «ridotta» a dire solo il suo «erotismo»?

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Dalì – L’angelo caduto

Guarda un po’, lo dice pure Utnapištim il Lontano: gli uomini sono tutti bugiardi! Lo dice dunque l’unico Immortale del Paese dei Morti, lo dice in confidenza a sua moglie: guarda questi pretendenti! – pretendono di giacere per sempre nella trama della Tessitrice, ma continuano a tessere bugie!
È dello stesso avviso Nietzsche: il linguaggio umano è fatto per tramare inganni. Come può l’Immortalità non essere il supremo degli inganni? Di tutti il più tenace – esso, il Mito, il solo Eterno che ritorna?

Si dice che Gilgameš era andato alla ricerca del segreto dell’immortalità, ma di immortale non c’è che il Racconto [del fallimento] della sua impresa.
Di immortale non c’è che la Metafora che trascina il Racconto fin sull’orlo di un precipizio, e lo spinge, lo eccita fino a che non lo costringe a interrogare Se Stesso.
Il Racconto Umano, dice in parole povere Utnapištim, sarà sempre bugiardo, finché s’illuderà di poter, esso, ingannare l’Ingannatrice che incessantemente fa e disfa la sua tela. Nessun cantore, alla fine lo stesso Väinämöinen deve riconoscerlo! – nessun cantore potrà «ricostruire il carro delle sue parole», finché non si concederà all’«incesto» metalinguistico: finché non si farà, esso, di nuovo possedere dalla Metafora, sua Madre.

C’è dunque dell’«edipico» in ogni esploratore delle «lingue morte». C’è come la smania di risuscitarne la potenza creativa, facendoci all’amore. Quasi a volerle fare «partorire» ancora.
Il cantore che si avventura alla «Fonte del Racconto», là dove eternamente il Racconto sorge e si rinnova, finisce prima o poi per porre domande a cui non ci sono risposte: dice «parole» a cui non «corrispondono» altre parole, parole che generano disordine e confusione, in quanto «parlano» contro le loro solite «parentele», contro le associazioni che sono ad esse più «familiari».

Ha ragione l’Immortale Utnapištim: parliamo per ingannare, e solo l’Inganno è eterno: a che smascherarlo? Gli uomini sono tutti bugiardi. Se pure hanno la stoffa del cantore, finiscono come Gilgameš per sporcarla.
Perciò, consegnandolo al barcaiolo Uršanabi, l’Immortale si raccomanda di condurre Gilgameš al lavatoio e di dargli una bella strigliata!
Hai notato: di nuovo lo stesso Personaggio nella doppia funzione di traghettatore e di purificatore! Con questa sola differenza (non da poco) che, per ora, possiamo solo registrare e mettere da parte: che quando è Maschio prima traghetta e poi lava il «bugiardo». Viceversa, quando è Femmina, non lo traghetta che dopo averlo lavato.

In un caso come nell’altro, il viaggio si risolve in un fallimento. La differenza non è dunque decisiva – non decide l’esito dell’impresa, che in ogni caso è un fallimento. Puoi passarli in rassegna tutti quanti, i viandanti che osarono avventurarsi nell’Altro mondo. Non ne troverai uno che non sia tornato a mani vuote. Uno, per dirla meglio, che non abbia riscoperto il vuoto lasciato alla Sorgente della Parola. O ancora, se posso affrettarmi a dirlo, uno che non sia andato a «sfrogoliare» l’Inconscio, per ottenere in fondo solo questo: lo sfrigolio di una scintilla che, uccidendolo, lo rinascesse.
Ma è ancora presto, troppo presto per ridurre il Racconto solo a questo.