Caucaso – La danza dei Narti

Luce del cielo e bellezza della terra: tale era l’unica sorella di sette fratelli. Essa chiese loro di costruire, fra due mari, all’incrocio di sette strade, una torre di ferro nella quale visse rinchiusa; mai il suo sguardo si era posato su un uomo. Gli illustri Narti avevano fatto molti tentativi per riuscire a scorgerla, ma senza successo.
Un giorno, a eccezione di Uryzmæg, essi si riunirono in cima alla Montagna Nera e si misero a danzare. Misero un tale slancio nel loro girotondo che la terra tremava sotto di loro, i fianchi delle montagne sprofondavano e si aprivano fessure nei tronchi degli alberi della Foresta Nera.

torre-fiabe

Sopraggiunse Uryzmæg, di ritorno dalla caccia: «Che baccano! Fate morire la gente di paura! Che vi è successo? Perché danzate, illustri Narti?».
«Perché danziamo? Non c’è ragione di nascondertelo. Al crocevia di sette strade, in una torre di ferro vive la bellezza della regione, Akula. Non si fa mai vedere, e mai il suo sguardo si è posato su un uomo. Ogni giorno prende in prestito le ali d’aquila del gigante Qændzærgæs e fa tre giri nel cielo. Così danziamo nella speranza che, durante una di queste uscite, lei faccia attenzione a noi, o che, se nessuno di noi attira il suo sguardo, almeno riusciamo a vederla noi, alla fin fine!».
«Poveretti! – disse Uryzmæg, e aggiunse – che mi dareste se vi facessi vedere la bella Akula?».
«Io ti darei il mio corsiero!».
«Io ti darei la mia bella spada!».
«E io, il mio arco e la mia freccia che perfora le montagne!».
Così, senza interrompere la loro danza, rincaravano gli illustri Narti.

Per ultimo parlò Batradz: «Va’, vecchio Uryzmæg, e se ti mostrerai capace di attirare fin qui la bella Akula, non esiterò a darti il mio arco, che mai fallisce il bersaglio».
Uryzmæg girò Ærfæn, il suo cavallo pezzato, e mentre fendeva l’aria col suo galoppo, gli andava dicendo: «Quando saremo in vista della torre, fa’ finta di zoppicare, poi rifiuta di andare avanti, come se fossi sfinito. Io ti frusterò con tutte le mie forze, ma tu non fare più un passo!».

Quando furono in vista della torre, il cavallo piantò gli zoccoli in terra e si fermò, immobile. Uryzmæg si mise a frustarlo e i suoi colpi, come un tuono, risuonavano fino alla torre. Ma Ærfæn non avanzava d’un passo.
«Che rumore è questo? Sembra che il cielo rimbombi!», disse con stupore la bella Akula.
«C’è un vecchio laggiù – rispose la sua damigella. – Batte il suo cavallo che si rifiuta di andare avanti, e quel che senti è la sua frusta».
«Va’ a chiamarlo. Sarà mio ospite. O è in gran collera, o ha bevuto troppo, o è stupido. A meno che non sia un uomo che soffre per la cattiva condotta della moglie».

Pazienza-Zanardi-autoritratto

La serva andò a dire a Uryzmæg: «Sii nostro ospite, vecchio, finché il tuo cavallo non si sarà riposato, e anche tu».
«Mia povera ragazza, ragazza presuntuosa, se avessi il tempo di fermarmi, avrei già trovato alloggi buoni quanto il vostro tetto. Ma ecco di che si tratta! L’armata degli Agur avanza lungo il mare. La mia unica sorella è laggiù, bisogna che io la salvi o, almeno, che la veda!».
La serva riferì alla padrona le parole di Uryzmæg e questa, spaventata dalla notizia, scese di corsa.
«Passa la notte qui, buon vecchio – disse a Uryzmæg. – Lascia riposare il cavallo e riposati. Domani accada quel che Dio vorrà!».

Poteva Uryzmæg desiderare di meglio? Accettò. L’ospitalità fu magnifica.
L’indomani, all’alba, montò a cavallo e balzò via come se volesse raggiungere in un batter d’occhio il limite del cielo. Ma appena giudicò di essere fuori vista, mise piede a terra, si fermò un momento, poi rimontò a cavallo e tornò sui suoi passi al galoppo, gridando: «Si salvi chi può! Si salvi chi può!».
La torre si aprì: «Una parola sola, entra!».
Egli trattenne il cavallo, le donne uscirono correndo: «Te ne prego, dicci che cosa succede!».
«Non ho visto mia sorella, era troppo tardi, l’armata degli Agur sta arrivando e io corro a salvare mia moglie e i miei figli …».
«Dio mi ascolti e ti ricompensi! – disse la bella Akula. – Prendimi con te, non lasciarmi sola, senza aiuto!».
«Se voglio tentare di salvare mia moglie e i miei figli, come posso badare a te?».
«Pensa al tuo Dio, non abbandonarmi!».
«Non vorrei vederti nella disgrazia … che fare? su, preparati!», finì per dire Uryzmæg: Dio lo esaudiva.

La bella Akula fece attaccare sei cavalli alla sua carrozza chiusa, la sua carrozza a molle, vi gettò tutto quanto aveva di prezioso e partì con Uryzmæg.
Un attimo dopo: «Vecchio – disse – se il tuo cavallo sa camminare a fianco dei miei, attaccalo, e vieni a sederti vicino a me».
Uryzmæg attaccò il suo cavallo pezzato a fianco dei cavalli da tiro, si sedette accanto alla bella Akula sul morbido sedile della carrozza chiusa e, di lì, mostrò la via ai cocchieri.

nube-polvere

Avvicinandosi alla Montagna Nera, essi videro una specie di nuvola sopra la cima: era la polvere che saliva dal girotondo indiavolato degli illustri Narti.
«Cos’è quella nuvola?», chiese Akula.
«Non c’è dubbio – rispose Uryzmæg. – I Narti hanno saputo dell’avanzata dell’armata degli Agur e sono usciti dal villaggio per fermarla. Vuoi che saliamo lassù?».
Essa rifletté: «Chi potrebbe proteggerci meglio di quegli uomini usciti dal loro villaggio per fermare l’armata? E dove staremmo meglio che lassù?».

Salirono. I Narti erano tutti presi dalla loro danza. Attraverso la finestra chiusa della carrozza, la bella Akula li contemplò.
A un tratto il focoso Soslan, coi suoi occhi scintillanti, la scorse. Non poté contenersi, tutte le sue membra fremettero e le disse: «Dopo tanti giorni che noi danziamo qui per te! Te ne prego, danza con me …».
«Sei un uomo eccellente, Soslan, e danzerei volentieri con te … Ma sei un uomo della montagna e, se non saprò disporre la paglia nei tuoi stivali di cuoio non conciato, tu mi maltratterai …».
«Valgono più di te, i miei stivali di cuoio non conciato!», disse Soslan mostrandole le suole, e si allontanò con la testa bassa tra le spalle alte.

«Allora, danza con me, bella Akula!», disse Sæuay, figlio di Qandz.
«Danzerei certo con te, ma se uno degli illustri Narti stringesse la tua mano come essi stringono la mia, la ritireresti a pezzetti».
«Danza con me», disse Hæmyts.
«Sì, danzerei con te, ma l’erba secca dell’autunno già si mescola all’erba fresca della primavera, ecco la tua barba!».
«Sono io che ti ho cercata, io che ti ho condotta fin qui – disse Uryzmæg – danza con me!».
«Danzerei certo con te, vecchio narte, ma tua moglie Satana è molto severa e non potrei andare d’accordo con lei».
«Vale più di te, Satana, una coppa traboccante, Satana, una tavola abbondante!», egli disse e si allontanò.

Per ultimo, si fece avanti il figlio di Hæmyts, l’eroe d’acciaio, Batradz: «Fanciulla, danza con me!».
«Come vorrei danzare con te, figlio di Hæmyts, eroe d’acciaio, Batradz! Solo fra i Narti, sei senza macchia. Ma anche per te, tuttavia, c’è qualcosa da mettere a posto. Il gigante alato dalle sette teste, Qændzærgæs, ha rapito uno dei tuoi antenati, che si chiamava Uon. L’ha portato dietro la montagna, e ha fatto di lui il suo bovaro. Il poveretto custodisce le bestie, senz’altro vestito che una pelliccia piena d’insetti, che si restringe sotto il sole e si dilata sotto la pioggia. Se lo ricondurrai al nostro villaggio insieme coi beni di Qændzærgæs, allora, certamente, converrà che io danzi con te».

Come se avesse ricevuto un colpo sulle labbra, Batradz si voltò e disse ai Narti: «Io me ne vado, Narti! Continuate a danzare fino al mio ritorno. E guardatevi dall’offendere la bella Akula, a parole o in altro modo!».
Detto questo, balzò a cavallo, arrivò a casa e disse a Satana: «Madre mia, madre mia, i Narti da sempre sono uomini intrepidi, amanti delle imprese guerresche. Se ci è rimasta un’arma del tesoro degli avi, una vecchia spada o una vecchia corazza, mostramela!».
«Che cosa non sopporterebbe per te tua madre! Nella nostra stanza interna c’è un grande scrigno di ferro pieno di oggetti dei tuoi avi. Avvicinati e parlagli in lingua hati: si aprirà da solo e tu prenderai quel che ti occorre».

scrignoBatradz andò nella stanza interna, parlò in lingua hati vicino allo scrigno, e questo si aprì rumorosamente. Batradz si impadronì di quanto desiderava, corazza, spada, e tornò da Satana.
«Madre mia, madre mia, dimmi: come mi stanno le armi dei nostri avi?».
«Che cosa non farebbe per te tua madre! Come un raggio di sole alla montagna, così ti sta la tua corazza! Come la rugiada di primavera all’erba nuova, così ti sta la tua spada!».
«Allora, madre, preparami delle provviste, leggere da portare, saporite da mangiare. E ancora, dimmi: non è rimasto da qualche parte un vecchio cavallo, una vecchia briglia del nostro avo che si chiamava Uon?».

Satana preparò le provviste per il viaggio e disse: «Ecco, la sella e la briglia di Uon pendono dai ganci della nostra vecchia casa, prendili e va’ nella foresta. Ecco perché: il cavallo bianco di Uon è ancora vivo. Passa le giornate nel folto della foresta e la notte va a pascolare nella radura. Dal rifugio al pascolo, i suoi passi hanno aperto un sentiero che lui segue sempre, nei due sensi. Se hai abbastanza forza, prendilo; se no, rinuncia».

Batradz prese con sé la sella e la briglia ed entrò nella foresta. Al di sopra del sentiero si arrampicò sull’albero più alto che trovò, rimase seduto su un ramo e la sera, quando il cavallo passò, si lasciò cadere proprio sopra di lui. Il cavallo lo condusse fino alla radura. Batradz gli mise di forza la briglia, poi di sorpresa la sella.
Il fiero animale balzò al di sopra degli alberi della foresta fino alle nubi, ma Batradz gli diede tre colpi di frusta così violenti che gli cadde dal fianco abbastanza pelle per fare un paio di scarpe. Così fu domato e si lasciò guidare.

Galopparono, divorando lo spazio.
Dopo qualche tempo il cavallo chiese: «Dove andiamo? È bene sapere dove si va».
«Laggiù, dietro la montagna, uno dei nostri avi è prigioniero del gigante dalle sette teste, Qændzærgæs. È lui che andiamo a cercare».
«Ahimé, come potrai riuscire? – disse il cavallo. – Tuo padre ha provato tante volte, e invano. Ecco la difficoltà. Sulla strada che conduce al paese del gigante, due montagne si precipitano l’una sull’altra come degli arieti, poi si separano per meglio ricominciare. Nel preciso momento in cui si dividono, se hai la forza di darmi tre colpi di frusta tali che si strappi dal mio fianco abbastanza cuoio da fare un paio di scarpe, e dalla palma della tua mano abbastanza pelle per fare loro le suole, noi saremo salvi. Altrimenti io perirò, e tu con me. Una volta, tuo padre mi ha colpito così, ma meno forte del necessario: la mia coda è rimasta presa tra le due montagne e da allora io sono cortaldo».

montagne-arietiMentre così parlavano, giunsero davanti alle montagne-arieti. Batradz si aggiustò bene in sella, tirò la briglia, piazzò il cavallo di fronte alle montagne e, quando vide che stavano per scostarsi, gli diede tre colpi di frusta tali da strappargli dal fianco abbastanza cuoio da fare un paio di scarpe e, dalla propria palma, abbastanza pelle per fare loro le suole. Tutto il paese risuonò al rumore della frusta e le montagne, stupite, si fermarono.
D’un balzo, il cavallo fu dall’altra parte. Dovunque c’erano dolci colline, e qua si vedevano pascolare mandrie di mucche e di cavalli, che procedevano d’un solo movimento, e là tante pecore che la terra nereggiava. Un solo pastore, un vecchio, le sorvegliava.
«Buon giorno a te, vecchio!».
«Felicità a te, mio sole! Ma quale sorpresa! Fino a oggi non ho visto volto umano, perché il gigante dalle sette teste non permette ad alcuna creatura, che cammini o che voli, di entrare nel suo territorio. Come, e perché sei venuto?».

Senza aspettare la risposta di Batradz, il vecchio cominciò a girare intorno al cavallo, versando fiumi di lacrime.
«Che c’è, vecchio? – chiese Batradz. – Provi tanta pena nel vedermi?».
«Non è che provi pena vedendoti, ma quando sono caduto nelle mani di questo maledetto gigante, avevo un cavallo del tutto simile al tuo. Che ne è di lui? I lupi l’hanno divorato … a un tratto ho pensato a lui, ed è su di lui che piangono i miei occhi».
«Allora non piangere più, vecchio: questo è il tuo cavallo e io, io sono Batradz, il figlio del narte Hæmyts. Non temere più nulla!».
«Se è così – disse il vecchio – scendi da cavallo perché io veda come son fatte le tue membra e se tu sei veramente dei nostri!».

Batradz mise piede a terra, il vecchio passò la mano sulle sue membra e lo palpò: «Tu sei veramente dei nostri, sei fatto come noi. Ma perché sei venuto? Non bastavo io? Ci voleva forse un’altra vittima?».
E il vecchio incominciò a piangere.
«Non piangere, vecchio. Piangere non serve a niente. Dimmi piuttosto dove vive il gigante».
«Vive lassù, sulla Montagna Nera, in una caverna. La porta è chiusa da una pietra che non si può spostare».

Batradz salì sulla Montagna Nera. Con un colpo di spalla rovesciò la pietra e balzò nella caverna. Il gigante russava, coricato per terra, e la sua gola vomitava carboni ardenti che salivano fino alle pareti e ricadevano in una pioggia di ceneri nere.
Accanto alla sua testa sedeva la figlia del Sole, Hortcheskæ, dal petto scintillante, e ai suoi piedi la figlia della Luna, Mysyrhan. Entrambe agitavano delle foglie di bardana per scacciargli le mosche. Davanti a loro erano poste delle tavole così pesantemente cariche, che si piegavano a terra. Ma le fanciulle non le guardavano nemmeno. Piangevano e le loro lacrime, colando in rivoli, coprivano il suolo di smeraldi e di diamanti.

«Buon giorno a voi, fanciulle – disse loro Batradz. – Perché piangete?».
Quelle si alzarono e, a una voce: «Successo alla tua impresa, Batradz, eroe d’acciaio, figlio di Hæmyts! Ma non bastavamo noi? Perché vieni in cerca della tua rovina? Piangiamo perché il nostro padrone sta per svegliarsi e succhiare il nostro sangue. Per cinque mesi, ci fa mangiare e bere ogni sorta di cose eccellenti, e al termine del quinto mese, infigge una lesina nei nostri calcagni e succhia il nostro sangue. Ed ecco che di nuovo sta per nutrirsi».

drago-sette-testeBatradz non poté trattenersi e sguainò la spada. Mentre stava per colpire: «Non colpire – dissero le fanciulle. – Il gigante non può essere ucciso che dalla sua stessa spada. Tu non riusciresti che a svegliarlo e a farti divorare».
«Come ucciderlo, allora?».
«Dietro la porta, come vedi, c’è un grande scrigno chiuso, che non è possibile aprire. Nello scrigno si trova una grande spada che cento tiri di buoi farebbero fatica a sollevare. È quella che può ucciderlo, quella sola: le altre spade non lo scalfiscono, le frecce non lo trafiggono».

Batradz corse presso lo scrigno, pronunciò qualche parola in lingua hati e lo scrigno si aprì. Egli prese la spada e la abbatté sul collo del gigante, facendo cadere sei delle sette teste. La settima gli disse: «Narte Batradz, figlio di Hæmyts, non è degno di te colpire un uomo addormentato».
«Lo so, ma tu hai fatto troppe offese ai Narti, la collera mi è salita al petto e non ho potuto trattenermi. Del resto, non ho bisogno che mi si insegni che cosa è indegno di me».
«Allora, te ne prego, uccidimi presto, abbrevia i miei tormenti dandomi un secondo colpo».
«I Narti Æhsærtæggatæ sono come il Genio della Folgore, non colpiscono mai due volte!».
Il gigante sollevò la testa e tentò di alzarsi. Sforzo inutile: cadde sul dorso e, dopo qualche scossa, non fu più che un cadavere.

Quale non fu la gioia della figlia del Sole e della figlia della Luna, infelici! Le lacrime di disperazione si asciugarono e, invece, lacrime di gioia si sgranarono sulle loro guance.
«Da questo momento siamo tue ospiti», dissero a Batradz inchinandosi davanti a lui.
«Abbiate fiducia, non vi abbandonerò», disse Batradz.
«Ci sono qui molte cose preziose – dissero allora le fanciulle. – Prima di tutto una pelle sulla quale possono trovare posto tutti i beni del mondo. E poi una corda che rende tutto ciò che rinserra più leggero d’una farfalla. E ancora due ali a molla, che trasportano ciò che si vuole dove si vuole, sopra montagne e foreste. Infine, qui vicino, in una piega della montagna, c’è un lago di latte: chiunque vi si bagni, ne esce col corpo di un giovane all’età della prima lanugine».

Batradz andò, per prima cosa, a bagnare il vecchio nel lago di latte: ne uscì un giovane. Poi riempì con quel latte il suo otre di pelle. Riunì tutto ciò che il gigante possedeva, bestiame, messi, lo ammucchiò sulla pelle, passò la corda intorno e vi fece sedere sopra Uon, Hortcheskæ e Mysyrhan. Sistemò tutto sulle ali a molla e, al di sopra delle montagne-arieti, volò fino al paese dei Narti. Là sciolse la corda, e tutto il bestiame e i cavalli che erano sulla pelle scese e coprì i campi. Egli lo spinse davanti a sé e, accompagnato da Uon e dalle fanciulle, salì sulla Montagna Nera, dove gli illustri Narti danzavano sempre il loro girotondo sfrenato.

Nella sua carrozza chiusa, con le finestre chiuse, la bella Akula, aspettando il ritorno di Batradz, gli aveva cucito un vestito completo dalle gambe alle maniche. Batradz versò su Hæmyts il latte che aveva nel suo otre, e Hæmyts diventò un giovane proprio in età di sposarsi.
Poi, avanzando verso Mysyrhan, la figlia della Luna, Batradz le disse: «Da questo giorno, sarai la moglie di Uon!».
Avanzando poi verso Hortcheskæ, la figlia del Sole, le disse: «Da questo giorno, sarai la moglie di Hæmyts!».
Quanto a lui, prese per moglie la bella Akula.
I Narti fecero loro delle magnifiche feste. Tutti quelli che i piedi potevano sostenere, si riunirono e, per una settimana, fecero lieti banchetti.

(Fonte: Dumézil, Il libro degli Eroi)