Cacciari – Dalla porta aperta non si entra

Talmud-midrasCerto, Scholem sa bene che la Tradizione è in Kafka come ammutolita, che i suoi nomi hanno, in lui, perduto il proprio etimo, e si irraggiano senza più centro (non appaiono più, cioè, come irradiazioni del Nome, del Nome ultimo, originario, nel quale stanno in essenza tutti i nomi).
L’interpretazione sprofonda nei nomi, che riteneva trazione del Nome, senza più saperlo ri-cor-dare, senza più possederne o rintracciarne la chiave.

Ma è proprio questa situazione che Scholem crede di cogliere nelle parole dell’antico maestro, citate da Origene: l’archetipo, per così dire, della disperata ironia kafkiana. Non è così – o, meglio, è così soltanto nel senso preciso, già indicato, per cui il commento, l’interpretazione, l’esegesi di un testo ne costituiscono l’inevitabile traduzione, trasformazione, trasposizione ad altro.
Il compito più fedele sarà perciò quello che mostra la sua abissale distanza dal testo, l’irraggiungibilità del senso del testo – che non getta-ponti, non illude su sintesi e conciliazioni. E ama quel testo non come cosa posseduta, ma come distanza insuperabile – proprio questo ama, in realtà: lo spazio della distanza che sempre-sarà tra le sue parole e il testo.

La leggenda che Origene riferisce è, dunque, il testo di Kafka: ciò che Kafka ha difronte, il suo próblema, il testo che deve cercare di dire di nuovo, riesprimere, ri-creare. Ma non sono affatto le sue parole.
È il testo-presupposto, il Presupposto. Che le parole tradiranno necessariamente – tanto più, quanto più quel Presupposto sarà oggetto di ossessiva attenzione, di totale, assoluta dedizione.

L’antico maestro talmudico parla di porte chiuse e di chiavi disperse.
La porta, in Kafka, è, invece, aperta. Nessun bisogno di chiave.
La porta chiusa rinvia ad un Altro segreto: è metafora nel contesto di una esegesi che intende raggiungere-disvelare il senso.
Le parole di Kafka sono segni che celano nulla. Il gioco linguistico, preso ‘terribilmente’ sul serio, non rinvia ad altro da sé. E non celando nulla, a nulla rinviando, nemmeno potrà ‘aprire’ o ‘decidere’ alcunché. Non ha segreti, non mostra occulte dimensioni. E perciò mostra anche l’insensatezza del domandare: la sua evidenza a nulla risponde, a nulla è chiave.
Non è possibile sperare risposta da un segno di tale evidenza. La porta è già aperta: o quel segno è già risposta, o a nulla vale interrogare. È indifferente restare difronte alla soglia o oltrepassarla.

Soltanto la porta chiusa distingue le due situazioni. La porta aperta non è, propriamente, porta, bensì immagine di un ‘gioco’ infinitamente più terribile di quello riflesso nelle parole del talmudista. Quest’ultimo si muove secondo un’intenzione, la sua esegesi si imbatte in un ostacolo reale (la porta chiusa) che egli deve cercare di superare, certo che, oltre quella soglia, è in attesa (in attesa proprio di lui, di quel Singolo cui quella porta è da sempre destinata) un tesoro.
Che non basti la vita per questo compito, è, al limite, del tutto indifferente – perché la vita può essere sensatamente spesa per esso.

Ma come e perché spendere la vita difronte a una porta aperta?
Tragedia e ironia formano qui una dimensione unica, mentre la dialettica talmudica è ancora dominata da un ‘principio-speranza’.
Ma come sperare di ottenere risposta laddove la porta è già aperta?
Ecco che la domanda si fa assoluta, pura, necessaria.

Più nulla rimane da aprire, eppure nulla ha risposto, o noi non siamo stati capaci di ascoltare. Tutto è aperto, e nulla risolto.
Ogni nome è chiaro ed evidente, eppure nessuno conosce la propria radice, sa ricordare il proprio etimo, immaginarsi come irradiazione del Nome.
La porta chiusa significa la possibilità di aprire, ‘invera’ la nostra speranza; quest’ultima può resistere soltanto difronte alla porta chiusa.

Ma come possiamo sperare di ‘aprire’, se la porta è già aperta? Come possiamo pensare di entrare-l’aperto? Nell’aperto si è, le cose si danno, non si entra. Non vi è, in esso, la soglia che divide domanda e risposta. Possiamo entrare solo lì dove possiamo aprire.
Il già-aperto immobilizza: questo passo prima del suo successivo, la domanda prima ancora di essere pronunciata.
Il contadino non può entrare, poiché entrare è ontologicamente impossibile nel già-aperto. Le sue domande ruotano vertiginosamente intorno a questa insormontabile aporia, senza riuscire a riconoscerla.

Non si potrebbe concepire mutamento più radicale del testo talmudico, trasformazione più disperata riguardo alla possibilità di un ritorno ad esso.
E ciò vale contro ogni interpretazione tradizionalistica, contro ogni ‘assimilazione’ di Kafka alla tradizione – non solo talmudica, ma anche cabalistica e chassidica.
Ad un tempo, non si potrebbe immaginare scrittura più attenta al problema proprio di quel testo, più ossessivamente rivolta ad esso come a un’insormontabile aporia, e dunque costretta ad un’interrogazione sempre più pura e necessaria.

talmud-rabbini

E ciò vale contro ogni lettura di Kafka che creda di poter prescindere dal testo e dalla sua tradizione, che creda di poterne affrontare l’opera con le tecniche della ‘critica letteraria’.
Il testo di Kafka è quello citato da Origene; ma la sua domanda si sa, ora, assolutamente altra rispetto alla possibilità della risposta.
Difronte alla porta chiusa e alle chiavi confuse, la domanda corrisponde alla possibilità della risposta. Difronte alla porta aperta, tale corrispondenza non è più neppure concepibile.

La domanda non trova più ostacolo: risuona infinitamente come echeggiando da soglia a soglia e da stanza a stanza, lungo l’immenso labirinto, di cui il nostro custode non è che l’infimo guardiano.
La domanda rimane infinitamente tale.
Non ha origine – qual è, infatti, l’origine della tradizione, qual è propriamente il suo archi-testo, di cui dovremmo ricordare?
Non può predirsi meta – quale potrebbe essere, infatti, la meta di una tradizione che vive solo in quanto metamorfosi continua, interminabile allegoria, variazione dell’interpretazione dell’interpretazione?
In ogni momento è come se l’interpretazione fosse tutta stata, e come se ancora dovesse iniziare.
La porta aperta è segno di questa aporia.

In un tempo immemorabile – diverso, cioè, rispetto a quello che possiamo ricordare; in un tempo che si dispone in una dimensione diversa da quella della nostra memoria, e non necessariamente in un tempo mitico originario (questa differenza è essenziale per intendere le dimenticanze dei personaggi di Kafka) – l’interpretazione è avvenuta, ha avuto ‘successo’, ha aperto la porta, ha ritrovato la chiave.
La storia di questa vicenda sta in un tempo estraneo alle nostre dimensioni. Neppure possiamo dirlo propriamente un passato. La porta è aperta per ragioni a noi inconoscibili. Non sappiamo come è accaduto; non potremmo ripeterlo. La tragedia ha capovolto il suo segno: il mistero non consiste, ora, nell’aprire la porta, ma nel saperla richiudere.

Dovremmo saper richiudere questa porta per potere, noi, sperare di aprirla. La porta aperta indica che risposta c’è stata o è da sempre, ma in una dimensione immemorabile e inascoltabile.
La creatura difronte alla porta aperta si caratterizza ontologicamente per questo negativo rapporto con la risposta. Solo ricerca è, solo interpretazione e tradizione delle interpretazioni. Solo uomo che cerca, ersuchender Mensch – solo il costruttore della scala wittgensteiniana, che conduce, appunto, all’Aperto di quel silenzio che abbraccia le nostre domande, come la morte la vita.

(Cacciari, Icone della Legge)