Wolfram von Eschenbach – La ferita del Re pescatore

Quando Frimutel mio padre morì, fu scelto a succedergli il figlio maggiore come re patrono del Graal e della sua schiera. Questo fu il fratello mio Anfortas, egli era certamente degno della corona e della potenza a lui assegnata, anche se, come noi, era ancor piccolino.
Quando mio fratello venne agli anni in cui spunta la prima barba, ecco che fu tempo per lui in cui Amore fa le sue lotte contro la gioventù e sforza così gli amici suoi che, si può dirlo, non gli fa certo onore.

Ma un re del Graal che brami altro amore da quello che gli concede la scritta [che appare e scompare sulla pietra del Graal], verrà a travagli, sospiri e dolori.
Il mio signore e fratello si elesse un’amica di buoni costumi, così gli sembrava: chi fosse costei, lasciamo ora di dire. Egli si mise al suo servizio e fu tale, che viltà fuggì sempre da lui: più d’una banda di scudo fu sforacchiata dalla sua chiara mano.
Il dolce e gentile s’acquistò tale gloria che, ovunque in terra di cavalleria si conobbe un’alta gloria, la sua fu anche più alta: nessuno poté dire altrimenti. “Amor” fu il suo grido di battaglia, grido che, pure, non conviene del tutto a umiltà.

Re-Pescatore-lancia

Un giorno il re cavalcava tutto solo per avventura – ciò doveva essere causa ai suoi di grande pena – in cerca di gioia col favore di Amore: brama d’amore ve lo spingeva.
In una tenzone venne ferito con una lancia avvelenata di maniera che non guarì più, il dolce tuo zio: era stato colpito qui, all’inguine. Un pagano fu, colui che combatté e cavalcò in quella tenzone, uno nativo di Ethnise, là dove, giù di paradiso, scorre il Tigri.

Quel pagano teneva per certo che il suo coraggio avrebbe conquistato il Graal: il nome di questo era inciso nella sua lancia. Cercava gesta lontane, aveva passato acque e paesi non per altro che per la forza del Graal.
Con quella tenzone scomparve la gioia da noi. La prova di tuo zio merita lode: egli portò con sé nelle carni il ferro della lancia. Quando il giovane valoroso tornò a casa sua, allora si vide il pianto per tutto. Il pagano era stato da lui abbattuto: piangiamolo anche noi, ma con misura!

Come il re fu giunto da noi, pallido, e gli mancavano le forze, la mano d’un medico palpò dentro la ferita finché trovò il ferro della lancia: nella ferita c’era anche una scheggia dell’asta di canna: il medico recuperò l’uno e l’altra.
Io caddi ginocchioni in preghiera e giurai alla maestà di Dio che se Dio, a sua gloria, avesse aiutato a liberare dal male il fratello mio, mai più avrei fatto cavalleria. Giurai anche di rinunciare a carne, a vino e a pane e a tutto quello che porti del sangue, che mai più me ne avrebbe preso la voglia.
Questo, come sono per dirti, caro nipote, sollevò nuovo pianto nei cavalieri: che io mi separassi dalla mia spada. Dicevano: “E chi sarà il guardiano dei segreti del Graal?”. Quel giorno piansero molti occhi lucenti.

Portarono senza indugio il re, perché Dio l’aiutasse, davanti al Graal. Come il re vide il Graal, fu nuova pena per lui. Egli non poteva morire: del resto, non gli era concesso morire, da che io m’ero votato a questa misera vita e la signoria della nobile schiatta riposava sulle sue deboli forze.
La ferita del re aveva cominciato a marcire. Per quanti libri di medici si leggessero, non si ebbe alcun frutto di aiuto. Di quanti rimedi – radici ed erbe – i medici esperti si procurano coi mezzi della scienza della natura contro aspis, ecidemon, ehcontius, contro lisis, jecis e meatris – queste perfide serpi portano un veleno che brucia – di quanto si conosce a difesa da questi e dagli altri serpenti che portano veleno – lascia che te la faccia corta – nulla valse a un qualche aiuto: Dio stesso ce l’invidiava.

Raggiungemmo, per avere aiuto, il Geon, il Fison, l’Eufrate e il Tigri, le quattro acque che scorrono fuori dal paradiso, ci facemmo là presso, fin dove il loro dolce profumo non può ancora essere svanito, per vedere se mai, trasportata dalla corrente, dentro ci fosse una qualche erba che ci levasse dall’angoscia.
Fu fatica perduta: fu un nuovo dolore per noi.
Pure, tentammo altri modi: ci procacciammo lo stesso ramoscello a cui la Sibilla rimandò Enea perché se ne facesse difesa dalla molestia infernale, dal fumo del Flegetonte e degli altri fiumi che scorrono là dentro. Non lesinammo tempo per procacciarci l’aiuto del ramoscello, se mai la terribile lancia che uccideva in noi la gioia fosse stata temprata e avvelenata nel fuoco dell’inferno. Ma non questo voleva la lancia.

pellicano-alchemicoC’è un uccello che si chiama pellicano: questo, quando gli nascono dei piccoli, li ama d’un amore grande, eccessivo; tanto lo sforza il piacere del suo amore che si morde al suo stesso petto e ne fa uscire, in bocca ai piccoli, il sangue; nel contempo esso muore. Per vedere se mai amore così grande giovasse anche a noi, ci procacciammo il sangue dell’uccello e ne spalmammo la piaga come meglio potemmo. Ma neanche questo ci tornò di alcun giovamento.
C’è un animale che si chiama monicirus [l’unicorno]: questo fa stima sì grande della purezza delle fanciulle, che s’addormenta loro in grembo. Noi ci procurammo del cuore dell’animale e l’applicammo sulla ferita del re. Di sull’osso frontale della stessa fiera prendemmo il carbonchio che gli cresce lì, sotto il corno. Sfregammo la pietra sull’orlo della ferita e ve l’affondammo tutta anche dentro, poiché la ferita ci sembrava avvelenata. A noi stessi faceva male, come al re.

Ci procacciammo un’erba che si chiama trachonte; avevamo sentito dire di quest’erba che quando un drago viene ucciso, essa nasce dal suo sangue; l’erba è siffatta che tiene assai della natura dell’aria; pensammo che forse il Dragone in suo giro potesse giovare contro il ritornare delle stelle e il mutare della luna, da cui derivava il dolore alla piaga. Ma le nobili virtù dell’erba non facevano per noi.

Cademmo ginocchioni in preghiera davanti al Graal; ed ecco, a un tratto, vi vedemmo scritto che doveva venire a noi un cavaliere: se da lui si fosse udita la domanda, la nostra pena avrebbe avuto termine; ma se alcuno, bambino, fanciulla o uomo, l’avesse avvertito della domanda, questa non avrebbe giovato, anzi il danno sarebbe stato come prima e avrebbe fatto anche più male.
La scritta diceva: «Avete inteso? Avvertirlo può tornarvi a danno: se egli non domanderà la prima notte, la forza della sua domanda svanirà. Ma se verrà fatta a tempo debito, egli dovrà avere il regno, e la mano dell’Altissimo porrà fine al dolore. Da quel momento Anfortas sarà risanato, ma non dovrà più essere re».

Così leggemmo sul Graal che il tormento di Anfortas avrebbe avuto fine, se gli fosse stata rivolta la domanda. Noi spalmammo la ferita con quanto poteva alleviarla, buoni unguenti di nardo, misture di triaca e fumo di legno di aloe: il male gli doleva tuttavia.
Fu allora che io mi ritirai qui. Ben poche gioie ho avuto negli anni della mia vita. Dopo d’allora giunse là a cavallo un cavaliere: meglio avrebbe fatto a non venire. Già prima ti ho detto di lui, che disonore fu il suo acquisto, poiché vide il vero strazio eppure, a colui che l’ospitava, non disse: «Signore, che cosa vi affligge?». La sua stoltezza gli consigliò di non domandare: ebbe a schifo grande fortuna.

(Wolfram Von Eschenbach, Parzival, 9: 478-484)