Nezâmî – La bocca di leone

Nezami
Nezâmî

Alessandro fece calare la nave nel mare di Cina, o meglio: fu lui, mare di sapienza, a salire su quella nave!
Tra tutti i compagni di spedizione, portò con sé solo quelli che volle personalmente scegliere e, di tutti i sapienti degni del soffio miracoloso di Gesù, scelse il solo Apollonio di Tiana.
Quindi si staccò dal litorale, prese il largo spingendo la nave nel mare infinito e su quelle acque salmastre attraversò un mondo nuovo dopo l’altro, mentre la sorte intanto gli mandava incontro prove tremende.

Infatti, dopo un po’ che le navi scivolavano placide sull’onda, ecco si produsse un gigantesco tifone a sconvolgere il mare e le correnti d’acqua cominciarono a spingere in direzione dell’Oceano che tutto avvolge, né più era possibile fare ritorno.
I piloti più esperti di quelle acque erano già angosciati dalle profondità marine; consultarono allora le carte nautiche e subito fu evidente che era necessario invertire la rotta.

D’un tratto, un’isola di lontano apparve ai loro occhi, qualcosa che luccicava come un punto di luce, e lì riuscirono ad approdare trovando un po’ di tregua, ancora intimoriti dal tifone oceanico.
A quel punto uno dei marinai anziani così parlò all’esperto sovrano: «Quest’isola è una stazione pericolosa, e secondo le carte nautiche è comunque l’ultimo approdo possibile. Non essere temerario, o re, ché le correnti di queste profonde acque spingono inesorabilmente al largo verso l’Oceano che tutto avvolge! Se andremo anche solo un po’ oltre in quella direzione, sii certo che non troveremo più altri approdi».

tifone

Quando Alessandro fu informato del fatto che non era possibile passare oltre quel tifone, ordinò di preparare un talismano: una figura umana che, alzando la propria mano, segnalasse che da questa parte del mare non era più possibile proseguire, o che di quell’altra parte nulla si sapeva.
Come ebbero fuso il rame e fabbricato un simile talismano, lo collocarono su un’alta colonna in quell’isola cosicché, a qualunque nave volesse affrontare il mare, esso avrebbe indicato sull’acqua il punto oltre il quale non si poteva proseguire, o fin dove fosse dato agli uomini di navigare. Sotto la sua guida, gli esperti piloti poterono così riprendere la via del ritorno.

Avendo fatto costruire quel talismano, il sovrano riconobbe in esso un segno misterioso della divina potenza e, rivolgendosi ad Apollonio, disse: «Tutte queste fatiche bisogna stimare conseguenze inevitabili della nostra impresa. Ma ora che il talismano è stato fabbricato, vedrai che mi considereranno un Khezr del mare!».
Con l’ausilio del valente capitano della nave, il conquistatore del mondo poté in tal modo sottrarsi coi suoi a quel terribile tifone.

Dopo dieci giorni di navigazione, si accorsero però di trovarsi di nuovo fuori rotta. Di lontano videro uno scoglio altissimo, che sui lati presentava lo spettacolo di violentissimi vortici d’acqua: fu chiaro che se le navi vi si fossero spinte dentro, avrebbero continuato a vorticare per anni e non ne sarebbero uscite se non a pezzi, né alcuno dei loro marinai sarebbe sopravvissuto.
Ebbene, quando il capitano della nave giunse sul bordo di quel vortice, cominciò in cuor suo a tracciare una linea sulla propria nave. Infine, gli riuscì di gettare l’ancora ai piedi di quell’alto scoglio e scese dalla nave, seguito da un gruppo di marinai.

Più tardi, raggiunta la cima di quell’ostacolo insormontabile, pensava già tristemente a figli e parenti, sicché Alessandro gli chiese: «Quale angoscia t’ha preso a tal punto da farti distogliere gli occhi dal mondo?».
L’esperto capitano ragguagliò il sovrano sul gravissimo pericolo di quell’ostacolo marino, per cui ogni nave che l’avesse raggiunto non avrebbe poi avuto modo di abbandonarlo.
Gli disse: «L’esperto lo chiama “bocca di leone”, giacché come la bocca dei leoni quel vortice anela al sangue. Ma questi pericoli d’acqua non sono tutto; infatti, un’altra sventura a noi si avvicina: un’epidemia si è a bordo propagata e il volto dei marinai è già piagato e coperto di pustole. Se la via già percorsa era pericolosa al punto da terrorizzare qualsiasi viaggiatore, ora siamo tutti in pericolo di vita, le gocce di pioggia ora sono diventate un vero torrente in piena! Non vedo altro rimedio che cercare salvezza sulla terraferma, lungi dal gorgo che circonda questo scoglio. Di qui la via ci riporterà a Qeysur, e poi ci aspetta la lunga marcia sino in Cina. Meglio di questo mare è invero quella lunghissima marcia, giacché alla lunghezza e al ritardo c’è sempre rimedio».

Il sovrano su quell’alto scoglio commentò con questo proverbio: chi va piano va sano, né avrà troppa pena. Quindi mandò a chiamare il saggio Apollonio e gli chiese: «T’è venuto in mente un qualche stratagemma, un’idea efficace che ci porga aiuto, che possa indicare alla nave la via di salvezza?».
E quel saggio rispose: «Sarà lo stesso xvarnah regio a farmi da guida! Se il sovrano vorrà sostare qui un poco, io potrò intanto preparare una statua dalla nuda pietra; quindi, dopo averle appeso al collo un tamburo, le farò una cupola con cui coprirla. Basterà fermarsi sotto questa sua cupola e percuotere quel tamburo, perché la nave possa subito guadagnare il mare più profondo superando l’ostacolo dei vortici, e riprendere quindi la navigazione secondo il piano precedente».

Questo stratagemma parve invero strano al sovrano, che si chiedeva come quel saggio avrebbe risolto il problema. Comunque, gli ordinò di realizzare immediatamente tutto quanto aveva suggerito, ciò che era evidente e ciò che era celato. E di tutto quanto gli occorresse, di ogni strumento adatto all’opera, il re si preoccupò di far provvista.
Quel maestro dal profondo ingegno s’impegnò con tutte le forze alla realizzazione dell’opera: dapprima innalzò una cupola di dura pietra, quindi con formule e incantesimi vari se la propiziò, poi vi collocò una statua di rame con un tamburo appeso al collo.
Alla fine disse al sovrano: «Ora che ho eretto la cupola e ho preparato la statua e il suo tamburo, lancia pure la tua nave in quel vortice d’acqua, e batti quel tamburo se vuoi che prenda velocità».

gorgoIl sovrano ordinò all’esperto capitano, che aveva portato in salvo la nave, di puntare dritto verso il luogo indicato. Non appena l’ebbe raggiunto, la nave prese a girare come impazzita su se stessa a mo’ di demone dell’aria, al che il re – rimasto sull’alto scoglio – si precipitò verso la cupola di pietra con un bastoncino in mano e percosse il tamburo, facendone uscire un sommesso rullio simile al battito delle ali di Gabriele.
La nave d’un colpo superò il vortice, né più girò su se stessa. Il re per il felice esito di quell’arcana operazione divenne radioso come sole di primavera, e per la gioia volle colmare il saggio Apollonio che aveva trovato il rimedio di infiniti doni in denari e tesori.

In altro modo riferisce nel suo libro un autore circa la rotta di quegli antichi naviganti, ché quel terribile vortice detto «bocca di leone» secondo lui aveva avuto origine dai confini marini della perfida Babilonia, e qui, due essendo le opinioni [i fiumi] che confluiscono in uno stesso mare, la questione si fa intricata; ma poiché entrambe le versioni ve le ho riferite nello stesso metro, badate che non è difficile il segreto che si cela nel mio canto!
Sappiate che anch’io volli cercare presso un saggio una spiegazione riguardo all’efficace rullio di quel tamburo.

E così mi rispose colui, dotto assai in ogni scienza, nella misura a cui giungevano le sue congetture: «Orbene, quando la nave entra in simili vortici significa che un mostro marino le giunge vicino, d’aspetto demoniaco, e subito prende a vorticare sott’acqua intorno alla nave che non può far altro che stargli dietro, finché esso la manda in pezzi e ingoia nel suo stomaco gli sventurati marinai. Ma quando quel tamburo di rame e di cuoio fa giungere all’orecchio del mostro marino il suo dolce rullio, ecco che il pesce si spaventa a quel suono penetrante e si ritira all’istante negli abissi del mare. Insomma, se l’acqua si agita, ciò avviene perché è mossa dal suo petto e dalle sue pinne possenti, e la nave ne viene presto risucchiata. Ma con l’espediente del tamburo la nave può trarsi in salvo; di più non può saperne nessuno fuorché Dio».

(Nezâmî, Il libro della fortuna di Alessandro)