Il prodigio del castello vuoto

Se li tuoi diti non sono a tal nodo
sufficienti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto sodo!
(Dante, Paradiso, 28: 58-60)

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C’è una via che dal Castello del Graal porta dritto al Castello di Kafka.
Se è così difficile rintracciarla, è perché, non essendo molto trafficata, di rado ci si imbatte in qualcuno a cui chiedere informazioni. Se ne incontri uno, puoi dirti fortunato. E se per caso incontri Calvino, beh, allora vuol dire che hai preso un terno al lotto.

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Escher – Print Gallery

Tu, che dici? – quanti castelli ci saranno al mondo?
Un migliaio, un milione – più o meno quanti?
Io ti dico quello che ho appreso da Calvino: che non c’è che un Castello, il cui ponte levatoio s’abbassa e lascia entrare solo i creduloni – solo quelli che credono, sulla parola, ai prodigi di cui si narra che vi accadano, il più grande dei quali è che ogni viandante che per di là è passato, s’è come sentito, dopo, in dovere di raccontare la sua avventura nel Castello: e perciò s’è costruito un suo castello.
Solo per raccontare del Castello.

La «forza» del Castello è che continua a farci innalzare castelli. È più forte di noi! una volta che il ponte levatoio s’è abbassato e ci ha lasciati entrare, non possiamo sottrarci al Responso del suo oracolo.
Dobbiamo, per forza, raccontarlo.
Se era un sogno, ci abbiamo creduto: c’è un solo Castello. Nessuno ci abita. È il Castello ad abitare in tutti i sognatori.
Se era un racconto, l’abbiamo sentito dire: c’è un solo Racconto, anzi solo il Racconto è. Nessuno lo racconta, eppure tutti i narratori non sono che le sue voci.

Lo stiamo dicendo da un po’: il Racconto è un mucchio di racconti, gettati l’uno sull’altro, confusi in un solo mischiafrancesca, interlacciati (ma forse dovrei dire: intrallazzati) l’uno nel piacere di raccontare la metafora dell’altro, e possibilmente di sguazzarci dentro.
Lo stiamo dicendo, ma confidiamo che tu lo «veda» perché te lo stiamo costruendo sotto gli occhi: il Mucchio delle mille e [tuttavia] una [sola] Notte. Ammucchiati, più o meno a caso, l’uno sull’altro, stiamo spargendo i mille e ancora mille e più semi del Racconto, e – credimi – ci sarebbe facile lasciarli così. Abbandonati al disordine. Se Venere non ci obbligasse, se la Strega, la baba-jaga, non ci costringesse a indicizzarli.

E come darle torto, se al mondo ci sono tanti castelli?
Tu che dici? saranno più o meno di una miriade di miliardi?
Ci sono castelli per tutti i gusti, castelli di fate di streghe e di maghi, castelli di vetro trasparenti e castelli rotanti in cui si riesce appena, una sola volta nella vita, a sbirciare dentro. Ci sono castelli di sabbia e castelli il cui pavimento è di topazi smeraldi e lapislazzuli. Ci sono castelli in aria, castelli edificati da mani titaniche sulla cima di monti inaccessibili – ma anche castelli a due passi dal casello dell’autostrada.
Insomma: a ciascuno il suo castello (di chiacchiere, s’intende!).

A ciascuno il suo castello, prima o poi però, quando le chiacchiere più non lo reggono, va in rovina.
Come potrebbe non essere così, dal momento che è dalle rovine degli altrui castelli, che ciascuno di noi ha preso le misure per il suo?
È dai tempi della paletta e del secchiello che abbiamo preso questo vizio di costruirlo sulla sabbia. Dovremmo sapere che basta appena un’onda più alta per spazzarlo via, e invece continuiamo a dolercene ogni volta che l’oltraggio si ripete.
Grandi castelli, grandi dolori – è matematico. Aristotele avrebbe dovuto farne la prima formula del suo principio di identità. Se non lo fece, fu perché era grande anche lui.

De-Chirico-Ritorno-al-Castello
De Chirico – Ritorno al Castello

Beati dunque i piccini, beati i maestri di piccineria di una volta – dice il Tao! perché a loro i castelli glieli fanno le formiche o le bamboline. Essi non hanno da «produrre cose nuove», ma solo da svuotarsi di un mucchio di castelli buoni solo a disorientarlo.
Guarda ad es. Calvino, questo novello Collodi solo un po’ più patafisico! – lui è piccino e perciò non si affanna a inventarsi le storie, lui è già così «pieno zeppo» di parole e di storie, di eccitazioni e di istigazioni a riscriverle – che non ha nessun bisogno di essere originale.
Di originale c’è il bosco, il disordine e l’oblio.

Calvino sa che c’è un solo luogo d’origine di tutte le «scritture», e che la sua metafora forse più riuscita è quella del Castello che sorge in una radura del bosco.
Di più: la sua stessa patafisica l’ha convinto che solo il Castello è, e solo Esso permane al di là dei castellani – che sono sempre di passaggio. Passano e, nel passare, hanno l’onore d’essere ospitati, almeno una volta nella vita, nel Castello.
Ma Calvino è troppo ingenuo per non saperci dire molto altro ancora. Siamo noi che facciamo fatica a seguirlo, noi che abbiamo fatto il periplo del mondo del Racconto, sì – siamo noi che stentiamo a raccogliere l’ingenua semplicità del suo dire.

Ma tu guardalo!
Entra in punta di piedi, si accomoda nel solo posto rimasto vacante, e di là assiste pure lui, come Parsifal – ma dovrei dire come ogni bambino della cavalleria al servizio della Fede Cieca – a una processione.
A sfilare dinanzi al suo sguardo perplesso, anche se non ha più la forma del santo Graal, ma quella ben più profana dei Tarocchi, è sempre la Risposta Già Data. Il Responso che, da sé, si dà a chi neanche gliel’ha chiesto.
Se là è Parsifal che tace, qua sono tutti gli ospiti del castello a essere muti. Se là l’Eroe ammutolisce al cospetto del Sancta sanctorum, qua tutti gli ospiti sono indifferentemente stregati dal Luogo, e non da ciò che vi è o vi sarebbe custodito. Tutti sono abitati dal Castello dove credono di abitare. Posseduti dalla Regola che credono di reggere. Vittime di un prodigio a cui, a differenza di Parsifal, non assistono. Di un prodigio che è efficace comunque, a dispetto della scena vuota di «oggetti sacri» o «tabù».

Calvino il Piccino, paletta e secchiello alla mano, il suo castello lo svuota, non lo riempie. Calvino il Piccino (sembra il nome di un vecchio re carolingio) gioca a levare, non a mettere. A togliere, non ad aggiungere.
Calvino è troppo piccino, troppo vuoto, troppo leggero, per presumere di far altro che scaricarsi di ciò che gli altri racconti si sono incaricati di raccontare, a proposito del Castello.

E che cosa ne viene fuori?
Sorpresa!
Il Castello non ha bisogno di un santo Graal per far valere la forza dei suoi prodigi. Il Castello vuoto funziona lo stesso.
Perciò ti dicevo che, se cerchi informazioni sulla via che dal Castello del Graal porta al Castello di Kafka, fai bene a rivolgerti a Calvino.
Lui ti aiuta a prendere confidenza col Luogo, piuttosto che scervellarti alla ricerca del senso degli eventi che vi succedono.
Il Luogo è vuoto, ma continua a esigere che se ne racconti. Il Racconto non ha più un Posto, ma continua a raccontare della Via che porta in quel posto in una cera radura nel bosco.