Finlandia – La vergine dell’arcobaleno

Ekman-VainamoinenLa bella vergine di Pohjola, gloria della terra, vanto delle acque, stava assisa sul timone dell’aria, risplendeva sull’arcobaleno nelle sue vesti chiare, nei suoi abiti bianchi: tesseva una stoffa d’oro, con un fuso d’argento.
Mentre la vergine tesseva, la navetta cantava tra le sue mani, il fuso andava e veniva senza posa, i licci di rame scricchiolavano, il pettine d’argento sibilava.

Il vecchio intrepido Väinämöinen si allontanava con grande fracasso dall’oscura Pohjola, dalla nebbiosa Sariola.
Percorse un po’ di strada, avanzò per un tratto; sentì il brusio del fuso sopra la testa. Alzò il capo, guardò in alto: un bell’arco si distendeva nel cielo, sul bordo sedeva una fanciulla che tesseva una stoffa d’oro, che ricamava un tessuto d’argento.

Il vecchio intrepido Väinämöinen subito fermò il cavallo, in alto levò la voce e disse: «Sali, fanciulla, sulla mia slitta; scendi nel mio carro!».
La giovinetta di rimando disse: «Perché mai una fanciulla dovrebbe salire sulla tua slitta, una vergine scendere nel tuo carro?».
Il vecchio intrepido Väinämöinen rispose: «Voglio la fanciulla sulla mia slitta, la vergine sul mio carro perché m’impasti le focacce di miele, mi prepari la buona birra, canti per me sulla panca, rallegri col canto le finestre, nella mia casa a Väinölä, nei miei campi di Kalevala».

La fanciulla cominciò a parlare, rispose queste parole: «Ieri, a tarda sera, mentre il sole tramontava, passeggiavo tra i prati di robbie, avanzavo leggera sull’erica gialla; un uccellino cinguettava tra le foglie, un tordo zufolava: cantava dell’anima delle fanciulle, dei desideri della giovane sposa. Io gli domandai: “Piccolo tordo, canta al mio orecchio chi delle due è più felice, quale ha sorte più lieta, se la fanciulla che sta come figlia nella casa del padre o la sposa che sta come nuora nella casa del marito”. La cincia me lo seppe dire, il piccolo tordo mi rispose: “Radioso è il giorno dell’estate, ancora più radiosa è la vita della fanciulla; freddo è il ferro nella brina, ancora più fredda la vita della sposa. La fanciulla sta nella casa del padre come la bacca nella terra feconda, la sposa sta col marito come il cane alla catena; raramente la serva riceve un po’ d’amore, mai ne riceve la nuora”».

Il vecchio intrepido Väinämöinen disse queste parole: «Vani sono i canti del tordo! Nella casa del padre la fanciulla è una bambina, se è maritata la si deve rispettare. Scendi dunque, vergine, nel mio carro, sali sulla mia slitta. Io non sono uomo dappoco, né un eroe più inetto degli altri».
La vergine rispose con scaltrezza: «Ti chiamerò uomo, ti stimerò eroe se saprai tagliare per tutta la lunghezza un crine di cavallo con un coltello senza punta; se con un uovo farai un nodo invisibile».

Il vecchio, intrepido Väinämöinen tagliò per tutta la lunghezza un crine di cavallo con un coltello senza punta, e con un uovo fece un nodo invisibile; poi invitò la fanciulla nel suo carro.
La fanciulla con furbizia gli rispose: «Potrei forse venire, se da una pietra tu sapessi estrarre un po’ di scorza di betulla, se da un blocco di ghiaccio senza che se ne stacchi un solo frammento, senza che una sola scheggia voli via, tu sapessi ricavare pioli».

Il vecchio intrepido Väinämöinen non se ne diede pena: da una roccia estrasse la scorza, e dal ghiaccio tagliò pioli senza che se ne staccasse un frammento, che una sola scheggia volasse via. Poi invitò la fanciulla sul suo carro.
La fanciulla con astuzia gli rispose: «Scenderei verso l’eroe che costruisse un battello coi pezzi d’un fuso, con le schegge della mia spola, che lo varasse in acqua, lo lanciasse tra le onde senza spingerlo col ginocchio, senza toccarlo con la mano né voltarlo con le braccia o dirigerlo con la spalla».

Vainamoinen-arcobaleno

Allora il vecchio intrepido Väinämöinen pronunciò queste parole: «Non c’è forse sulla terra né sotto la volta del cielo un costruttore di battelli capace di eguagliarmi!».
Prese i pezzi del fuso, i frammenti della spola, e si mise a costruire il battello, la barca dalle cento assi, sopra una rupe d’acciaio, sopra un macigno di ferro. Lavorava il legno pieno d’orgoglio, costruiva il battello con fiera sicurezza: lo digrossò un giorno, lo digrossò un secondo, ancora un terzo giorno senza che l’ascia toccasse la roccia, il taglio dell’acciaio urtasse la pietra. Ma al volgere del terzo giorno Hiisi fece girare il manico della scure, Lempo tirò a sé la lama, il maligno sviò il colpo.
Allora l’ascia toccò la roccia, il taglio urtò il macigno: la scure scivolò sulla pietra, il filo della lama si conficcò nella viva carne, nel ginocchio dello schietto eroe, nel dito del piede di Väinämöinen. Lempo gliel’affondò nella carne, Hiisi lo aggiustò nelle vene: il sangue cominciò a scorrere, a zampillare a grandi fiotti.

Il vecchio intrepido Väinämöinen, l’eterno saggio, levò la voce, disse: «Ascia dalla punta curva, scure dalla lama d’acciaio, credevi forse di mordere il legno, di tagliare un abete, di spaccare un pino, di fendere una betulla quando penetrasti nella mia carne, scivolasti nelle mie vene?».
Recitò gli incantesimi, pronunciò gli scongiuri, i canti delle origini, le formule nel giusto ordine; ma non riuscì a ricordare alcune parole fondamentali del ferro, quelle che avrebbero potuto saldare la piaga, sigillare l’apertura scavata dal duro ferro, la ferita dell’azzurro acciaio.

Il sangue scorreva come un torrente, gorgogliava come una cateratta, copriva gli steli delle bacche, gli sterpi delle lande; non c’era zolla che non fosse sommersa dallo sbocco di sangue, dall’onda smisurata che spumeggiante si rovesciava dal ginocchio dell’eroe veritiero, dal dito del piede di Väinämöinen.
Il vecchio intrepido Väinämöinen staccò i licheni dalla roccia, raccolse il muschio dai pantani, strappò zolle d’erba dalla terra per ostruire il buco fatale, per serrare l’atroce ferita. Ma non gli riuscì affatto, non la chiuse neanche un poco.

Allora fu preso dall’angoscia, si accrebbe il suo dolore; il vecchio, intrepido Väinämöinen scoppiò in un pianto silenzioso. Imbrigliò il cavallo, mise il fulvo stallone innanzi al carro, poi si buttò sulla slitta, e lesto s’installò sullo stallo. Fece schioccare la frusta ornata di perle, flagellò il focoso destriero.
Il cavallo si slancia nella corsa, il cammino scorre via, il carro fugge, la meta si fa più vicina: presto giunge a un villaggio, all’incrocio delle tre strade.

Il vecchio intrepido Väinämöinen seguì la prima via, giunse alla casa più bassa e senza varcare la soglia domandò: «C’è qualcuno qui che sappia curare gli effetti del ferro, sondare la ferita dell’eroe, mitigare il suo dolore?».
C’era un bambino sul piancito, un ragazzino sulla panca del focolare; disse di rimando: «Non c’è nessuno in questa casa che sappia curare gli effetti del ferro, sondare la ferita dell’eroe, calmare i suoi tormenti. Cercalo altrove, va’ a un’altra casa!».

Il vecchio intrepido Väinämöinen fece schioccare la frusta, partì con gran fracasso; avanzò per un tratto lungo la via di mezzo fino alla casa più centrale. Chiese allora dalla soglia, domandò da sotto la finestra: «C’è qualcuno che sappia curare gli effetti del ferro, porre un freno al fiotto di sangue, una diga al torrente delle mie vene?».
Una vecchia col mantello, una vecchia ciarlona rispose dalla panca, biascicò tra i denti: «Non c’è nessuno in questa casa che curi gli effetti del ferro, che conosca l’origine del sangue e allevi i tuoi tormenti. Cercalo altrove, va’ a un’altra casa!».

Il vecchio intrepido Väinämöinen fece schioccare la frusta, si rimise in cammino; avanzò per un tratto lungo la via più alta, fino alla casa più elevata. Domandò dalla soglia, disse da dietro il pilastro: «C’è qualcuno qui che curi gli effetti del ferro, che argini il flusso straripante, arresti questo sangue scuro?».
Un vecchio stava sdraiato sulla stufa, un vecchio dalla barba grigia; gridò con voce roca, rispose con voce ruggente: «Sono state chiuse aperture più grandi, sanati guasti più gravi con le tre parole del Creatore, recitando le cause profonde. Sono stati sbarrati i fiumi alla foce, i laghi alle sorgenti, i torrenti impetuosi presso le cascate; sono stati saldati i golfi alla sommità dei promontori, si è unito istmo a istmo!».

(Kalevala, runo 8)