Wolfram von Eschenbach – Parzival assiste alla processione del Graal

Parzival doveva poi lamentare che gli fosse stata levata l’armatura: in un momento in cui non era disposto a intendere scherzi, un buffone ciarliero, con parole arroganti, quasi fosse adirato con lui, invitò l’intrepido ospite a venire al signore del castello.
Per mano del giovane eroe poco manco che quello non perdesse la vita: Parzival, non trovando la sua spada lucente lì accanto, gli serrò a pugno la mano, e così forte, che dalle unghie gli sprizzò il sangue e gli inondava la manica.

«Non fate così, signore – dissero tutti insieme i cavalieri. – Si tratta di un uomo uso a scherzare anche se noi siamo tristi. Mostrate anche a lui la vostra benevolenza. Egli non intendeva dirvi altro se non che è venuto il Pescatore. Andate dunque da lui, che vi tratterà da ospite di riguardo e scuotere di dosso il peso dell’ira».

Graal-sacroEssi salirono in una sala. Qui, sopra alle loro teste, erano appese cento lumiere fitte di molte luci, e alle pareti, tutt’in giro, piccole candele.
Preparati da chi ne aveva la cura, v’erano cento divani e sopra vi erano stese cento coperte imbottite. Ognuno di essi, diviso dagli altri da uno spazio, era destinato a quattro persone e aveva, ai piedi, un tappeto rotondo.

Il figlio del re Frimutel [Anfortas] era ben in grado di provvedere a tanto.
Un’altra cosa non era stata dimenticata: non era sembrato di troppo costruire nel marmo tre focolari quadrati, sui quali ardeva la forza del fuoco: era legno di aloe.
Nessuno qui a Wildenberg ha ancora mai visto così grande fiamma; ma là ogni cosa vi era preziosa.

Il signore di corte chiese di essere posto su una branda, di fronte al camino di mezzo. Ogni ponte era ormai rotto tra lui e la gioia: egli viveva non diversamente da un morto.
Parzival, il chiaro-splendente, entrò nella sala e venne accolto degnamente da quello stesso che l’aveva mandato qua.

Questi non lo lasciò in piedi a lungo, ma lo pregò di avvicinarsi e sedere: «Qui, vicino a me. Se vi lasciassi lì, lontano da me, vi tratterei troppo da straniero».
Così disse l’ospite dalla grande pena. Per riguardo al suo male, egli doveva avere quel gran fuoco e, indosso, vestiti pesanti. Doveva portare una pelliccia di zibellino larga e lunga, col pelo di dentro e di fuori, e, sopra questa, ancora un mantello. Anche la più piccola pelliccia, se pure era di colore nero e grigio, era degna di lode. Dello stesso pelo di raro valore era anche il berretto, pure foderato di dentro e di fuori. In alto, sopra il berretto, passava un cordoncino d’Arabia e nel mezzo, a mo’ di bottone, un rubino splendente.

Sedevano là molti leggiadri cavalieri, allorché venne recata davanti a loro quell’immagine di dolore.
A un tratto balzò dalla porta un paggio che portava una lancia – quell’uso muoveva ogni volta al pianto i presenti; dal suo taglio usciva il sangue che scorreva lungo l’asta fino alla mano, e lì scompariva dentro la manica.
Tutti nell’ampia sala piangevano e gridavano. Un popolo di trenta paesi non avrebbe potuto dare ai propri occhi tanta pena.
Il paggio recò la lancia intorno nelle sue mani alle quattro pareti e poi di nuovo alla porta, e di qui balzò al di fuori.
Ora si placarono i gemiti di quell’assemblea, cui l’aveva costretta il dolore, rinnovato dalla visione della lancia: quella lancia che il paggio aveva portato nella sua mano.

Se ora non vi annoiate, comincerò a raccontarvi con quali modi cortesi furono trattati e serviti quei cavalieri.
A un capo della sala si spalancò una porta d’acciaio e ne entrarono due nobili fanciulle – ascoltate come esse erano vestite – in età da donare amore a chi si fosse posto al loro servizio. Erano splendide vergini. Due corone di fiorellini ornavano il loro capo scoperto e ognuna portava nelle mani un candelabro d’oro con le luci accese. I loro capelli erano lunghi e biondi.

Ma non vogliamo dimenticare il vestito che le fanciulle si trovavano ad avere indosso, quando entrarono. La veste della contessa di Tenabroc era bruna scarlatta e l’uguale portava anche la sua compagna. Alla vita, sopra i nodi dei fianchi, erano strette da una cintura.
Dopo di loro giunse una duchessa, con una compagna anche lei. Queste – la loro bocca splendeva come il rosso del fuoco – recavano due piedistalli d’avorio. Tutt’e quattro fecero un inchino e due posero ai piedi del signore i piedistalli. Perfetto fu il loro servizio. Poi si unirono tutte in una sola schiera. Tutte erano assai belle a vedersi nell’eguale vestito.

Graal-angeli

Ecco ora, senza indugio, giungere altre due quadriglie di dame, anch’esse destinate a un loro ufficio: quattro portavano grosse candele e le altre quattro si compiacevano recare una pietra preziosa, che di giorno lasciava passare la luce del sole. Conosciuto era il suo nome: era granato giacinto, lungo e largo di lati. L’artefice, chiunque egli fosse, per farla leggera, l’aveva tagliata sottile a mo’ di tavola e su di essa il signore in sua magnificenza mangiava.
Esse andarono diritte, tutt’e otto insieme, a porsi dinanzi a lui e chinarono il capo. Quattro di esse posarono la tavola sui piedistalli d’avorio bianco come la neve, arrivati poc’anzi. Poi, con movenza gentile, si ritirarono indietro e si posero accanto alle prime quattro.

Queste otto dame avevano vestiti più verdi dell’erba, di velluto di Azagouc, tagliate ben larghe e lunghe e a mezza vita le stringevano cinture preziose, sottili e lunghe. Ognuna delle otto vergini portava sopra le chiome una piccola corona di fiori.
Persino le figlie del conte Iwan di Nonel e di Jernis de Ril erano venute da molte miglia lontano a prendere qui servizio. Ora si videro queste due principesse venire in un meraviglioso vestito che recavano – meraviglia per tutti – due coltelli dalla lama come di spada, ognuno sopra un tovagliolo. Erano coltelli d’argento bianco temperato, lavoro d’arte finissimo; e il filo era così tagliente che avrebbe potuto tagliare finanche l’acciaio.

Precedevano le portatrici dei coltelli alcune nobili dame elette appunto a quel servizio, le quali tenevano, a lato dei coltelli d’argento, dei lumi. Erano quattro fanciulle pure d’ogni macchia. Così avanzarono tutt’e sei: ascoltate ora cosa fecero, ognuna di loro.
S’inchinarono, e due di loro portarono verso la splendida tavola i coltelli d’argento e ve li deposero; poi, con grazia, tornarono a congiungersi con le prime dodici. Se ho contato bene, in tutto qui dovevano esserci diciotto dame.

Ed ecco, ora si videro venire altre sei dame in abiti preziosi, fatti per metà di seta trapunta d’oro, per l’altra metà di seta di Ninive. Queste e le prime sei vestivano dodici abiti multicolori comprati a caro prezzo.
Dopo di loro veniva la regina. Il suo volto mandava tale splendore che tutti credettero stesse per farsi giorno. La fanciulla indossava seta d’Arabia.
Sopra un cuscinetto di seta verde la regina recava la gemma di paradiso, radice e fiore insieme d’ogni felicità.
Quest’era una cosa che si chiamava Graal, misura di bene superiore a ogni desiderio umano. Quella cui era concesso portare il Graal si chiamava Repanse de Schoye. Il Graal era di tal fatta che bene doveva preservare la sua purezza colei che volesse a diritto esserne la custode; e di più, doveva essere libera da ogni falsità.

Graal-Parzival-processioneDavanti al Graal si portavano dei lumi, non certo di poco valore: erano sei bracieri alti, di limpido cristallo, di fine fattura, in cui ardeva del balsamo.
Quando dalla porta le fanciulle che li portavano furono arrivate al punto giusto, la regina s’inchinò con grazia e con lei, tutte insieme, le vergini che portavano i cristalli del balsamo. La regina, la pura d’ogni falsità, depose il Graal davanti al signore.
La storia racconta che Parzival guardò più di una volta a colei che ora aveva recato il Graal, e pensava: «È lei quella di cui ora io porto il mantello».

Graziose, le sette donne raggiunsero poi le prime diciotto, e qui si lasciarono in mezzo la più nobile tra loro. Se non erro, così, elle ne ebbe dodici da ogni lato. La fanciulla con la corona apparve allora bellissima.

A quanti cavalieri sedevano là nella sala era assegnato, uno per ogni quattro, un camerlengo con un bacino d’oro massiccio, seguito a sua volta da un giovane paggio che teneva un bianco lino.
Qui se ne vedeva abbastanza ricchezza! Cento dovevano essere i tavoli che ora furono portati dentro per la porta. Rapidamente vennero disposti uno per ogni quattro cavalieri, e vi furono stese sopra con cura delle tovaglie bianche.

Il signore – un uomo monco nella gioia – prese egli stesso l’acqua. Insieme con lui si lavò anche Parzival. Dopo di che il figlio di un conte, inginocchiatosi premurosamente, porse loro una salvietta di seta di bel colore.
Ovunque era ritto un tavolo, i quattro paggi avevano l’ordine di non trascurare di servire quelli che vi erano seduti. Due si inginocchiavano e trinciavano le carni; gli altri due portavano senza posa da mangiare e da bere e disimpegnavano dal servizio gli ospiti.

Ascoltate che io dica di altra magnificenza: quattro carri spinti lungo le quattro pareti della sala recarono coppe d’oro per ogni cavaliere che sedeva là. Infatti, si videro quattro cavalieri posare le coppe con le loro mani sui tavoli; dietro ogni carro seguiva un paggio con l’ufficio di contarle e riporle sui carri, appena finito il servizio.
Udite più oltre la storia: s’aprirono gli ordini, e cento paggi, avvicinatisi con profondo rispetto al Graal, ne presero pane su tovaglie bianche. Poi, tutti insieme, ne ripartirono e si sparsero tra i tavoli.

Come l’hanno detta a me, la dico anch’io; ma quanto a giurare, giurate voi; così, se mai dovessi mentire ad alcuno, saremmo in due a mentire: là, davanti al Graal, era pronto tutto ciò a cui l’uno o l’altro tendesse la mano, così che egli trovava pronti cibi caldi e freddi, cibi nuovi e non nuovi, di carne d’animale domestico o selvatico.
Prendesse uno a dire che cose del genere non si danno, costui parlerebbe a sproposito perché il Graal era il frutto di ogni bene, una tale somma di altissima dolcezza da valer quasi quanto si dice valga il Paradiso.

Graal-processioneIn piccoli vasi d’oro furono preparati condimenti adatti a ogni vivanda, o salsa o pepe o sciroppo di frutta. Il sobrio e il ghiottone avrebbero avuto qui ugualmente abbastanza da quanto, con grande cortesia, si portava per loro: vino di more, vino d’uva, sciroppo rosso, quanto insomma ognuno chiedeva di bere tendendo il nappo, poteva ritrovarselo dentro, tutto per virtù del Graal. E il Graal saziò tutta la nostra compagnia.

Parzival osservò la magnificenza e il grande prodigio; pure gli dispiacque di chiedere: temeva di venire meno alle norme di cortesia. Egli pensava: «Gurnemanz, dalla grande indefettibile fedeltà, mi ha insegnato a non fare molte domande. Non deve forse il mio soggiorno qui avvenire nello stesso modo che là da lui? Senza domandare, conoscerò ugualmente il costume di questa compagnia di cavalieri».

Mentre pensava così, gli venne vicino un paggio che portava una spada la cui lama valeva mille marchi, e l’impugnatura era un solo rubino. Quella lama avrebbe ben potuto essere strumento di grandi prodigi.
Il signore la porse al suo ospite e disse: «Cavaliere, io la usai in molti luoghi nel pericolo, prima che Dio mi colpisse. Ora ve ne sia fatto dono di risarcimento, se mai qui non vi abbiamo ospitato degnamente. Voi siete uomo da portarla degnamente ogni dove; quando ne avrete messa alla prova la tempra, vi sentirete sicuro in ogni lotta».

Ahimé, ché a questo punto egli non domandò! Per lui ne sono triste anche adesso. Allorché ricevette la spada nella sua mano, con ciò egli veniva ammonito a domandare. Ma poi mi fa pena quel dolce signore che un male innominabile consumava e che ora, da una domanda, avrebbe avuto salvezza.

Ora avevano ammannito abbastanza: ecco che quelli che ne avevano la cura, si misero in moto e riportarono via le suppellettili. I quattro carri ne furono caricati. Ciascuna dama riprese il suo servizio, prima le ultime, indi le prime; accompagnarono a riprendere il Graal la più nobile tra loro.
Con grazia s’inchinò la regina davanti al signore e a Parzival, e insieme con lei tutte le fanciulle; poi portarono di nuovo fuori, per la porta, quello che prima con grazia avevano portato dentro.

Parzival le seguì con lo sguardo e in una branda, dentro una stanza, prima che esse chiudessero bene la porta, scorse un vecchio più bello di quanti egli avesse mai visto.
Posso ben dirlo senza esagerazione, quell’uomo [Titurel, padre di Frimutel] era più bianco finanche della brina.

(Wolfram von Eschenbach, Parzival, 5: 229-240)