Tra domanda e risposta

punto-interrogativoAttendere senza sapere chi o che cosa, domandare ma senza mai avere lo straccio d’una risposta, desiderare qualcuno o qualcosa e permanere nella sua mancanza e, ciononostante, continuare ad attendere, insistere a domandare e desiderare – dimmelo tu se questo non è fin «troppo umano» per non disilludere chiunque di noi pensi di esserne immune o di farla franca.
Tutti aspettiamo la Risposta che non c’è e non ci sarà mai data. Eppure, non possiamo astenerci dal continuare a domandare. Per continuare a illuderci, ci diciamo che la Risposta c’è, solo che «soffia nel vento» e c’è bisogno d’imparare a volare per correre ad acchiapparla.

È più forte di noi: non abbiamo le ali, eppure non possiamo non domandare, chiedere, volere, desiderare! e, pur di desiderare, accettiamo di perderci a vista d’occhio su una qualche duna nel deserto dell’Attesa.
E là, c’è chi attende il possibile, e chi invece l’impossibile – dice Kierkegaard. L’uno, modestamente, attende di poter domandare ancora, l’altro – lo stolto – continua ad attendere la Risposta. Il modesto si accontenta (fin troppo!) di poter domani desiderare ancora. Lo stolto invece è così stolto che gli ci vuole chissà quanto tempo per capire che la Risposta la sa già, che il suo voto o desiderio è stato già esaudito: solo che, per essere pienamente esaudito, manca ancora della Domanda a cui risponde. Lo stolto è così stolto che non capisce che, la Domanda, è la più semplice da indovinare. E perciò tutta la vita rimane sulla porta per cui era destino che solo lui, proprio lui, passasse!

Quella porta è sempre stata aperta, quella domanda è da sempre nell’aria, ma lui, lo stolto, l’immacolato Parsifal, tarda a formularla.
Ma mettetevi nei suoi panni! Avete la soluzione, ma non sapete di quale problema! Vi pare facile? E non è meglio trovarsi nella parte, sia pure tragica, di Edipo? Perlomeno Edipo sana Tebe dalla peste, laddove invece Parsifal causa un lungo gelido inverno.

Voi forse mi direte che il paragone non regge, che somigliano i casi nostri a quello di Edipo, che facciamo in continuazione domande a cui non troviamo risposte – mentre il caso di Parsifal, quello in cui la Soluzione precede il Problema, ha tutta l’aria d’essere un puro artificio, uno di quei funambolismi così cari ai poeti, specie a quelli un po’ matti.
Tu, pensaci un attimo … e poi, dimmi: non è proprio questo il paradosso «umano»: di trovarci, da bambini, accerchiati di risposte, ricette, arti, mestieri, attrezzi e soluzioni d’ogni genere e specie? Non hai per caso incontrato pure tu prima il martello e poi l’inchiodare a cui serviva?

punti-interrogativo-esclamativoIl nostro paradosso è che, se mai una risposta ci viene data, è là dove non abbiamo domandato nulla, là dove non stavamo aspettando niente e nessuno, là dove non ci passava neanche per l’anticamera del cervello il desiderio di qualcosa.
Sì, proprio là, solo là, paradossalmente ci è stato risposto.
Non avevamo domandato un sogno, e l’abbiamo sognato. Non avevamo chiesto un dio, e ce l’hanno dato. Non avevamo atteso una legge, e ce l’hanno imposta. Nessuna storia, e invece ci hanno cominciato a storicizzare quando ancora stavamo nella culla. Anzi, eravamo già segnati in un posto della Storia, prima ancora che nascessimo.
Tu nascerai ricco, e tu invece povero.
Chi poteva essere così stupido da rispondere a una domanda che nemmeno mi sognavo di fare? quale convenienza potevo mai averne? quale vantaggio poteva venirmi da questa Legge della disuguaglianza?

L’Uomo, l’«umano troppo umano», l’Ideale, il Casto, il Puro, l’Immacolato – l’Eroe che ha in anticipo la Risposta, Parsifal non ha che da mettersi in cerca della Domanda. Oggi gli tocca fare mille e non so quante capriole su se stesso per trovare, se mai gli riesce, le parole della Domanda a cui gli è stata anticipata ieri la Risposta.
La Risposta è il santo Graal. La Risposta è la nostra esistenza. Non l’abbiamo chiesta, e ci è stata data lo stesso.

Invece, di «domande senza risposta» ne abbiamo fatte così tante, che non è difficile capire di che si tratta: si tratta di quegli indovinelli, enigmi e rebus, attraverso i quali – a ciascuno di noi – è giunta la voce della sua Sfinge – la Voce Senza Corpo di una Perla di cui nulla sapeva, tranne che la poteva trovare solo in una conchiglia, ma per quante conchiglie abbia ciascuno di noi aperto, per quante bocche affamate di risposte abbia spalancato, ahimé no, quella Perla, non l’ha trovata.

Aprirsi senza sapere a chi o a che cosa ci si apra – non è a questa disciplina dell’Aperto Umano, che la «domanda senza risposta» educa Edipo?
Apri gli sfinteri, apri la bocca, il naso, l’ano, le orecchie! – apriti al mondo, a quest’altro mondo, gli dice la sua Sfinge, e vedrai: anche tu sarai in qualche modo alleggerito.
Il guaio è che questa sua smania di aprire e aprire e aprire, feconda sul piano «intellettuale» (non c’è una curiosità a cui Edipo non si apra!), creativa di nuove combinazioni linguistiche, di nuove vie alla conoscenza, si rivela poi drammatica nel campo «sessuale» (la curiosità di Edipo non si ferma neanche dinanzi alla camera da letto di sua madre: Edipo apre tutte le porte che trova chiuse dalla Legge).
Edipo non può più arrestare il fiume delle domande che gli escono da tutti gli orifizi: dalla bocca, dagli occhi, dal naso, dai genitali e perfino dalla pelle.

Ma per ogni domanda che, alla stregua di Edipo, abbiamo rivolta al mondo, il mondo ci ha alleggeriti di un peso, ma per darcene un altro. Per darci da portare il peso di un’altra risposta: di una risposta che rispondeva a tutto, tranne che alla nostra domanda.
Al posto della Risposta Attesa abbiamo trovato, proprio quando stavamo sul punto di disperare, in Sua vece c’è stata data, più di una volta, una «risposta senza domanda».

Ci è stata mostrata la via della Castità. I filosofi ci hanno narrato dell’Essere Puro, dell’Essere Vergine, immune da ogni determinazione.
Ma chi gliel’aveva chiesto? non io, certo.
Io altre cose avevo domandato – non d’essere messo a bagnomaria per tutta la vita nella tale o talaltra tinozza metafisica.
No, io non ti somiglio per niente, mio caro Parsifal. Un poco, sì, è vero, ma non più di tanto. Perché un poco io somiglio anche a Edipo.

conchiglia

Perciò, apri la conchiglia, Venere! sorgi dal mare, Stella!
Tu sei la Domanda senza Risposta. Ma tu, anche, la Perla che non so immaginare. Vieni dunque tu, dea, a sciogliermi dall’aut-aut tra il tragico Edipo e il comico Parsifal. Tu, dal paradosso assolvimi del «doppio canone» di questa strana Regola che mi vuole tragicomicamente «misto»: un po’ donchisciotte, e un po’ Sancio Panza.

Perché io, come tutti gli uomini, «umano» sono. Umanamente impigliato nel dubbio della mia doppia mascolinità.
Sono Adamo e sono il Serpente. Sono colui che dà il nome alle cose, prima ancora di conoscerle. Ma sono anche colui che già le conosce, prima ancora di saperle nominare. Sono casto come Adamo, cristiano come Parsifal, e tuttavia perverso come Edipo, incestuoso come lo Sciacallo.
Perciò, aprimi la tua conchiglia, Donna! Prestami il tuo grembo, Madre!
Tu sola mi puoi partorire, Maria – là dove mi fermo al quia.

Là dove l’un maschio nel suo sosia si scioglie, dove il forte cede al suo gemello più forte – è là che spunta la Stella che porta al giorno la fortuna. Solo la Stella di Venere, solo la stella della Donna, porta ai due gemelli l’occasione – che l’uno non coglie (il casto ha già la Risposta: Costei è la donna di un altro), mentre l’altro si azzarda a scendere nella Casa in fondo al mare, per scipparla ai suoi vincoli parentali (il perverso ama infrangerli, prova piacere a spezzarli).
Perciò, apriti mia Sfinge, e accoglimi nel Libro dei tuoi esercizi di seduzione. Solo tu sei altrettanto ambigua.
Solo tu sei l’Aurora – non sei né Notte né Giorno. E io, a chi altra appartengo, io che non sono né carne né pesce?