von Franz – La sapienza della canna

Dopo aver assolto la prima prova, Psiche deve andare a prendere un fiocco della lana del vello color dell’oro di pecore pericolosissime che pascolano lungo un fiume, alle quali ci si può avvicinare solo con gran difficoltà. Viene aiutata dalla canna. Questa le dice che a mezzogiorno è impossibile avvicinare le pecore e la invita ad attendere la sera, quando quelle bestie selvatiche sono più calme. Se Psiche avesse tentato di avvicinarle troppo presto, sarebbe stata sbranata.

Psiche-canneto

Anche in molte fiabe la canna rivela una sapienza segreta. In molti racconti dell’antichità qualcuno viene assassinato e poi gettato in una palude. Arriva un pastore, taglia una canna, ne fa un flauto e il flauto canta e tradisce il segreto dell’assassinio, così il colpevole viene scoperto e punito.
Mosse dal vento le canne possono quindi tradire e comunicare anche la sapienza divina. C’è nella psiche umana un istinto di verità che non può essere a lungo represso. Possiamo fingere di non prestargli ascolto, continua però a rimanere nell’inconscio.

È come se Psiche nella nostra storia intuisse segretamente come portare a termine la prova affidatale. Il canneto bisbigliante come le formiche rappresenta queste piccole faville di verità che ci giungono dall’inconscio.
La verità non si annuncia ad alta voce; la sua voce sommessa viene percepita come malessere o cattiva coscienza, come dire si voglia. È necessaria una grande calma per riuscire a percepire questi piccoli segnali. Se l’inconscio comincia a parlare ad alta voce e ad esercitare pressioni sull’io, ad esempio con qualche accidente, vuol dire che le cose vanno molto male. In condizioni normali esso usa bisbigliare il suo messaggio a voce bassissima per anni prima che si produca la catastrofe. A questo serve l’analisi, durante la quale cerchiamo di prestare ascolto al canneto prima che si scateni la tempesta.

Merkelbach fa notare che la canna aveva un importante significato in Egitto: il geroglifico «canna» rappresenta il re d’Egitto e Horus, il dio solare risorto, il nuovo re d’Egitto. Rappresenta quindi il re nella sua rinascita e nella sua forma originaria.
Ricordiamo che il faraone è l’incarnazione terrestre di Ra, il sole. Quando il faraone giace per la prima volta con la regina, ella incarna Iside. Si tratta di uno hieròs gámos, nel quale il nuovo re procrea il primo figlio e successore. La sofferenza del faraone, l’aspetto luminoso rimosso, s’incarna in Osiride.

Ogni giorno per dodici ore consecutive ciascuno di noi è solo la metà di se stesso, per poter lavorare dobbiamo rimuovere innumerevoli reazioni vitali interiori, non ci possiamo nemmeno permettere di farle affrontare alla coscienza; finché siamo dediti alle attività coscienti, si può esprimere solo un lato della psiche, mentre l’altro lato inconscio si trova in una condizione simile a quella del dio sofferente nel mondo sotterraneo.

Quando Ra, il faraone, invecchia o muore diventa perciò al momento della morte Osiride; nelle iscrizioni vediamo i loro nomi così intrecciati: Unas Osiride, Pepi Osiride. A questo punto però il nuovo re Horus è già stato generato […]
La canna è collegata a Horus, il principio del futuro. Ci bisbiglia la verità, ci fa presentire il futuro.

(von Franz, L’asino d’oro)