Santillana – Introduzione al Kalevala

Il Kalevala è vagamente noto al grande pubblico come il poema epico nazionale finlandese. È un racconto di una fantasia senza freni, di un’assurdità avvincente, dai tratti meravigliosamente primitivi, veramente magico e cosmologico dal principio alla fine. La sua importanza è inoltre tanto maggiore in quanto la tradizione ugro-finnica ha radici diverse da quella indoeuropea.

Elias-LonnrotFino all’Ottocento il poema esisteva solo in frammenti affidati alla trasmissione orale in ambiente contadino. Dal 1820 al 1849, Elias Lönnrot si assunse il compito di farne una raccolta scritta: vagò da una contrada all’altra nelle province più remote, visse fra i contadini, e riunì i brani che gli venivano recitati in una specie di ordine provvisorio.
Alcuni dei canti più preziosi vennero scoperti nell’estremo nord, nelle regioni di Arcangelo e di Olonetz, che ora appartengono di nuovo alla Russia. L’edizione definitiva di Lönnrot, del 1849, consta di 22.793 versi in cinquanta runot o canti. In seguito si è scoperta una gran quantità di materiale nuovo.

Il poema deriva il suo nome da Kaleva, misterioso personaggio ancestrale che non vi compare mai. Gli eroi sono i suoi tre figli: Väinämöinen, «vecchio e verace», signore del canto magico; Ilmarinen, il fabbro primordiale, inventore del ferro, colui che sa forgiare più cose di quante se ne trovino in terra o in mare; e l’«amato» o «vivace» Lemminkäinen, una sorte di Don Giovanni boreale.
Kullervo, il personaggio amletico, il biondo Kullervo «dalle calze dell’azzurro più azzurro» è un altro «figlio di Kaleva», ma le sue avventure sembrano avere uno sviluppo indipendente; solo in un punto si ricollegano a quelle di Ilmarinen e si direbbe che appartengono a una diversa cornice temporale, a un’altra età del mondo.

È ormai tempo di occuparci del filone principale degli eventi.
L’epopea si apre con una teoria molto poetica sull’origine del Mondo. La vergine figlia dell’aria, Ilmatar, discende sulla superficie delle acque, ove galleggia per settecento anni finché Ukko, lo Zeus finlandese, non le manda il suo uccello. Questi fa il nido sulle ginocchia di Ilmatar e vi depone sette uova, dalle quali proviene il mondo visibile. Ma è un mondo che rimane vuoto e sterile fin quando dalla vergine e dalle acque non nasce Väinämöinen.
Vecchio sin dalla nascita, Väinämöinen ha un ruolo per così dire «maieutico» nei confronti della natura, a cui, col suo canto magico, fa generare animali e alberi.

Joukahainen, mago lappone di rango inferiore, lo sfida nel canto, ma Väinämöinen, con la sua canzone lo fa sprofondare a poco a poco nel terreno, finché il mago non si salva promettendogli in moglie la propria sorella, la graziosa Aino. Ma la fanciulla rifiuta Väinämöinen, perché ha l’aspetto troppo vecchio e disperata se ne va raminga, finché arriva a un lago. Raggiunge a nuoto una rupe per cercarvi la morte, ma «quando s’alzò in piedi sulla cima, sulla roccia dai molti colori, questa sprofondò sotto di lei nelle onde».

Vainamoinen-nato-vecchioVäinämöinen cerca di ripescarla: ella gli entra nella rete sotto le sembianze di un salmone, lo schernisce per non averla riconosciuta e fugge via per sempre. Väinämöinen decide di trovarsi un’altra sposa e parte alla sua ricerca, dirigendosi al paese di Pohjola, la «terra del Nord», una regione nebbiosa «crudele agli eroi», forte nella magia, vagamente identificata con la Lapponia.

Gli eventi si dispiegano come in un sogno, con un’arbitrarietà che ha del surreale. La spontaneità della narrazione, il fascino capriccioso, il nonsense brillante fanno pensare alla fiaba del Fagiolo Magico; ma dietro di loro appaiono gli elementi fossilizzati di un racconto vecchio quanto il mondo – perlomeno quanto il mondo della coscienza umana – il cui significato e filo conduttore andarono perduti molto tempo fa.
Restano i temi arcaici originari, ritti come rovine monumentali.

La sequenza principale è costruita intorno agli episodi della forgiatura e della conquista di un grande mulino chiamato Sampo (la forgiatura è trattata nel decimo runo, il furto del Sampo nei runot 39-42).
Gli studi di Comparetti hanno dimostrato che l’avventura del Sampo è un’unità distinta (come il viaggio di Odisseo agli inferi), «una formazione mitica rimasta senza un’azione narrabile» e in seguito inserita in modo più o meno coerente nel resto della tradizione.
La leggenda popolare ne ha smarrito il significato e fa del Sampo una specie di vago dispensatore magico di abbondanza, una sorta di Cornucopia, ma la storia originale è ben precisa.

Väinämöinen, «saggio e verace», mago eccellentissimo, viene gettato sui lidi di Pohjola, e il suo approdo assomiglia a quello di Odisseo a Scheria dopo il naufragio.
Louhi, la Signora (detta anche la Puttana) di Pohjola, lo accoglie in modo ospitale e gli chiede, senza dare spiegazioni, di costruirle il Sampo. Väinämöinen risponde che solo Ilmarinen, il fabbro primordiale, sa farlo; ella allora lo rimanda a casa con una nave a prenderlo.

Ilmarinen, che si rivolge al «fratello» e compagnone con poca creanza, dandogli del bugiardo e del parolaio, non mostra alcun interesse alla cosa; allora Väinämöinen, vecchio di giorni e saggio fra i saggi, ricorre a un trucco indegno di lui: alletta il fabbro con la storia di un alto pino che cresce

presso il confine di Osmo.
Splende la luna sulla sua chioma,
nei suoi rami riposa l’Orsa.

Ilmarinen non gli crede ed entrambi si recano ai margini del campo di Osmo.

Allora il fabbro arrestò i suoi passi,
stupito dal pino
con l’Orsa Maggiore tra i rami
e la luna sulla cima.

Subito, Ilmarinen si arrampica sull’albero per afferrare le stelle.

Allora il vecchio Väinämöinen
levò la voce in un canto:
«Destati, o Vento, o vortice di Vento;
infuriate con gran furia, o cieli;
nella tua barca ponilo, o vento,
nella tua nave, vento dell’est;
spazzalo via più in fretta che puoi
fino alla tetra Pohjola».

Allora il fabbro, proprio lui, Ilmarinen
viaggiò e si precipitò
librato dalla tempesta
sul sentiero delle brezze,
sopra la luna e sotto il sole,
sulle spalle dell’Orsa Maggiore,
finché giunse alle sale di Pohja,
ai bagni della tetra Sariola.

IlmarinenCosì, in maniera del tutto involontaria, Ilmarinen arriva a Pohjola; i cani al suo arrivo non latrano neppure, il che desta in Louhi il massimo stupore. Ella si mostra ospitale:

diede all’eroe da bere in abbondanza
e gli apprestò un lauto banchetto,

quindi gli dice queste parole:

«O fabbro, o Ilmarinen,
grande primordiale artefice,
se saprai foggiarmi un Sampo,
con il suo coperchio variopinto,
dalle punte delle bianche penne d’ala di un cigno,
dal latte di una giovenca sterile,
da un granellino d’orzo,
dalla lana di una pecora d’estate,
accetterai poi questa fanciulla
come ricompensa, la mia graziosa figliuola?».

Ilmarinen accetta la proposta e per tre giorni va alla ricerca di un luogo adatto dove innalzare la sua fucina «nei campi esterni di Pohja».

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto, pp.131-134)