Finlandia – Aino, la fanciulla salmone

Aino-boscoAino, la bella vergine, la sorella di Joukahainen, andò un giorno a cercare rami nel bosco per farne mazzi di verghe per il bagno. Ne preparò uno per il padre, ne fece un secondo per la madre, ne raccolse un terzo per il fratello gagliardo.
Già tornava verso casa, camminava agile per il bosco di ontani quando sopraggiunse il vecchio Väinämöinen. Vide la giovinetta tra gli alberi, la fanciulla vestita del suo abito leggero. Levò la voce, disse: «Per me solo, per me e nessun altro, fanciulla, devi portare il vezzo di perle, ornare il petto con la fibbia, legare i capelli a treccia e annodarli con nastri di seta!».

La fanciulla gli rispose: «Né per te, né per nessun altro, porterò la fibbia sul petto o annoderò nastri di seta nei capelli. Non mi curo delle stoffe forestiere, né del pane di frumento. Preferisco vestirmi di abiti modesti, nutrirmi di croste di pane nella casa del mio buon padre, accanto alla mia cara madre».
Intanto si strappava la fibbia dorata dal petto, si toglieva gli anelli dalle dita, il vezzo di perle dal collo, i nastri rossi dai capelli; li gettò al suolo perché ne godesse la terra, se ne allietasse il bosco; poi si allontanò piangendo, tornò singhiozzando alla propria dimora.

Il padre sedeva alla finestra intento a intagliare un manico di ascia: «Perché piangi, povera figlia, giovane vergine, povera bambina?».
«Ho troppe ragioni per essere triste, per lamentare la mia sorte. Piango, padre, piango e mi lamento perché la fibbia d’argento mi è caduta dal petto, le borchie di rame si sono staccate dalla mia cintura».

Il fratello stava all’entrata del cancello, sgrossava un ramo per farne un arco: «Perché piangi, povera piccola, giovane vergine, povera sorellina?».
«Ho troppe ragioni per essere triste, per deplorare la mia sorte. Piango, caro fratello, piango e mi lamento perché l’anello d’oro mi è caduto dal dito, le perle argentate mi sono scivolate dal collo».

La sorella stava sulla soglia intenta a tessere una cintura d’oro: «Perché piangi, povera piccola, giovane vergine, povera sorellina?».
«Ho troppe ragioni per piangere, per versare lacrime sulle mie pene. Piango, cara sorella, piango e mi lamento perché il cerchietto d’oro mi è caduto dalle tempie, gli ornamenti d’argento mi sono scivolati dalle trecce, la benda di seta dalla fronte, i nastri rossi dai capelli».

La madre stava innanzi al granaio intenta a scremare il latte: «Perché piangi, povera figlia, giovane vergine, povera bambina?».
«Ahimé, tu che mi hai portato in seno! Ahimé, madre che mi hai nutrito! Ho troppe ragioni per piangere, i miei affanni sono troppo duri! Piango, cara madre, piango e mi lamento perché andai a cercare rami verdi nel bosco, fruste per il bagno nella macchia. Ne avevo fatto una per mio padre, un’altra per la mia cara madre, una terza per il fratello gagliardo. Tornavo a casa, avanzavo attraverso la radura quando dal fondo della valle un discendente di Osmo fece sentire la sua voce, dall’estremità dei campi un figlio di Kaleva gridò queste parole: “Per me solo, per me e nessun altro, fanciulla, devi portare il vezzo di perle, ornare il petto con la fibbia, legare i capelli a treccia e annodarli con nastri di seta!”. Ho strappato allora la fibbia dal petto, il vezzo di perle dal collo, la benda di seta azzurra dalla fronte, i nastri rossi dai capelli; li ho gettati al suolo perché ne godesse la terra, se ne allietasse il bosco. Poi ho detto di rimando: “Né per te, né per nessun altro, porterò la croce sul petto o intreccerò nastri di seta nei capelli. Poco mi curo delle stoffe forestiere, né del pane di frumento. Preferisco vestirmi di abiti modesti, nutrirmi di croste di pane nella casa del mio buon padre, accanto alla mia cara madre”».

Allora la madre parlò alla figlia: «Non piangere, bambina, non dolerti, tenero frutto dei miei verdi anni! Mangia per un anno burro fresco: diventerai la più florida delle fanciulle; mangia un secondo anno carne di porco: diventerai graziosa più di ogni altra; mangia per un terzo anno focacce di crema: tra tutte sarai la più bella! Va’ dunque al granaio sulla collina, apri lo scrigno più prezioso della nostra casa, solleva il coperchio variopinto: vi troverai sei cinture d’oro, sette magnifiche gonne azzurre, che Kuutar ha tessuto, che Päivätär ha ornato.

«Un tempo, quando ero vergine, quando ero giovinetta, mentre cercavo bacche nel bosco e raccoglievo fragole sotto il monte, sentii Kuutar che tesseva, Päivätär che muoveva la spola ai confini della selva azzurra, ai bordi di un bel prato. Mi accostai pian piano, osai avvicinarmi, iniziai a pregarle, dissi: “Dona, Kuutar, un po’ del tuo oro; dà, Päivätär, il tuo argento alla povera fanciulla, alla bambina che ti prega”. Kuutar mi fece dono del suo oro, Päivätär del suo argento; io me ne adornai il capo e le tempie ed entrai bella come un fiore, raggiante come la gioia, nella casa di mio padre. Portai i miei doni un giorno, li portai un secondo, ma al terzo giorno mi tolsi gli ori dalla fronte, i begli argenti dai capelli e li riposi nel granaio sotto il coperchio dello scrigno più bello: là rimasero per tutto questo tempo senza che io andassi a guardarli.

«Cingi ora di seta la fronte, appendi l’oro alle tempie, le limpide perle attorno al collo, appunta sopra il petto la fibbia d’oro. Indossa la camicia di lino, la blusa di finissimo tessuto, metti la sottana di stoffa buona, la cintura di seta, calza le superbe scarpe, eleganti e ricamate. Acconcia i capelli a treccia, legali con fili di seta, orna le dita con anelli d’oro, i polsi con braccialetti dorati. Così adorna tornerai dal granaio, entrerai nella nostra casa per la letizia dei parenti, per la gioia della tua famiglia, come un fiore in boccio sul sentiero, come la rossa fragola nel campo, più seducente di prima, più bella che in passato».

Così parlava la madre alla figlia, così la consigliava. Ma la fanciulla non obbedì, non diede ascolto alle sue preghiere. Se ne andò piangendo nel cortile, si aggirò sconsolata nel recinto; poi levò la voce e disse: «Com’è fatta l’anima di chi è felice, quali sono i pensieri del favorito dalla sorte? L’anima di chi è felice, i pensieri di chi è favorito dalla sorte sono come l’acqua in un bel vaso, come l’onda che danza lieta nella vasca. Com’è fatta l’anima di chi è afflitto, quali sono i pensieri delle folaghe dei ghiacci? L’anima di chi è afflitto, i pensieri delle folaghe dei ghiacci sono come l’aspra neve di tramontana, come l’acqua stagnante in fondo al pozzo.

Aino-disperata«Quanto all’anima mia triste e sfortunata, essa erra spesso sull’erba disseccata, vaga tra il folto, striscia tra i rovi, si rotola tra i cespugli. La mia anima ha il colore del catrame, il mio cuore non è più bianco del carbone. Sarebbe stato meglio per me che non fossi mai nata, mai nata né cresciuta, per vivere questi giorni funesti, in questo mondo senza gioia! Se fossi morta alla mia sesta notte, perita all’ottavo giorno della mia vita, mi sarebbe occorsa ben poca cosa: una striscia di tela di una spanna appena, una ben piccola zolla; poche lacrime sarei costata a mia madre, ancora meno a mio padre, non una sola a mio fratello!».

La fanciulla pianse un giorno, pianse un secondo. La madre le chiese allora: «Perché piangi, bambina, perché ti lamenti, poverina?».
«Ecco perché piango, povera infelice, ecco perché non cesso di dolermi: mi hai promessa, hai dato me, tua figlia, perché sia il sostegno di un vecchio, la letizia di un canuto, l’appoggio di un cadente, la custode di chi siede nell’angolo della casa. Sarebbe stato meglio se avessi ordinato di sprofondarmi negli abissi per essere sorella dei pesci, affratellata agli abitanti del mare. Sì, sarebbe stato meglio per me vivere dentro l’acqua, abitare sotto le onde come sorella dei pesci, affratellata agli abitanti del mare, che essere destinata a servire un vecchio, sostenere l’uomo che vacilla, s’imbroglia nelle sue stesse calze, incespica in ogni piccolo ramo».

La fanciulla andò infine sulla collina, entrò nel granaio ben provvisto, aprì il cofano più bello, lo scrigno dal coperchio variopinto; trovò le sei cinture d’oro, le sette gonne azzurre. Se ne rivestì adornando il suo bel corpo: legò l’oro alle tempie, posò l’argento tra i capelli, cinse la fronte con una striscia di seta azzurra, il capo con un nastro rosso. S’incamminò poi per prati e campi, attraversò paludi e lande e foreste tenebrose.

Cantava, camminando, nella sua corsa pronunciava queste parole: «Ho il cuore gonfio di dolore, il capo gravato dalla pena, ma possa essere più doloroso il mio tormento, divenire più acuto il mio supplizio perché io, infelice, ne muoia, perché sfugga, sventurata, a queste miserie troppo amare, a queste angustie troppo grandi! Già sarebbe ora per me di lasciare questo mondo, sarebbe tempo che mi recassi a Manala, che scendessi negli abissi di Tuonela. Mio padre non piangerà, mia madre non me ne vorrà, le guance di mia sorella rimarranno asciutte, senza lacrime gli occhi di mio fratello, anche se mi gettassi nell’acqua, se mi buttassi in mezzo ai pesci, sotto i flutti profondi, dentro la melma bruna».

Camminò un giorno, camminò un secondo; al volgere del terzo giorno si trovò davanti al mare, sulla riva coperta di canne. Lì la sorprese la notte, l’oscurità la costrinse a sostare. La fanciulla pianse tutta la sera, si lamentò tutta la notte seduta su una pietra della spiaggia, nell’ansa del vasto golfo. All’alba dell’indomani guardò verso il promontorio, vide tre fanciulle che si bagnavano nel mare. Aino volle essere la quarta, il tenero arbusto volle essere la quinta tra loro.

Appese il vestito a un pioppo, la camicia a una canna, depose le calze sulla terra nuda, le scarpe sopra un grande masso, le perle sulla sabbia, gli anelli sulla rena pietrosa. Una roccia variopinta sorgeva a pelo d’acqua, uno scoglio brillante come l’oro; Aino volle arrivare alla pietra, si sforzò di nuotare verso la rupe. Appena l’ebbe raggiunta si sedette a riposare, ma lo scoglio sprofondò nell’acqua, precipitò nell’abisso. Aino crollò col masso, sprofondò insieme allo scoglio piatto. Così scomparve la colombella, così morì la povera vergine.

Aino-suicidio«Ero venuta per bagnarmi sulla spiaggia, per nuotare tra le onde, e qui scompaio, povera colomba, qui trovo la morte, triste uccellino! Mai più, per tutto il corso della vita, mio padre venga a pescare i pesci in queste acque, in questo grande mare! Mai più mia madre venga a questo golfo ad attingere acqua per impastare il pane! Mai più mio fratello venga a questa riva ad abbeverare il suo cavallo da battaglia! Mai più mia sorella venga a lavarsi gli occhi a questo lido! Tutte le gocce d’acqua saranno altrettante stille del mio sangue, tutti i pesci altrettanti brani della mia carne, i sassi sparsi sulla sponda altrettante mie ossa, i fili d’erba altrettanti frammenti della mia chioma».

Tale fu la triste sorte della giovinetta, la fine del bell’uccellino. Chi porterà ora la notizia, chi sarà il messaggero nella grande casa, nella dimora illustre? L’orso porterà la notizia, ecco chi sarà il messaggero. Ma l’orso non parla, scompare tra gli armenti. Chi porterà allora la notizia, chi sarà il messaggero nella grande casa, nella dimora illustre? Il lupo porterà la notizia, ecco chi sarà il messaggero. Ma il lupo non parla, scompare in mezzo al gregge. Chi porterà dunque la notizia, chi sarà il messaggero nella grande casa, nella dimora illustre? La volpe porterà la notizia, ecco chi sarà il messaggero. Ma la volpe non parla, scompare tra i branchi delle oche. Chi porterà allora la notizia, chi sarà il messaggero nella grande casa, nella dimora illustre? Sia la lepre a portare la notizia, a farsi messaggero. Sì, la lepre diede questa risposta grave: «Le parole non resteranno dentro di me!».

La lepre si slancia nella corsa, Lunghe Orecchie comincia a saltare, Gambe Torte corre innanzi, Bocca In Croce vola verso la grande casa, verso la dimora illustre. Giunge dinanzi alla porta della sauna, si accovaccia sulla soglia. La sauna era piena di fanciulle, la accolgono con le fruste in mano: «Vieni qua, piedi storti, avvicinati, occhi rotondi! Ti cucineremo per la cena del padre, ti arrostiremo per la colazione di sua moglie, per la merenda della figlia, per il desiderio del suo figliolo».
La lepre seppe ben rispondere, Occhi Tondi si difese: «Mettete Lempo a bollire nelle vostre marmitte! Io sono venuta a portarvi notizie, a farmi messaggero: la fanciulla è ormai perduta, la bella dalla fibbia di stagno, dalla borchia d’argento, dalla cintura di rame è morta, scomparsa tra le onde, tra i flutti profondi, per essere sorella dei pesci, affratellata agli abitanti del mare».

La madre di Aino prese allora a piangere. Cade una lacrima, cade una seconda, scorrono a fiotti dalle guance scarne fin sull’opulento seno. Cade una lacrima, cade una seconda, scorrono fitte dal seno opulento sulla gonna di fine stoffa. Cade una lacrima, cade una seconda, scorrono fitte dalla gonna di fine stoffa sulle calze dal bordo rosso. Cade una lacrima, cade una seconda, scorrono fitte dalle calze dal bordo rosso sulle scarpine ricamate d’oro. Cade una lacrima, cade una seconda, scorrono fitte dalle scarpine ricamate d’oro sulla terra sotto i suoi piedi.

Raggiunto il suolo, le lacrime cominciarono a scorrere come una fiumana. Tre furono i fiumi che nacquero dal pianto della madre, dalle gocce scese dal suo viso; in ogni fiume si formò una cascata impetuosa e dal vortice di ogni cascata sorsero tre isolotti; sulla spiaggia di ogni isolotto s’innalzò una montagna d’oro e sulla cima di ogni montagna crebbero tre betulle, su ogni betulla si posarono tre cuculi d’oro.

I cuculi levarono il loro richiamo. L’uno gridava: «Amore! Amore!». il secondo: «Fidanzato! Fidanzato!». Il terzo: «Gioia! Gioia!». Quello che gridava: «Amore! Amore!», lo cantò tre lunghi mesi per la fanciulla senz’amore, per colei che dormiva in fondo al mare. Quello che gridava: «Fidanzato! Fidanzato!», lo cantò sei lunghi mesi per il pretendente privato dell’amata, per lo sventurato in preda al rimpianto. Quello che diceva: «Gioia! Gioia!» lo cantò tutta la vita per la madre priva di gioia, per colei che piangeva senza posa […]

Già si è diffusa la notizia, già l’annuncio si è sparso lontano, della morte della fanciulla, della scomparsa della bella vergine. Il vecchio intrepido Väinämöinen ne provò gran dolore: piangeva la sera, piangeva la mattina, ma ancor più piangeva la notte per la bella che era sparita, per la fanciulla scomparsa dentro l’onda chiara, sotto i flutti profondi.

Camminava triste e pensieroso, col cuore oppresso, lungo la riva del mare azzurro. Infine levò la voce e disse: «Svelami il tuo sogno, Untamo, raccontami la tua visione, dormiente della terra! Dimmi: dove dimorano le genti di Ahtola, dove si trastullano le vergini di Vellamo?».
Untamo raccontò il sogno, il dormiente della terra la sua visione: «Ahtola si trova laggiù, le vergini di Vellamo si trastullano all’estremità del promontorio nebbioso, sull’isola avvolta dalle brume, sotto i flutti profondi, nella nera melma. Ahtola è laggiù, le vergini di Vellamo vivono in una piccola sala, in una remota camera, presso un masso screziato, al riparo di un grande macigno».

Allora il vecchio Väinämöinen andò all’attracco dei battelli. Esamina le lenze, passa in rassegna gli ami, mette un gancio nella tasca, un uncino nella bisaccia; a forza di remare raggiunge il promontorio, la punta dell’isola avvolta dalla bruma. Lì si fermò colui che sapeva ben pescare, che maneggiava la lenza a ogni ora, che gettava la rete in mezzo all’onda. Gettò in mare l’amo più grosso intento a spiare la preda: la canna di rame tremava, la lenza d’argento fischiava, il filo d’oro fremeva.

In capo a qualche giorno, un certo mattino, un pesce morse l’amo, una strana trota addentò l’esca. Väinämöinen lo tirò dentro il battello, lo pose sul pagliolo. Lo guarda e lo rivolta, poi pronuncia queste parole: «Che è mai questo pesce? Non ne ho mai conosciuto l’eguale! È troppo piatto per un lavarello, troppo bianco per una trota di lago, troppo lucente per un luccio; ha pinne troppo deboli per essere un pesce femmina, troppo strane d’aspetto per un pesce maschio. Non ha bende per il capo come una fanciulla, né cintura come un’ondina, e neppure ha orecchie da colomba della casa. Somiglia piuttosto a un salmone di mare, a un persico d’acqua profonda».

Väinämöinen sfoderò il coltello dal manico d’argento, la lama che gli pendeva dalla cintura, si accinse ad affettare il pesce, a fare a pezzi il salmone per la colazione del mattino, per il desinare di mezzogiorno, per il gran pasto della sera. Voleva tagliarlo, sventrarlo col coltello, ma il bel pesce variopinto gli sfuggì di mano, guizzò nel mare oltre il bordo della barchetta rossa, l’imbarcazione di Väinämöinen.

Aino-sfugge-VainamoinenPoi, al quinto soffio di vento, al gonfiarsi della sesta onda, il salmone alzò il capo dall’acqua, drizzò la spalla destra sopra i flutti, s’inarcò sui flutti e pronunciò queste parole: «Vecchio Väinämöinen, non ero venuta per essere fatta a pezzi come un salmone, per servirti alla colazione del mattino, al desinare di mezzogiorno o al gran pasto della sera. Venni per essere la colomba tra le tue braccia, per sederti accanto ed esserti compagna per la vita, rifarti il letto, acconciarti i guanciali, tenere in ordine la tua casa, spazzare i pavimenti, accendere il fuoco, infornare il pane e impastare le focacce col miele, offrirti boccali di birra e servirti i pasti! Io non fui creata salmone di mare o persico d’acqua profonda: ero una fanciulla, una giovane vergine, la sorella di Joukahainen, colei che tanto a lungo hai desiderato, che ricercasti senza posa! Ah, povero vecchio, insensato Väinämöinen, che non sapesti trattenere fuori dall’onda la vergine di Vellamo, la figlia prediletta di Ahto!».

Parlò allora il vecchio Väinämöinen, a capo chino, col cuore oppresso: «Torna, sorella di Joukahainen, torna un’altra volta da me!». Ma la fanciulla più non tornò, non si mostrò mai più in questa vita. Sparì in un baleno dalla superficie del mare, si ritrasse nella cavità di un masso screziato, in una fenditura scura come il fegato.

Il vecchio intrepido Väinämöinen pensa e riflette; si chiede come possa vivere, come possa esistere ancora. Si costruì in fretta una rete di seta, la trascinò da questa e da quella parte, l’affondò nelle acque del mare, nelle buche frequentate dai salmoni, negli abissi tenebrosi, nei vortici selvaggi. Prese un’infinità di pesci, tutte le specie di pesci che popolano il mare, ma non pescò quello che il suo cuore desiderava: la vergine di Vellamo, la figlia prediletta di Ahto.

Allora il vecchio intrepido Väinämöinen, a capo chino, col cuore oppresso, il berretto di traverso, pronunciò queste parole: «Ahimé, quanto fu grande la mia follia, uomo di poco giudizio! Un tempo avevo acume, mi furono concessi intelligenza e un grande cuore. Ma più non li ritrovo ora, in questa triste vita, in questa età piena di affanni: il mio giudizio è indebolito, il mio pensiero si perde altrove, il mio potere è svanito. Colei che ho tanto atteso, ricercato per tutta la vita, la vergine di Vellamo, la più bella figlia dell’onda che volevo per eterna amica, come compagna per la vita, era abboccata al mio amo, era guizzata nella mia barca. Ma io non seppi trattenerla né condurla alla mia casa, la lasciai scivolare sotto l’onda, sotto i flutti profondi».

Avanzò per un tratto, procedette triste e pensiero verso la sua dimora. E come fu giunto, disse: «Un tempo qui cantavano i cuculi, cantavano mattina e sera, e anche a mezzogiorno. Chi dunque spezzò la loro grande voce, chi spense i loro superbi canti? Il dolore ha infranto il loro canto, l’affanno ha fatto tacere la loro voce. Perciò non li sento più cantare, celebrare il tramonto, allietarmi nelle ore della sera, rallegrarmi allo spuntar del giorno. Ora non so più come vivere, come continuare a esistere abitando in questo mondo, viaggiando per queste terre. Ah, se vivesse mia madre, se vegliasse ancora la mia genitrice! Lei saprebbe indicarmi in qual modo potrei resistere perché il dolore non mi uccida, perché le pene non mi schiantino, in questi giorni tristi, in questo mio grande sconforto».

La madre si destò dalla tomba, gli rispose dal seno delle onde: «Tua madre vive, la tua nutrice veglia ancora: saprà indicarti cosa dovrai fare per non essere ucciso dal dolore, schiantato dalle pene, in questi giorni tristi, in questo tuo grande sconforto. Va’ al paese di Pohjola. Vi troverai fanciulle superbe, giovinette due volte più belle, cinque, sei volte più vivaci delle arcigne ragazze di Joukola, delle stolte figlie di Lapponia. Tra queste, figlio, scegli la tua sposa. Prendi la migliore delle figlie di Pohjola, una che abbia gli occhi grandi, un viso da ammirare, i piedi agili, i movimenti lievi. Va’, figlio mio!».

(Kalevala, runot 4-5)