Un bisticcio platonico

Il demiurgo in molte tradizioni è un falegname o marionettaio. In sanscrito si dice sutrâdhâra che vuol anche dire regista e architetto […]
Nel mito norreno della creazione l’uomo è un pezzo di legno. Lo animano gli dèi. Il legno è in greco la materia.
Marionetta in greco è thaûma e Platone in Teeteto, 154d, gioca sulla parola dicendo che l’inizio del filosofare è thaumazein, meravigliarsi.
Il legno, la meraviglia, l’inizio del cammino iniziatico, questa sequenza e questi bisticci platonici non ci danno forse l’avvio di Pinocchio?
(Zolla, Uscite dal mondo)

Il legno è, in greco, la hylê, la materia prima di cui ogni cosa è fatta.
Ogni esistente è «fatto di legno», è un «albero» il cui «legno», se lavorato nella bottega di un (più o meno divino) falegname, può dare vita a un pupo, e questo pupo, marionetta o burattino, può «animarsi», ma a condizione che sia appeso al filo di un destino che è (letteralmente!) nelle mani di un burattinaio.

Pinocchio è, come il Cristo, un «figlio di falegname», venuto a raddrizzare il torto, sia esso un tavolo o un letto, uscito dalle mani di suo Padre.
Falegname fu il padre di Cristo come falegname è quello di Pinocchio!
burattinaio-MangiafocoÈ forse parlare blasfemo questo?
Certo non lo è per i fedeli indù, che il loro dio Brahmâ se l’immaginano come un falegname che passa il tempo a fabbricare marionette: Brahmâ le fa, e un certo fuoco se le mangia. E così è in eterno.

Ma se così è nei secoli dei secoli amen, se è sempre così che succede, se tutti i pupi sono destinati a finire nell’ineluttabile brace di Mangiafoco – allora che senso ha mettersi a «filosofare»? e, soprattutto, dove c’è più da meravigliarsi, se tutto è destinato a nutrire una Stessa Insaziabile Fame?
Dobbiamo dunque rassegnarci a ridurre tutta la filosofia alla sola questione teologica: se Brahmâ, la Potenza che fabbrica automi, pupi e burattini vari, sia impotente a strapparli dalle mani del burattinaio a cui li rimette, o se non sia essa stessa, dietro le quinte, a orchestrare la scena – dal momento che il Burattinaio è pur esso, in fondo, un burattino uscito dalla sua stessa fabbrica?

Il Falegname di volta in volta si chiama Giuseppe, si chiama Geppetto e, c’è da scommettere, si chiama anche Giapeto. Non è il «trovatore» del legno, non è lui che lo «procura» (questo è il ruolo di Mastro Ciliegia), ma è colui che al legno dà una forma a sua propria «immagine e somiglianza».
Perché questa «forma», in cui a essere formalizzato è il narcisismo del suo fabbricante, perché questa «immagine e somiglianza» di chi l’ha fabbricata diventi un uomo, bisogna che sulla scena entri un altro personaggio: il Burattinaio.
Bisogna cioè che Brahmâ fabbrichi il burattino che più gli somiglia: quello che sulla scena può fare le sue veci – quello nelle cui mani sta il filo del destino di tutti i burattini che escono dalla sua Bottega.

Ci vuole un altro Personaggio, Collodi ce l’insegna: ci vuole un Puparo, uno che i pupi li sappia «animare», uno che li «spaventi» (né più né meno di come Polifemo «spaventa» Ulisse), un Titano che li «inizi» alla Paura – perché è dalla Paura che «si anima» l’Uomo.
Questo, perlomeno, è quanto dice il Racconto.
Dice che la Caverna – ma, se vuoi, puoi anche dire: la Casa della Paura – è il luogo degli inizi umani.
Pavete ad sanctuarium meum!
Dice che l’Antenato dell’Uomo, quel Nessuno che era a quei tempi, un bel giorno si trovò, suo malgrado, a essere caduto nelle grinfie dell’Orco.
Ti getterò nel fuoco dell’inferno – gli disse l’Orco. – Non sei che legna da ardere! Cenere eri, e cenere tornerai! Nessuno sei, e nessuno resterai!

Ne va del nostro stesso essere! questo è quanto ci giochiamo tra i fantasmi della Caverna. Lo dice pure Platone: ci giochiamo il nostro essere. E dice: ce lo giochiamo negli occhi, nella misura in cui i nostri sguardi sono più o meno abili ad avvistare una «via di fuga» da questo Posto Maledetto.
Sono gli occhi che ci guidano alla Luce, e tutto il nostro essere – dice Mastro Platone – agli occhi si affida, agli occhi rimette il suo destino.
Ma gli occhi che incarichiamo di mettere a fuoco a noi stessi il nostro proprio essere, sono vittime di inganni e di abbagli – questo Platone non si stanca mai di ripeterlo. Vittime di miraggi, di storture visionarie!

Oh, questa sì che è bella! Il thaûma – se proviamo a ricostruirne l’etimologia, ci porta dritti alla stessa radice (dhau) di quel particolare «vedere» che i Greci rendevano col verbo theáomai, ossia di quell’«esser preso dell’occhio nella Luce», o meglio: di quell’esserne «sorpreso» e «meravigliato», che in latino si dice «miracolo».
No, non è dal vedere chiaro, desto e cosciente, che ha inizio il cammino del «filosofare»: la chiarezza non si sposa con lo stupore!
È dal vedere dubbio e confuso, dal vedere doppio e distorto, che insieme sorge la paura del Mammone, e lo stupore che ci fa «innamorare di Sophia»: dell’Ambigua che non appartiene né alla Luce né all’Ombra.

C’è dunque vedere e vedere: c’è il «vedere che sa e prende coscienza di ciò che ha visto» (per cui il greco usa la radice vid) e c’è il «vedere taumaturgico», quello che fa i miracoli!
C’è fuoco e fuoco! e questo è tutto quanto Pinocchio deve imparare sulla sua pelle.

Deve imparare (e sarà la Paura a insegnarglielo) che, al di là del «fuoco di cucina» che Mangiafoco alimenta col legno dei burattini, c’è un altro «fuoco», un fuoco le cui fiamme non si vedono se non nel bagliore di un istante, giusto l’attimo di un lampo, giusto il tempo di un miraggio o di un’intuizione e poi … le sue «porte» subito si richiudono (a scatto).
Deve imparare che, per sfuggire all’uno, non resta ai nostri occhi – agli occhi di un burattino che, non a caso, si chiama Pinocchio – che affidarsi ciecamente alla Luce Nera che intravede nell’istante di quell’altro fuoco.

pinocchio-mangiafoco-gendarmiBuon per lui che Mangiafoco si lasci intenerire per così poco! S’accontenta di sentirsi chiamare Eccellenza!
Polifemo, invece, ha voglia Ulisse a fargli i complimenti! – quello non si commuove. Ha già divorato un suo compagno, presto ne mangerà un altro: bisogna darsi da fare, escogitare qualcosa! Ma cosa?
Nella Caverna di Polifemo il gioco si fa duro. Più duro, assai più duro di quanto Collodi abbia lasciato intendere ai suoi piccoli lettori.
Per non spaventarli?

Eppure, guarda!, ci sono troppi dettagli in comune tra i due racconti, per non pensarli «scritti» l’uno sull’altro. C’è l’Orco gigante, ancor più gigante è la sua Fame, e c’è il Fuoco e c’è il Legno: c’è un palo, un pezzo di legno che, solo se gettato nel fuoco e bruciato fino all’incandescenza, può accecare il Padrone di Casa: accecargli quell’unico occhio, l’occhio che vede soltanto un unico fuoco, quello per arrostire il suo montone.
In quanto burattino «fatto di legno», a bruciare dovrebbe essere Pinocchio in persona! ed è quanto succederebbe se le sue parole non facessero «starnutire» d’improvvisa bontà il Vorace. Non fosse che qui è Collodi stesso a intenerirsi e a starnutire «levità» su un duro racconto, Arlecchino dovrebbe averlo già preceduto sulla via dei defunti: non a caso, come denuncia il nome che porta, egli è un «Signore dei morti».

Siate un po’ taumaturghi – ripeteva in continuazione Platone ai discepoli dell’Accademia. – Affidatevi al vostro stupore per uscire dalla Caverna dei «si dice»! Vedrete: lo stupore sarà il vostro Guaritore!
E noi, fedeli al suo ammaestramento, giochiamo per vedere se ci riesce di assaggiare un po’ di quella filosofia delle (sette?) meraviglie che il Maestro ci raccomanda.
Giochiamo a stupirci!
Ci stupiamo a far scivolare le avventure di Pinocchio su quelle di Ulisse.

Per cui, a conti fatti, Arlecchino dovrebbe fare la fine del compagno di Ulisse: dovrebbe finire in bocca al Lupo, finire giù in fondo all’abisso nelle fauci dell’Orco, e Pinocchio, novello Gilgameš, dovrebbe farla franca, ma solo per mettersi in cammino alla ricerca del «segreto dell’immortalità».
Come Gilgameš, dovrebbe prendersi a cuore il destino del suo compagno di avventure. Perché così dice il Racconto: dice e ridice mille volte che l’Uomo sorge dallo spavento per la morte dell’Amico.

Se i conti quadrano, Pinocchio per uscire dal Teatro di Mangiafoco, dovrebbe dunque mimetizzarsi sotto la pancia delle «pecore»!
Che dici?
Sto facendo confusione? o è solo fondendo i due racconti, che posso scriverci sopra ancora un altro racconto?

Posso scriverci per esempio il Racconto del Guaglione, cioè proprio quello che ci sto scrivendo!
Sui testi reali, sui racconti – compresi quelli che non sanno di essere racconti, ma che lo sono lo stesso – c’è «posto» migliore dove posso raccontarlo?
Per raccontarsi, e dunque diventare «umano», ogni Guaglione deve salire sulle spalle dei racconti che apprende. Salire sulle parole della lingua che parla. Di molti racconti, possibilmente – e di più lingue, se vuole giocare al gioco delle «vie traverse e perverse», che sono le sole autentiche «vie di fuga» dalla Caverna della propria polis.

De-chirico-poeta-pittore
De Chirico – Il poeta e il pittore (dettaglio)

Perciò, Pinocchio – non è blasfemo dirlo – è Figlio del Falegname che fabbricò il mondo e gli diede un asse intorno a cui ruotare. Ai quattro angoli del mondo pose le quattro lettere, i quattro scarabocchi elementari stampati sulla copertina di un Abbecedario.
In questo Abbecedario, il Guaglione non poteva saperlo, c’erano le prime istruzioni che dovevano iniziarlo ai «segni», ovvero agli «attrezzi» del Chiacchierone (sto traducendo alla lettera il nome dell’Orco omerico, Polifemo). Il Burattinaio, non s’era ancora capito?, è il Racconto.

La Sceneggiata «si anima», la trama s’intreccia. Ogni treccia è una paura del Guaglione che sta per essere «divorato» dalla Fame di Chiacchiere. Fra poco non ci capirà più niente! Fra poco, anzi no: è già ora un asino in mezzo ai suoni! Non ha che un momento, solo un istante buono per la fuga. Solo un’astuzia. Un’astuzia fatta solo di stupore.

Paura e fuga. Paura dell’Orco e fuga a mettersi al riparo del Racconto.
Ma se l’Orco è la Chiacchiera, non è un controsenso gettarsi nelle braccia del Racconto?
Può essere.
Sta di fatto comunque che il Racconto di sé dice d’essere uscito dalla Caverna aggrappato alla pancia delle pecore, nascosto a testa in giù sotto le parole o, come dice il Poeta, dietro il velame della dottrina strana.
Il Racconto dice d’essere nato il giorno in cui è evaso dal grembo di Sua Madre la Chiacchiera. Dice che là, in quella Caverna, ha scippato a sua Madre un thaûma. Dice che questo thaûma è tutto ciò che ha da filosofare. Ha soltanto da raccontare quel bisticcio che succede negli occhi del Guaglione!