Finlandia – La gara d’incantesimi

Il vecchio intrepido Väinämöinen trascorreva i suoi giorni nei boschi di Väinölä, nei campi di Kalevala. Cantava il buon vecchio, cantava i suoi versi più belli, e faceva sfoggio della sua sapienza. Cantava giorno e notte, senza posa cantava i ricordi dei tempi antichi, cantava le origini profonde delle cose.
La notizia si sparse in un baleno, la fama dei canti di Väinämöinen e della sua grande sapienza volò lontano. Giunse fino a mezzogiorno, dilagò fino a settentrione.

Là viveva Joukahainen, il magro giovane di Lapponia. Un giorno andò al villaggio, sentì le strane novelle: nei boschi di Väinölä, nei campi di Kalevala c’era chi cantava meglio di lui, meglio di quanto il padre gli aveva insegnato. Allora ne provò grande sdegno. Gli bruciò in petto la gelosia per Väinämöinen, per il vecchio che lo superava nel canto.

Già corre dalla madre, dall’amata nutrice; le giura che non tarderà a partire per le dimore di Väinölä, per sfidare Väinämöinen. Il padre fece divieto al figlio, la madre disapprovò il disegno di giungere a contesa. Dissero: «Laggiù sarai stregato, stregato e incantato, la testa nel nevischio, i pugni nel rude gelo, di modo che non potrai compiere alcun gesto, muovere un solo passo».

Il giovane Joukahainen rispose: «Grande è il sapere di mio padre, più grande ancora quello di mia madre, ma il mio è superiore al loro: se voglio dare battaglia, cimentarmi con altri uomini, incanterò chi vuole incantarmi, deriderò chi vuole deridermi. Farò del miglior mago il peggiore dei cantori, gli metterò calzari di pietra ai piedi, calzoni di legno ai fianchi, un masso sul petto, sassi a mucchi sulle spalle, guanti di pietra sulle mani, un cappuccio di granito in capo».

Joukahainen-madrePartì senza dare ascolto ai consigli. Prese il cavallo dalle narici fumanti, dai garretti che sprizzano fuoco. L’attaccò alla slitta d’oro, al suo traino da festa. E fatta schioccare la frusta, partì al galoppo. Guidava il traino con gran fracasso; corse un giorno, corse un secondo, corse pure un altro giorno. Al volgere del terzo giorno, eccolo giunto ai boschi di Väinölä, alle lande di Kalevala.
Il vecchio intrepido Väinämöinen, l’eterno saggio, procedeva con la slitta per la sua strada, avanzava nei boschi di Väinölä, nei campi di Kaleva. Il giovane Joukahainen gli veniva incontro dalla direzione opposta della via: il timone urtò il timone, la bardatura si prese nella bardatura, le tirelle si imbrogliarono con le tirelle, la stanga si incastrò nella stanga. Dovettero fermarsi, stare immobili e riflettere, mentre il sudore colava dai collari, il fumo saliva dai timoni.

Il vecchio Väinämöinen disse: «Orsù, dimmi di che stirpe sei, tu che giungi come un folle, che corri sbadatamente sulla mia strada, spezzi i finimenti, spacchi i timoni di buon legno, fracassi il mio bel traino, lo riduci in mille pezzi?».

Allora il giovane Joukahainen levò la voce, disse queste parole: «Sono il giovane Joukahainen. Dimmi tu piuttosto, miserabile, quale è la tua stirpe, la tua famiglia, i tuoi antenati!».
Il vecchio intrepido Väinämöinen dichiarò il proprio nome, poi prese a dire: «Se sei il giovane Joukahainen, fatti un po’ da parte perché sei meno carico di anni».
Ma il ragazzo oppose altre parole: «Qui non è questione d’anni, né di gioventù né di vecchiaia. Resti sul sentiero colui che eccelle nel sapere, che è più ricco di ricordi; l’altro gli ceda il passo! Se sei veramente Väinämöinen, il cantore eterno, intoniamo ora i nostri canti, recitiamo le parole sacre perché l’uomo insegni all’uomo, l’uno faccia a gara con l’altro!».

L’intrepido Väinämöinen parlò e disse: «Cosa posso valere come cantore, come grande sapiente, io che ho dimorato tutta la vita in questi luoghi solitari prestando ascolto solo alla voce del cuculo di casa? Tuttavia parla, perché io intenda con le mie orecchie ciò che sai meglio di me, che comprendi meglio di ogni altro!».

Vainamoinen-Joukahainen-slitte

Il giovane Joukahainen disse: «Invero so qualcosa», la intendo chiaramente, la conosco a perfezione: so che il fumo esce dall’apertura praticata nel tetto, che la fiamma non sta lontana dal fuoco. So che la vita è facile alla foca, che il cane marino guizza lieto quando si pasce dei salmoni e dei lavarelli che gli stanno accanto. Il lavarello vive nelle distese lisce, il salmone ha dimore dal tetto piano; il luccio scherza nell’acqua ghiacciata, la trota nei flutti bollenti. Il timido ostinato persico nuota d’autunno nel profondo, d’estate danza nelle secche, si dondola presso le rive.

«Se questo non bastasse, saprei dirti altre cose, conoscerei altra scienza: so che a Pohjola si ara con le renne, al sud coi cavali, nella remota Lapponia con gli alci; conosco bene gli alberi che svettano sul monte Pisa, i pini che si innalzano dalle rocce di Horna: gli uni hanno tronchi robusti, gli altri fogliame abbondante. Vi sono poi tre cateratte, tre laghi superbi, tre montagne elevate sotto la volta del cielo».

Il vecchio Väinämöinen disse: «Il tuo è il sapere di un bambino, il chiacchiericcio di una donna, non quello di un eroe barbuto, di un uomo che ha moglie. Recita piuttosto le origini profonde, l’eterna causa delle cose!».
Il giovane Joukahainen parlò e disse queste parole: «Conosco l’origine della cinciallegra, so che la cincia è un uccello, l’aspide sibilante un serpente, il persico un pesce d’acqua. So che il ferro è pieghevole, che la terra scura è aspra, so che l’acqua bollente scotta, e che il fuoco brucia furiosamente. L’acqua è il balsamo più antico, la schiuma delle cascate il più vecchio dei rimedi. Il Creatore è il primo dei maghi, Dio il sommo guaritore. L’acqua ha la sua fonte sul fianco della montagna, il fuoco è disceso dal cielo, il ferro ha origine dalla ruggine, il rame dalla roccia. L’umida zolla fu il campo più antico, il salice il primo albero, la prima casa fu ai piedi del pino, la prima cottura su un sasso cavo».

Il vecchio intrepido Väinämöinen pronunciò queste parole: «Ricordi altre cose, o le tue ciance sono finite?».
Il giovane Joukahainen rispose: «Certo, ricordo altre cose, rammento il tempo in cui lavoravo il mare: vi aprivo vortici, scavavo buche per i pesci, rendevo gli abissi più profondi, allineavo i laghi, ammassavo le colline, saldavo assieme le rocce. Ero presente, io sesto, io settimo tra gli eroi, quando fu creata la terra, forgiata la volta celeste, quando furono drizzati i pilastri del mondo e si spiegò l’arcobaleno col suo gioco di colori, e fu tracciato il sentiero della Luna e del Sole, quando il cielo fu disseminato di stelle».

Il vecchio Väinämöinen gli disse: «Aggiungi bugia a bugia! Tu non fosti veduto quando fu arato il mare e si aprirono i vortici e si scavarono, giù nel profondo, gli abissi. Tu non fosti veduto né udito quando fu creata la terra e, fuori dai solchi, furono sparse le stelle. E neppure fosti veduto né udito quando fu creata la terra, fu forgiata la volta celeste, quando furono drizzati i pilastri del mondo, e fu tracciato il sentiero della Luna e del Sole, quando il cielo fu disseminato di stelle».

Il giovane Joukahainen rispose: «Se la mia scienza non basta, ricorrerò alla spada. Vecchio Väinämöinen, cantore dalla grande bocca, vieni a misurarti con me, a saggiare la mia lama!».
Il vecchio Väinämöinen disse: «La tua spada, questa tua poca scienza, non mi fa paura. Neppure temo i tuoi dardi e le tue sfide. Tuttavia non mi voglio misurare con te, stolto, in nessun modo mi batterò con te, miserabile!».
Il giovane Joukahainen torse la bocca, aggrottò la fronte, scosse la nera capigliatura, poi pronunciò queste parole: «Chi non vuole misurarsi con la mia spada – disse – chi non vuole affrontare la mia lama, con un incantesimo lo tramuterò in maiale, trasformerò la sua voce in grugnito e l’affonderò in un letamaio, in un angolo della stalla».

Väinämöinen montò allora in collera, si adirò e si infuriò. Si mise a cantare, a recitare le parole sacre. I suoi canti non erano canzoni di bambino, non erano ciance di donna: erano strofe che nessun uomo saprebbe cantare. Al canto del vecchio Väinämöinen i laghi si agitarono, la terra tremò, le montagne di rame vacillarono e le pietre si spaccarono lungo le rive.

Così egli incantò il giovane Joukahainen: incantò le bardature del suo cavallo e le tramutò in vimini e fronde di salice; incantò il suo bel traino d’oro e ne fece un tronco ammuffito; incantò la sua frusta ornata di perle e la ridusse a un giunco sulla spiaggia. Del cavallo dalla fronte stellata fece una pietra del torrente, della spada dall’elsa dorata un fulmine del cielo, dell’arco variopinto un arcobaleno, delle frecce alate rapidi sparvieri, del cane dal muso aguzzo un cippo di confine. Cambiò il cappuccio del giovane in una nuvola appuntita, i guanti in ninfee d’acqua stagnante, il mantello azzurro in spessa bruma, la morbida cintura di lana in una striscia di stelle. E incantò lo stesso Joukahainen: cantando, lo sprofondò in un pantano fino alla vita, fino alle reni dentro un molle prato, fino alle ascelle in una brughiera.

Vainamoinen-Joukahainen-pantano

Allora il giovane Joukahainen seppe e comprese: seppe che colui che aveva incontrato alla fine del lungo viaggio, colui che aveva osato sfidare, era veramente il vecchio intrepido Väinämöinen.
Tentò di muovere un piede: non gli riuscì di sollevarlo. Si sforzò di muovere l’altro: lo trovò calzato di pietra. Allora il giovane Joukahainen era davvero nelle pene, gravato dall’angoscia. Levò la voce, disse queste parole: «Sapiente Väinämöinen, eterno saggio, richiama le parole sacre, ritira i tuoi incantesimi, liberami da questa angustia, sollevami dalle pene! In cambio ti offrirò ricchi doni, ti pagherò un forte riscatto».

«Che cosa mi darai – gli chiese il vecchio Väinämöinen – se richiamerò le parole sacre, se ti libererò dalla tua angustia, se ti solleverò dalle pene?».
Il giovane Joukahainen disse: «Possiedo due archi, due armi superbe: uno è forte, l’altro molto preciso al tiro; dei due, prendi quello che più ti piace».
E a lui il vecchio Väinämöinen disse di rimando: «Uomo di poco senno, non mi curo dei tuoi archi: da parte mia ne ho in quantità; ricoprono le pareti della casa, sono appesi a ogni chiodo, vanno a caccia senza l’aiuto di un uomo, senza che un eroe ne assuma la fatica».

E ciò detto, riprese l’incantesimo. Cantò e Joukahainen discese ancora più a fondo nel pantano.
Allora il giovane Joukahainen lo supplicò: «Possiedo due battelli: uno è leggero nella corsa, l’altro porta carichi pesanti; dei due prendi quello che più ti piace».
E a lui il vecchio Väinämöinen rispose: «Poco mi curo dei tuoi battelli. Non voglio scegliere tra le tue barche. Da parte mia ne possiedo in quantità, in ogni riva e in ogni golfo: scafi stabili nel forte vento, resistenti alla tempesta». Incantò nuovamente Joukahainen, lo cantò ancora più giù nel pantano.

Il giovane Joukahainen disse allora: «Possiedo due stalloni, due corsieri superbi: l’uno eccelle nella corsa, l’altro è più bravo al tiro; prendi quello che vuoi».
Ma il vecchio Väinämöinen l’incalzò: «Non so che farmene dei tuoi cavalli, non mi curo dei tuoi animali dagli zoccoli chiari. Da parte mia ne possiedo in quantità, le mie stalle ne sono piene, ogni greppia ne nutre più di uno; la loro schiena è lucente come l’acqua, un lago di grasso riposa nei loro fianchi». E cantando lo cantò ancora più a fondo nel pantano.

Il giovane Joukahainen disse allora: «Vecchio Väinämöinen, richiama le tue parole sacre, ritira il tuoi incantesimi! Ti offro un casco pieno d’oro, un berretto pieno d’argento conquistato da mio padre in guerra, riportato dalla battaglia!».
Il vecchio Väinämöinen rispose: «Non so che farmene del tuo argento; non cerco, stolto, il tuo oro! Da parte mia ne possiedo in quantità: i miei granai ne sono pieni, ne rigurgitano le mie casse. Il mio oro è vecchio quanto la luna, il mio argento ha l’età del sole». Incantò nuovamente Joukahainen, lo cantò ancora più giù nel pantano.

Il giovane Joukahainen disse allora: «Vecchio Väinämöinen, liberami da questa angustia, sollevami dalle pene! Ti darò tutto il mio grano, ti cederò i miei fertili campi per salvarmi la testa, per potermi riscattare».
Il vecchio Väinämöinen rispose: «Non ambisco al tuo grano, insensato, non voglio le tue fertili terre. Da parte mia ne possiedo in quantità: campi fecondi in ogni luogo, covoni in ogni prato; sono certo migliori dei tuoi, mi sono assai più cari». Incantò nuovamente Joukahainen, lo cantò ancora più giù nel pantano.

Il giovane Joukahainen toccò il culmine dell’angoscia, quando fu sommerso fino al mento nel fango, fino alla barba nella melma, fino alla bocca nell’umido muschio, fino ai denti tra i rami marci.
Disse: «Sapiente Väinämöinen, eterno saggio, ritira i tuoi incantesimi, fammi uscire da questo abisso! Se richiamerai le tue parole sacre, se ritirerai il tuo maleficio, ti darò mia sorella Aino, ti darò la figlia di mia madre perché ti pulisca la casa, spazzi il pavimento della camera, sciacqui le tazze di legno, lavi le vesti, tessa per te un mantello d’oro, ti impasti le focacce col miele».

Vainamoinen-musicoIl vecchio Väinämöinen provò una gioia immensa quando seppe che la fanciulla, la sorella di Joukahainen, sarebbe stata sostegno ai suoi vetusti giorni. Sedette sulla rupe della gioia, si assise sulla pietra del canto. Cantò una volta, cantò una seconda, cantò ancora una terza volta; richiamò a sé le parole sacre, ritirò tutti gli incantesimi.
Il giovane Joukahainen fu liberato: trasse il mento fuori dal fango, la barba dall’orrida prigione. Il suo cavallo non fu più una pietra del torrente, né il traino un tronco ammuffito, né la frusta un giunco sulla spiaggia. Risalì sulla sua slitta, montò a fatica sul bel traino da festa. Partiva di cattivo umore, triste nel cuore, verso la dimora della diletta madre, dell’amata nutrice […]

La madre si affrettò a chiedere, l’interrogò sollecita: «Perché piangi, figlio, perché ti lamenti, frutto dei miei verdi anni? Perché te ne stai col naso penzoloni sulla bocca, le labbra torte e irrigidite?».
Il giovane Joukahainen le rispose: «Ahimé, madre, che mi hai portato in seno, non è senza ragione: sono successi magici eventi, se mi dispero ne ho buon motivo. Sì, piangerò per tutta la vita né cesserò mai di dolermi, perché ho promesso la figlia di mia madre, ho dato mia sorella Aino a Väinämöinen perché diventi la sposa del cantore, serva da sostegno al cadente, protegga il vecchio nell’angolo della casa».

La madre si stropicciò le mani, disse: «Non piangere, figlio, non c’è ragione di dolersi: ho desiderato tutta la vita, ho sperato tutti i giorni che un valoroso entrasse nella mia casa; ora finalmente avrò per genero Väinämöinen, l’illustre cantore».
Ma la sorellina di Joukahainen si mise a gemere e a dolersi. Pianse un giorno, pianse un secondo distesa sulla soglia; lamentava il suo grande dolore, l’anima triste e desolata.

(Kalevala, runo 3)