Kerényi – Lupo e capra nella festa dei Lupercalia

pan-fauno-bicorneUna delle difficoltà che tuttora ostacolano la comprensione della festa romana dei Lupercalia, si riscontra già nei primi versi della nostra fonte più dettagliata, i Fasti di Ovidio, II, 267-8:

Tertia post Idus nudos aurora Lupercos
aspicit, et Fauni sacra bicornis eunt.

«L’alba del 15 febbraio scorge i nudi Luperci, e si svolgono le cerimonie di Fauno bicorne» celebrate da questi uomini nudi che, nell’esecuzione del rito, prendono il loro nome sacrale dal lupo, mentre il dio da loro servito non è concepito come lupo, bensì con le corna. Non vi può essere alcun dubbio che queste corna siano quelle di un caprone. Sacrificio di capra, pelle di capra, sangue di capra hanno nelle cerimonie di quel giorno una parte così caratteristica, che gli eruditi romani hanno voluto far derivare la parola Lupercalia dal nome della capra: quasi luere per caprum.

Di tutte le etimologie proposte per la parola lupercus nei tempi antichi e moderni, linguisticamente non regge che quella da lupus in analogia come noverca da novus. I Luperci quindi sarebbero lupi […]

A metterci in imbarazzo è il fatto paradossale che nel culto i Luperci ci appaiono come «lupi» e «caproni» nello stesso tempo, cioè – non nel loro nome, ma nella loro funzione in una cerimonia di purificazione e di fecondazione – come «caproni-lupi».
Non bisogna negare questo fenomeno apparentemente contraddittorio della religione romana, non spiegabile dal senso e dagli effetti del fenomeno naturale «lupo». E la contraddittorietà non è gran che diminuita dal fatto che anche nel dio Fauno stesso si è riusciti a dimostrare un originario «dio-lupo». È stato ritrovato l’originario significato del suo nome – «strangolatore, lupo» – e con ciò ha ricevuto conferma il fatto che nella tradizione Fauno stesso portava il nome Lupercus.

Originariamente dunque i Luperci, come «lupi», servivano un dio «lupo», rappresentandolo cultualmente. L’analogia più stretta citata per questo caso è quella degli hirpi Sorani, sacerdoti del dio del monte Soratte. Servio traduce il nome di questi sacerdoti – che certamente costituivano ugualmente una fera sodalitia – con la parola «lupo» e definisce il loro dio come il grande dio degli inferi […]

dio-inferi-etruscoA questo proposito si è potuto poi ricordare il dio degli inferi degli Etruschi, raffigurato con la testa di lupo e in pelle di lupo. Anzi, si potrebbe accennare anche ad ulteriori connessioni che a questo «dio lupo» conferiscono, nelle vicinanze di Roma e a Roma stessa, tratti del tutto caratteristici.
Egli viene invocato nell’Eneide di Virgilio, XI: 785, con le parole: summe deum, sancti custos Soractis Apollo.

Il passaggio attraverso il fuoco, cui l’adoratore allude, è una cerimonia purificatrice nel senso delle parole di Ovidio (Fasti, IV: 554): purget ut ignis.
Così il dio-lupo del Soratte appariva dunque sotto un aspetto in cui Virgilio non fu il primo a riconoscere il dio puro e purificatore, Apollo – che, proprio in questo suo carattere di annientatore di ogni cosa impura, aveva un particolare aspetto di lupo.

Lo stesso dio oscuro si riconosce, a Roma, in Veiovis, uno «Zeus infero», un Iuppiter giovane che qui veniva raffigurato addirittura nel tipo dell’Apollo greco, con l’arco, ma anche con una capra.
Faunus e Iuppiter avevano un santuario comune nell’Isola Tiberina e questo «Iuppiter» non era altro che, appunto, Veiovis cui certamente non a caso si è associato poi Asclepio, il figlio che già in Epidauro era venerato insieme con Apollo. In Veiovis i Romani stessi non riconoscevano soltanto un Apollo oscuro, bensì anche il dio-lupo […]

L’evocazione storica di un tale dio-lupo, quale divinità originaria dei Lupercalia, non dissipa, come si è detto, le contraddizioni nei riti della festa che comprendono un sacrificio di capra e altre cose connesse. Se si volesse prescindere completamente dallo sfondo naturale, considerando il «Lupo» e i «lupi» semplicemente come animali dell’anima e spiriti dei morti, ciò non risolverebbe il problema, in quanto in questo caso resterebbe sempre da domandarsi come mai questo spettrale lupo degli inferi rappresentato da uomini ha potuto alla fine assumere forme così differenti come quella di Apollo in Soranus e in Veiovis, e quella di Pan in Faunus?

Perciò noi non vogliamo, neanche in seguito, mettere in primo piano queste due figure greche, ma restiamo presso gli animali caratteristici del culto romano, cercando di risolvere il problema della loro presenza simultanea nello stesso rito festivo. Le nostre considerazioni hanno mostrato che in questa questione bisogna partire con metodo storico dal lupo. Un dio-lupo ci si è rivelato come storicamente afferrabile, e precisamente in connessione con riti più di purificazione che non di fecondità.

Nella sfera di un dio-lupo ci si attenderebbe un sacrificio di lupo. Abbiamo notizie di sacrifici di lupo offerti ad Apollo in Argo. Ma, nell’indagine sui fatti religiosi in cui la figura di lupo di una divinità – per esempio di un divino capostipite – ha una sua parte, si è potuto osservare che quest’animale selvaggio spesso veniva sostituito dal suo parente prossimo addomesticato, il cane.
In Grecia, l’animale sacro di Asclepio, figlio di Apollo, non è il lupo, bensì il cane. Nella festa dei Lupercalia non manca il sacrificio di cane. Plutarco che ne dà testimonianza, lo spiega ricordando la concezione greca dei sacrifici di cane come riti di purificazione.

Il carattere purificatorio delle cerimonie dei Lupercalia risalta da molte testimonianze esplicite. Il nome del mese, il cui centro è occupato da feste di Fauno – il 13 sacrificio a Fauno nell’Isola Tiberina, il 15 i Lupercalia – Februarius, si connette a Februus e a februum.
Februus significa «il Purificatore»: il Dispater (come nella lingua dei Romani si può chiamare anche il Soranus), il dio degli inferi sotto il suo aspetto di «purificatore»; februum è «ciò che purifica», lo strumento della purificazione.

Luperci

Nella festa dei Lupercalia a questo scopo servivano da fruste cinghie usate e fatte della pelle della capra sacrificata. I Luperci, correndo in giro nudi, cinti soltanto di un grembiule fatto della stessa pelle, picchiavano con quelle cinghie coloro che incontravano, purificandoli in questo modo.
Questo loro atto si chiamava februare: un verbo che con Februus sta nei medesimi rapporti in cui il verbo greco φοιβάζειν (phoibazein = purificare) sta con l’appellativo di Apollo: Φοίβος (Febo).

L’analogia più stretta che spiega completamente questo rito di purificazione, è stata ritrovata da W. F. Otto. Si tratta di una storia miracolosa tramandataci tra gli scritti di Plutarco.
Una fanciulla che, in modo caratteristico, portava il nome di Valeria Luperca, doveva essere sacrificata a Iuno in Falerii. Ma che ecco che un’aquila fa cadere sull’altare un martello. Con il colpo di questo martello, Valeria Luperca guarisce gli ammalati di peste: vale a dire essa li purifica della peste. Il martello è un attributo del dio degli inferi etrusco, ben noto da numerose raffigurazioni.

Il metodo della purificazione è quello stesso che, quale oracolo di Apollo, è diventato proverbiale: ο τρώσας καί ιάσεται – ciò che ferisce anche guarirà. L’identità tra ciò che porta danno e ciò che guarisce non si riconosceva soltanto nella persona agente – una divinità o una persona umana – bensì si esprimeva anche per mezzo di un identico strumento. Così anche in quel mito che tratta del citato oracolo, secondo una versione la lancia di Achille guarisce la ferita di Telephos prodotta da essa stessa.
Strumenti ambivalenti come quella lancia sono anche il martello di Valeria Luperca e le cinghie dei Luperci. L’ambivalenza è propria, in pari tempo, della divinità cui appartengono questi strumenti di purificazione. Ma la frusta di pelle di capra appartiene a un lupo divino, è usata da lupi umani e anche in questo dettaglio sottolinea il carattere problematico della festa dei Lupercalia.

Il quadro d’insieme che noi desideriamo comprendere consiste in tutti quei dettagli che la tradizione ci riferisce e di cui qui abbiamo scelto solo quelli che mettono in evidenza una contraddizione nei riti dei Lupercalia. In questa sfera religiosa l’ambivalenza stessa non costituirebbe una contraddizione intollerabile, né sarebbe di per sé poco naturale.
Poco naturale ci sembra soltanto che il culto della medesima divinità possa trovare la sua caratteristica forma d’espressione ora nella figura del lupo, ora in quella della capra […]

Siamo partiti dalla figura del lupo, quale figura d’animale decisiva per le cerimonie dei Lupercalia. Sotto quest’aspetto, tali cerimonie ci sono apparse come riti di purificazione, attinenti sia agli uomini che alle donne.
Si sono potute citare analogie abbastanza vicine dal territorio italico e meno vicine dalla sfera del culto di Apollo. In base a queste, sembra quasi che l’opinione secondo cui il colpo purificatore sarebbe toccato specialmente alle donne e le avrebbe rese feconde, fosse un’aggiunta piuttosto inorganica al contenuto religioso generale della festa.

lupercalia-fruste

Contro questa apparenza sta però il fatto che l’azione sacra, anche come rito di purificazione, era esplicitamente riferita alle donne: Lupercalia, quo die mulieres februabantur a lupercis. È evidente che per questa ragione la festa è stata sostituita più tardi da una festa cristiana ugualmente attinente all’elemento femminile: la Purificatio Mariae Virginis del 2 febbraio.
La grande «Purificata» della festa dei Lupercalia era originariamente Iuno, la dea che rappresentava la femminilità delle donne romane in generale. Essa perciò porta anche il nome di Iuno Februata, e ciò dimostra più di tutte le testimonianze esplicite, come è essenziale il riferimento della festa alle donne.

La pelle di capra di cui si facevano le cinghie era considerata come amiculum Iunonis [veste di Giunone], elemento del suo costume che ornava anche la sua immagine cultuale a Lanuvio. Ed è quindi perfettamente naturale che la frusta fatta di questa pelle sia sta ambivalente solo in un senso particolare che riguardava le donne: quale espressione dell’aggressione, nel senso della morte e della purificazione, ma contemporaneamente anche in quello della vita e della procreazione. Nel primo senso è naturale un aspetto di lupo, nel secondo un aspetto di capra.

Ovidio rileva il riferimento alla vita e alla procreazione come quello principale, facendo risalire la fondazione della festa a una frase oracolare che non poteva essere più chiara e che lui attribuisce a Giunone (Fasti, II: 441): Italides matres, inquit, sacer hircus inito.

Non si tratta qui di nulla di inorganico, di nessuna contraddizione tra i vari elementi della festa, bensì piuttosto di una visione antichissima e di un aspetto del lupo stesso. È questo che c’insegna anche l’esame comparativo della lingua latina. Esso ci permette di risalire fino a quei tempi preistorici in cui è avvenuta l’unificazione degli elementi apparentemente contraddittori della festa dei Lupercalia.
Per «capra», «caprone» in latino ci sono due parole che nelle lingue affini designano altri animale. Foneticamente a caper in greco corrisponde κάπρος, il cinghiale. Dato che le parole foneticamente corrispondenti nelle lingue germaniche significano «caprone», non è facile in questo caso definire la direzione in cui il mutamento di significato è avvenuto, se cioè da un significato-base «animale maschio» si è sviluppato il significato «caprone» o viceversa.

Diverso è il caso di hircus. Questa parola non è altro che quel nome del lupo – esattamente corrispondente secondo le leggi della fonetica – che i Sabini davano anche ai loro sacerdoti-lupi, ai loro «Luperci»: hirpus.
Originariamente esso significava probabilmente una qualità del lupo, l’«irsuto», e appunto perciò anche uno dei suoi aspetti. Solo più tardi, durante la vita degli immigrati nordici nella natura meridionale in cui prevale la capra, hircus ha cominciato a significare caprone.

La contraddizione tra lupo e capra si risolve quindi storicamente. La trasformazione del lupo in capra è in fondo un fenomeno di natura, il cui luogo di scena però è nell’anima umana. Ma un popolare modo di dire francese ci rievoca ancora il lupo in quel suo aspetto in cui lo si vedeva nell’età quando il caprone ha cominciato a sostituirlo nel culto romano: «Elle a vu le loup, se dit d’une fille qui a eu des galanteries».

(Kerényi, Miti e misteri)