Lacan – Il mazzo di fiori capovolto

Non vi raccomanderò mai abbastanza la meditazione sull’ottica. Cosa curiosa, si è fondato un intero sistema di metafisica sulla geometria e sulla meccanica, cercandovi modelli di comprensione, ma non sembra che fino ad oggi si sia tratto tutto il possibile dall’ottica.
Dovrebbe tuttavia prestarsi a qualche sogno, questa bizzarra scienza che si sforza di produrre con apparecchi quelle singolari cose che si chiamano immagini, a differenza dalle altre scienze che introducono nella natura un’operazione di ritaglio, una dissezione, un’anatomia.

Non cerco, capitemi bene, nel dir questo, di farvi prendere lucciole per lanterne e le immagini ottiche per le immagini che ci interessano. Ma non per nulla hanno lo stesso nome.

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Magritte – Falso specchio

Le immagini ottiche presentano delle diversità singolari, certune sono puramente soggettive, sono quelle che si chiamano virtuali, mentre altre sono reali, cioè per certi versi si comportano come degli oggetti e possono essere prese per tali.
Ancor più strano: le immagini reali sono oggetti di cui possiamo dare le immagini virtuali. In questo caso l’immagine reale prende a giusto titolo il nome di oggetto virtuale.

In verità un’altra cosa è ancora più sorprendente ed è che l’ottica riposa interamente su di una teoria matematica, senza la quale è assolutamente impossibile strutturarla. Affinché ci sia un’ottica bisogna che a ogni punto dato nello spazio reale corrisponda un punto e uno solo in un altro spazio, che è lo spazio immaginario.
È l’ipotesi strutturale fondamentale. Ha l’aria eccessivamente semplice ma senza di essa non si può scrivere la minima equazione, né simbolizzare alcunché, l’ottica è impossibile. Anche coloro che la ignorano non potrebbero far nulla in ottica, se non ci fosse.

Anche qui lo spazio immaginario e lo spazio reale si confondono. Ciò non impedisce che debbano essere pensati come differenti. In materia di ottica vi sono diverse occasioni per esercitarsi in certe distinzioni, che vi dimostrano quanto l’impulso simbolico conti nella manifestazione di un fenomeno.

D’altra parte in ottica vi è una serie di fenomeni, che si possono dire affatto reali, dato che in questa materia ci guida l’esperienza, ma dove tuttavia la soggettività si trova sempre impegnata. Quando vedete un arcobaleno, vedete qualcosa d’interamente soggettivo. Lo vedete a una certa distanza ricamarsi sul paesaggio. Non è lì.
È un fenomeno soggettivo e ciononostante, grazie a un apparecchio fotografico, lo registrate del tutto obiettivamente.
Allora che cos’è?
In verità non sappiamo più con certezza dov’è il soggettivo e dov’è l’oggettivo. O forse non è perché abbiamo l’abitudine di ammettere nel nostro limitato comprendonio una distinzione troppo sommaria tra l’obiettivo e il soggettivo?
L’apparecchio fotografico non è forse un apparecchio soggettivo, interamente costruito con l’ausilio di una x e di una y, che abitano nel dominio dove vive il soggetto, cioè nel dominio del linguaggio?

Lascerò aperte queste questioni per passare direttamente a un piccolo esempio, che cercherò di farvi capire prima ancora di disegnarlo sulla lavagna, perché non vi è nulla di più pericoloso delle cose sulla lavagna; sono sempre un po’ piatte.

Si tratta di un’esperienza classica, che si faceva ai tempi in cui la fisica era divertente, ai tempi della vera fisica. Lo stesso per noi: apparteniamo al momento della vera psicoanalisi. Più siamo vicini alla psicoanalisi divertente, più si tratta di vera psicoanalisi. In seguito sarà questione di rodaggio, di approssimazioni e di trucchi. Non si capirà più assolutamente quel che si fa, così come non c’è già più alcun bisogno di comprendere l’ottica per fare un microscopio. Rallegriamoci dunque, stiamo facendo ancora della psicoanalisi.

Mettete allora qui al mio posto un grosso calderone, che in certi giorni mi potrebbe forse sostituire vantaggiosamente come cassa di risonanza, un calderone che si approssimi il più possibile a una semisfera, ben lucido all’interno, in breve uno specchio sferico.
Se si avvicina press’a poco fino alla tavola, voi non vi vedrete più dentro; così, quand’anche io fossi trasformato in calderone, il fenomeno di miraggio, che di tanto in tanto si produce tra me e i miei allievi, in questo caso non si produrrebbe.

Uno specchio sferico produce un’immagine reale. A ogni punto di un raggio luminoso emanante da un punto qualunque di un oggetto posto a una certa distanza, preferibilmente nel piano del centro della sfera, corrisponde nel medesimo piano, per convergenza dei raggi riflessi dalla superficie della sfera, un altro punto luminoso; questo fatto dà un’immagine reale dell’oggetto.

Mi spiace non aver potuto portare oggi né il calderone né gli apparecchi dell’esperienza. Dovrete rappresentarveli.
Supponete che questa sia una scatola con l’incavo da questa parte e che sia montata su di un piedistallo al centro della semisfera. Sulla scatola mettete un vaso, reale. Sotto c’è un mazzo di fiori. Allora che cosa succede?

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L’esperienza del mazzo di fiori capovolto

Il mazzo si riflette sulla superficie sferica arrivando al punto luminoso simmetrico. Dovete pensare che tutti i raggi fanno altrettanto, in virtù della proprietà della superficie sferica: tutti i raggi emananti da un punto dato arrivano allo stesso punto simmetrico. Si forma pertanto un’immagine reale.
Notate che i raggi non si incrociano esattamente nel mio schema, ma questo è vero anche nella realtà e per tutti gli strumenti ottici, non si ha mai altro che un’approssimazione.

Al di là dell’occhio i raggi continuano il loro cammino e ridivergono. Ma per l’occhio sono convergenti e danno un’immagine reale, dato che la caratteristica dei raggi convergenti che colpiscono un occhio è dare un’immagine reale.
Convergenti quando giungono all’occhio, essi divergono nel momento in cui se ne allontanano. Se i raggi colpiscono l’occhio in senso contrario, allora si forma un’immagine virtuale. È quel che avviene quando voi osservate un’immagine allo specchio – la vedete dove non è. Qui, al contrario, la vedete dove essa è alla sola condizione seguente: che voi siate nel campo dei raggi che son già venuti a incrociarsi nel punto corrispondente.

In quel momento, mentre non vedete il mazzo di fiori reale, che è nascosto, vedrete comparire, se siete nel campo giusto, uno stranissimo mazzo di fiori immaginario, che si forma proprio sul collo del vaso.
Mentre i vostri occhi si sposteranno linearmente sullo stesso piano, avrete un’impressione di realtà, avvertendo tuttavia che c’è qualcosa di strano, di confuso, perché i raggi non si incrociano bene. Più sarete lontani, tanto più giocherà la parallasse e tanto più l’illusione sarà completa.

È un apologo che ci servirà molto. Certo, questo schema non pretende aver nulla a che fare con qualcosa che sia sostanzialmente in rapporto con ciò che noi in analisi maneggiamo, le relazioni dette reali o obiettive, o le relazioni immaginarie.
Tuttavia ci permette di illustrare in modo particolarmente semplice quel che risulta dallo stretto intreccio del mondo immaginario e del mondo reale nell’economia psichica; vedrete subito come.

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Escher – Mani che disegnano

Questa piccola esperienza mi è piaciuta. Non sono io che l’ho inventata; è conosciuta da tanto tempo sotto il titolo di esperienza del mazzo di fiori capovolto. Così com’è, nella sua innocenza – i suoi autori non l’avevano fabbricata per noi – ci seduce anche nei suoi dettagli contingenti, il vaso e i fiori.

In effetti il campo proprio dell’io primitivo, Ur-Ich o Lust-Ich, si costituisce per sfaldatura, per distinzione dal mondo esteriore, ciò che è incluso all’interno si distingue da ciò che è rigettato dal processo di esclusione, Aufstossung, e di proiezione.
Pertanto, se pure esistono nozioni messe in primo piano in ogni concezione analitica dello stadio primitivo della formazione dell’io, sono proprio quelle di contenente e contenuto. Per questo motivo il rapporto del vaso con i fiori ivi contenuti ci può servire come metafora, e delle più preziose.

Sapete che il processo di maturazione fisiologica permette al soggetto, a un dato momento della sua storia, d’integrare effettivamente le proprie funzioni motrici e di accedere a una padronanza reale del proprio corpo. Soltanto che, seppure in forma correlativa, il soggetto prende coscienza del suo corpo come totalità prima di quel momento.
È su questo che insisto nella mia teoria dello stadio dello specchio: la sola vista della forma totale del corpo umano dà al soggetto una padronanza immaginaria del proprio corpo, prematura rispetto alla padronanza reale. Questa formazione è separata dal processo stesso della maturazione e non vi si confonde. Il soggetto anticipa sul raggiungimento della padronanza psicologica, e quell’anticipazione darà il proprio stile a ogni elemento ulteriore della capacità motoria effettiva.

È l’avventura originale grazie alla quale l’uomo fa per la prima volta questa esperienza: si vede, si riflette, e si concepisce come altro da quello che è, dimensione essenziale dell’umano, che struttura tutta la sua vita fantasmatica.

Noi supponiamo all’origine di tutte le cose, oggetti, istinti, desideri, tendenze, ecc. È la realtà pura e semplice dunque, che non si delimita per nulla, che non può essere ancora oggetto di nessuna definizione, che non è né buona né cattiva, ma insieme caotica e assoluta, originale.
È il livello a cui si riferisce Freud nella Verneinung, quando parla di giudizi di esistenza: o è o non è. Ed è qui che l’immagine del corpo dà al soggetto la prima forma che gli permette d’inquadrare quanto è dell’io e quanto non lo è.
Ebbene diciamo che l’immagine del corpo, se la si pone nel nostro schema, è come il vaso immaginario, che contiene il mazzo di fiori reale. Ecco come possiamo rappresentarci il soggetto prima della nascita dell’io e il sorgere di quest’ultimo.

Io schematizzo, lo capite bene, ma lo sviluppo di una metafora, di un apparecchio per pensare, richiede che all’inizio si faccia capire a cosa serve. Vedrete che questo apparecchio ha una maneggevolezza che permette di eseguire ogni sorta di movimento.
Potete invertire le condizioni dell’esperienza, il vaso potrebbe benissimo stare sotto e i fiori sopra. Potete a vostro piacimento rende immaginario il reale, a condizione di conservare il rapporto dei segni + – + oppure – + –.

Affinché l’illusione si produca, affinché davanti all’occhio che guarda si costituisca un mondo in cui l’immaginario può includere il reale e contemporaneamente formarlo, un mondo in cui anche il reale può includere e contemporaneamente inquadrare l’immaginario, occorre che sia realizzata una condizione, ve l’ho detto, l’occhio deve essere in una certa posizione, deve essere all’interno del cono.

Se è all’esterno del cono non vedrà più l’immaginario per il semplice motivo che nulla del cono di emissione verrà a colpirlo. Vedrà le cose nel loro stato reale, completamente nudo, cioè l’interno del meccanismo e un povero vaso vuoto o dei fiori abbandonati, a seconda dei casi.

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Escher – Il grande occhio

Mi direte: Noi non siamo un occhio; che cos’è quest’occhio che va in giro?
La scatola vuol dire il vostro corpo. Il mazzo dei fiori, gli istinti e i desideri, gli oggetti del desiderio che vanno a spasso. E il calderone che cos’è? Potrebbe essere benissimo la corteccia. Perché no? sarebbe divertente, ne parleremo un altro giorno.

In mezzo a tutto ciò il vostro occhio non va in giro, è fisso là, come una piccola appendice titillante della corteccia. Allora perché raccontarvi che si muove e che, a seconda della sua posizione, ora le cose funzionano ora non funzionano?

L’occhio è in questo caso, come avviene assai di frequente, il simbolo del soggetto.
Tutta la scienza riposa su questa riduzione del soggetto a un occhio ed è per questo che è proiettata davanti a noi, cioè a dire obiettivata, ve lo spiegherò un’altra volta.
A proposito della teoria degli istinti un anno qualcuno aveva apportato una bellissima costruzione, la più paradossale che avessi mai inteso proferire, che entificava gli istinti. Alla fine non ne restava più uno solo in piedi e in questo senso era una dimostrazione utile da fare.
Per ridursi un solo istante a non essere altro che un occhio, occorrerebbe mettersi nella posizione dello scienziato, che può decretare d’essere null’altro che un occhio e mettere un cartello sulla porta: Non disturbare lo sperimentatore.
Nella vita le cose sono del tutto diverse, perché non siamo soltanto un occhio. Allora che cosa vuol dire quell’occhio lì?

Vuol dire che, nel rapporto dell’immaginario e del reale, e nella costituzione del mondo così come ne risulta, tutto dipende dalla posizione del soggetto. E la posizione del soggetto, dovreste saperlo perché ve l’ho ripetuto, è caratterizzata essenzialmente dal suo posto nel mondo simbolico, altrimenti detto, nel mondo della parola.
Questo posto è ciò da cui dipende che egli abbia o il diritto o il divieto di chiamarsi Pedro. In un caso o nell’altro egli è nel campo del cono o non vi è.

Ecco quel che bisogna che mettiate in testa, anche se vi può sembrare un po’ ostico, per capire quel che seguirà.

(Lacan, Il Seminario: 1)