Virgilio – La fine di Palinuro

Dalì-Sonno
Dalì – Sonno

Ormai l’umida Notte aveva quasi toccato la meta
a mezzo del cielo, e i marinai rilassavano le membra
in placida quiete, sotto i remi, sparsi per i duri scanni,
quand’ecco, disceso lieve dagli astri eterei, il Sonno
fendette l’aria tenebrosa e scosse le ombre,
te, o Palinuro, cercando, recando sogni funesti a te
incolpevole; e il dio assiso sull’alta poppa
nelle sembianze di Forbante pronunciò queste parole:
«Iaside Palinuro, le acque da sole portano la flotta;
le brezze spirano uniformi: è il momento buono per dormire;
adagia il capo, sottrai gli occhi stanchi alla fatica.
Io stesso per un po’ al posto tuo svolgerò le tue mansioni».
A lui, a stento sollevando gli occhi, Palinuro rispose:
«Vuoi che io non conosca il volto del placido mare
e la calma dei flutti? E che mi affidi a questo mostro?
Dovrei consegnare Enea – e perché mai? – alle brezze fallaci
e al cielo, io che più volte fui ingannato dal cielo sereno?».
Tali parole rispondeva e, fisso e aggrappato alla barra,
non si scostava di un pollice e teneva fisso lo sguardo al cielo.
Ed ecco il dio addosso gli scuote un ramo stillante rugiada
del Lete e imbevuto del potere soporifero dello Stige su entrambe
le tempie, e a lui che già vacillava rilassa le pupille oscillanti.
La quiete inattesa gli aveva appena allentato le membra,
e dall’alto incombendo, con una parte divelta della poppa
e con tutto il timone, lo rovesciò nelle limpide onde
a capofitto mentre invano invocava più volte i compagni:
quello alato si levò leggero in volo nell’aria.

(Virgilio, Eneide, 5: 835-861)