Aiguesmortes – Il naufragio nel niente

Se vorrai anche tu un giorno pilotare la nave della tua immaginazione, impara a navigare a vista – mi dissero. – Impara a non chiuderti a riccio nella fanatica vanità di chi si crede padrone della sua mente.
Tutti i viaggi all’altro mondo, come quello di Enea all’Ade pagano o di Dante su e giù per il cristianissimo triregno, non c’è agenzia che sappia organizzarli meglio di come faresti tu che non ne sai niente. Ogni rotta nel reame immaginale «deve procedere non sapendo anziché sapendo», mi disse san Giovanni della Croce, mentre scalavamo insieme il monte Carmelo.

Montagne e acque si confusero nel sogno. Naufragai tra le aspre rocce dei miei più scoscesi abissi, e mi portai laggiù, nelle oscure fenditure di quei precipizi, tutte le domande senza risposta, e tutti gli sguardi che non avevano incontrato nessuna immagine.
Seppi solo allora d’essere stato cieco a tutto, tranne che alle generose offerte di Afrodite. Avevo visto, fino ad allora, solo Lei.

Schwitters-Costruzione-nobildonna
Schwitters – Costruzione per una nobildonna

Assaggiai così un sapore, un sapore antico, un sapore amaro, come di schiuma salata d’una salsedine congenita nella mia saliva.
Sapeva di mari lontani, di quando bambino la sera mi affidavo a Morfeo in cambio d’un sogno. E gli affidavo tutto quel poco che sapevo di me, e della nave che navigava quei mari, e del pilota che dovevo diventare, ma che ancora non ero.
Non sapevo nulla di me, tranne quel sapore lì che, pur essendomi sconosciuto, mi fu da subito familiare. L’avevo annusato nel vento sopra le onde argentine della mia placenta. Solo quel sapore mi guidava da una sponda all’altra di quei pensieri scemi.

Non sapevo stare a galla tra le dune blu delle mie vertigini e, per paura di affogare, mi aggrappai al timone della nave e, come Palinuro, me lo portai laggiù con me, nel cristianissimo triregno di cui mi parlavano i preti da bambino.
Me l’immaginai come Morfeo mi suggerì di fare, di volta in volta, la sera ogni sera quando mi addormentavo. Inferno purgatorio e paradiso erano tutt’e tre sull’altra sponda: quella che la luce del sole ci rende invisibile.

Afrodite e il Sole non sono amici. Amore e Giorno non vanno d’accordo. Spegni la luce! – mi disse la voce di un angelo che non vedevo, ma che immaginavo seduto ai piedi del mio letto. – Spegni la luce, e dormi! se quell’altra luce vuoi vedere.

Nient’altro che il timone portai laggiù con me, in fondo al mare. Niente provviste, nessuna sapienza, nessun vangelo né legale né apocrifo.
M’ero affidato a Morfeo perché lui mi desse da mangiare i frutti proibiti d’un paradiso che sapesse della salsedine congenita nella mia saliva.

Nella salita del monte Carmelo, nuotando venni contaminando realtà celesti e oceanine immaginazioni. Scalai ogni mia più intima confusione e, quando le vertigini mi sopraffecero, seppi di non essere quel provetto timoniere che avevo creduto d’essere.
Solo una stella alpina ero diventato, non volendolo.
E così naufragai nel niente che io stesso m’ero dipinto, a tinte blu sulle dune dei deserti emersi dai sussurri di Morfeo. Naufragai nei venti dei marinai che s’erano perduti nel mio stesso inferno prima di me, dalle parti di Montevideo.

Se vedi bene, a imbiancare gli scogli delle Sirene vedrai che sono le ossa di tutti i pazzi che, assieme a Ulisse, si lanciarono nel «folle volo» di un’ardita immaginazione, per poi cadere qui dove l’anima ansima e ogni cuore si spezza.
Non sarò più audace ma nemmeno più quel vile che da sempre sono stato. Dovevo, come Gilgameš, rifiutare le profferte della dea. E senza fare tante domande, dovevo assieme a un santo scalare in silenzio il monte dei pellegrini scalzi.

Ossa bianche, teschi muti, femori fratturati, tibie lussate. Solo tu – mi disse un anonimo maestro – solo tu puoi farli rivivere. Impara l’algebra dei barbieri, aggiunse, impara a intrecciare i suoni appesi ai fili della tua voce, e i morti risorgeranno da questo inferno in cui sei caduto.

Morfeo ne dice tante di cose.
Lo vedi quel mucchio? – mi chiese la solita voce. – Prova a metterlo in ordine. Ci troverai un racconto sopra l’altro, alla rinfusa. Datti da fare, per domattina voglio che hai trovato il filo del tuo Racconto.
Mentre mi addormentavo, questo solo mi chiedevo: ma si può dire «voglio che hai trovato»? Si può dire «io voglio che tu»?

(Aiguesmortes, Quaderni)