Caucaso – La storia dei gemelli Æhsar e Æhsærtæg

Kikalishvili-KopalaIn quel tempo Uærhæg era il decano dei Narti. Due figli gli nacquero, gemelli: uno al primo canto del gallo, l’altro al secondo, appena prima del sorgere della stella che porta al giorno la fortuna. Quando apparve il sole, Uærhæg provò come è dolce essere padre. Perché quel giorno di doppia nascita fosse felice, preparò, alla maniera dei Narti, un banchetto di cacciagione. Invitò Kurdalægon, il fabbro celeste, il genio delle acque Donbettyr e, tra i Narti, insieme ad altri, Boræ.

Fu il celeste Kurdalægon a dare amabili nomi ai bambini di Uærhæg. Æhsar al primogenito, Æhsærtæg al secondo.
Colui che dà un nome, deve dare un dono: Kurdalægon consegnò dunque a Uærhæg un flauto di duro acciaio, fabbricato nella sua fucina.
I Narti posarono il flauto sulla tavola e subito lo strumento meraviglioso prese voce e cantò: Prendi, bevi a volontà, prendi, bevi la coppa inebriante!

Dopo che ebbero festeggiato per un’intera settimana, gli invitati di Uærhæg si separarono: Kurdalægon sedette sulla cresta di un uragano sfolgorante e, alla sua maniera, simile a Pakundza, l’essere che vola, prese lo slancio; Donbettyr si trasformò in un pesce di fuoco e di madreperla e si tuffò nelle profondità del grande mare; e i Narti, da bravi predatori, partirono in spedizione.

Æhsar e Æhsærtæg crebbero molto in fretta: di un palmo il giorno, di un pugno la notte. Erano dei bambini terribili.
Con frecce e archi di loro fattura non lasciavano volare nel cielo un uccello senza colpirlo. Si diffuse nel mondo la notizia che il narte Uærhæg aveva ora due valorosi figli gemelli, Æhsar e Æhsærtæg.
Donde venivano loro quei nomi? Dal fatto che l’uno, il maggiore, era valoroso, e l’altro, Æhsærtæg, era ancora più valoroso del fratello.

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La mela della discordia

Nel frutteto dei Narti c’era un melo i cui fiori scintillavano come il cielo azzurro, ma che produceva una sola mela per volta. La mela era dorata, brillante come il fuoco, e possedeva la virtù dei filtri: se non resuscitava i morti, non c’era ferita né malattia che non guarisse. Durante il giorno, fino a sera, maturava rapidamente ma, di notte, qualcuno la rubava.

Venne il turno di Uærhæg. Egli chiamò i suoi due figli, Æhsar e Æhsærtæg e disse: «Ecco di che nutrirvi questa notte. Andate, o miei soli, e custodite bene il frutteto. Se fallirete, domani un uomo di ognuna delle tre famiglie narte verrà qui: a uno di voi taglieranno la testa, la mano all’altro, e infilzeranno testa e mano su dei pali, e io, io resterò senza protettore fra le tre famiglie, senza nessuno che mi nutra».

Il recinto del frutteto era fatto di corna di cervi e così alto che neanche il volo degli uccelli poteva superarlo.
«Non temere, padre – dissero i due fratelli, – noi andremo e sapremo custodire l’albero!».
Uærhæg disse: «Andrete, certo, ma quello che temo, è che voi non torniate più».

Æhsar e Æhsærtæg si recarono al frutteto. Sedettero sotto il melo meraviglioso e cenarono. Poi, il minore disse al maggiore: «Coricati, Æhsar. Montiamo la guardia a turno: tu fino a mezzanotte; poi io, fino al mattino».
Æhsar accettò, si coricò e si addormentò. A mezzanotte si svegliò e disse al fratello: «Che Dio mi perdoni, ho dormito troppo a lungo».
L’altro rispose: «Non è ancora mezzanotte, dormi ancora!».
Tutto intorpidito dal sonno, il ragazzo tornò a coricarsi e si riaddormentò.

arciere-favoleNel momento in cui la notte e il giorno stavano per separarsi, tre uccelli penetrarono nel frutteto.
Æhsærtæg si sedette, la freccia e l’arco pronti, e guardò. D’improvviso l’albero si illuminò e le tre colombe si posarono su di esso.
Mentre stavano per raggiungere la mela, Æhsærtæg scoccò il suo dardo. Quelle volarono via, ma una delle tre lasciò cadere delle gocce di sangue sul terreno.

Æhsærtæg svegliò il fratello e gli disse: «Ho ferita una colomba sul melo, ma è scappata. Volava basso a causa della sua ferita. Guarda queste gocce di sangue! Bisogna assolutamente che io le segua: raggiungerò la colomba, o morirò inseguendola».
Raccolse il sangue delle gocce e lo avvolse in una stoffa di seta che si ficcò nella cintura.
Appena fu giorno, disse a Æhsar: «Io seguirò la traccia dell’uccello scomparso. E tu?».
«Dove tu andrai, andrò io», rispose Æhsar.

I fratelli si misero in cammino, seguendo la traccia insanguinata. Questa li condusse sulla riva del mare.
Æhsærtæg disse a Æhsar: «Io scenderò in fondo al mare. Aspettami sulla riva. Se il mare si copre di schiuma rossa, vuol dire che non potrò più esserti utile, se porta una schiuma bianca, allora aspettami fino al medesimo giorno del prossimo anno».
«Bene», disse Æhsar e sedette sulla riva, mentre Æhsærtæg, serrandosi addosso le vesti, si tuffava e raggiungeva felicemente il fondo il mare.

Sul fondo del mare, Æhsærtæg arriva davanti alla casa di Donbettyr, il genio delle acque.
Ecco com’era la casa: muri di madreperla, pavimento di vetro azzurro e, sul soffitto, la stella del mattino, Bonværnon.
Nella casa, sette fratelli sono seduti e, vicino a loro, ai posti d’onore, due sorelle, una più bella dell’altra sotto le chiome brillanti d’oro.

casa-sub-mare«Pace alla vostra casa e a voi di buon mattino!», disse Æhsærtæg entrando.
«Buona fortuna a te!», risposero i fratelli e le sorelle e, alzandosi, lo fecero sedere.
I sette fratelli si sedettero quindi vicino a lui, tre nei posti superiori e quattro in quelli inferiori.
Appena seduti guardarono Æhsærtæg e gli dissero: «Mai ci è giunto, mai ci giungerà un ospite pari a te, e dovremmo testimoniarti la nostra gioia, ma noi siamo in pena».
«Che Dio ve ne guardi! Perché siete in pena?».

Essi risposero: «Abbiamo tre sorelle. Per loro disgrazia, hanno preso l’abitudine di recarsi al frutteto dei Narti. Là, su un albero, c’è una mela d’oro. Matura di giorno e, di notte, nostra sorella Dzerassæ, sotto forma di una colomba, la coglie e la porta via. Avevamo un bel dirle: “I giovani Narti sono terribili, non lasciano nemmeno passare un uccello nel cielo … Non avvicinarti a quell’albero!”. Lei non ci ascoltava. Ed ecco che i Narti Æhsar e Æhsærtæg – possano uccidersi l’un l’altro con le loro spade! – hanno fatto la guardia sotto l’albero e hanno ferito nostra sorella!».

In quel momento si udì un gemito nella stanza vicina. Æhsærtæg domandò: «Chi geme così?».
«Ahimé! che dirti? È lei, è nostra sorella Dzerassæ».
«Non c’è rimedio al suo male?», domandò Æhsærtæg.
«Un rimedio c’è sicuramente».
«Quale?».
«Le sue stesse gocce di sangue, ecco il rimedio. Se si potesse raccoglierle e soffiarle su di lei, sarebbe salva. Altrimenti non guarirà».
«Che ricompensa darete a chi la guarisse?», domandò Æhsærtæg.
«A quell’uomo, noi daremo la nostra cara Dzerassæ, perché è Dio che l’avrà destinato a lei».
«Ebbene, io sono Æhsærtæg, il figlio del narte Uærhæg. Porto le gocce del suo sangue. Io l’ho colpita, io la guarirò. Andate a chiamarla».

Il volto dei fratelli si illuminò. Dissero a Æhsærtæg: «La fanciulla è gravemente ammalata e non può venire da te. Entra con noi nella sua stanza».
Il giovane entrò presso la malata. La fanciulla era adagiata sul suo letto, le trecce d’oro pendevano fino a terra. Sul suo viso ridevano soli e sul suo seno spuntavano lune.
Si voltò verso Æhsærtæg. Pieno di gioia, egli sorrise e dalla cintura di seta trasse le gocce di sangue e le soffiò sulla ferita. E la bella Dzerassæ balzò dal letto, sette volte più bella di prima.

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Dalì – Incantato

Nove giorni e nove notti durarono le nozze di Æhsærtæg e della figlia di Donbettyr. Formavano una coppia così armoniosa come, nel cielo, quella del sole e della luna.
Vissero là giorni, settimane: ma un giorno, ricordandosi di Æhsar, Æhsærtæg si rattristò e disse: «Non è giusto che io viva qui. Devo ritrovare mio fratello e tornare alla mia casa».
Dzerassæ si rallegrò: «Se hai una casa, andiamoci subito, non conviene che io mi attardi qui».
Quando i loro preparativi furono compiuti, lei strappò uno dei suoi capelli d’oro e entrambi si trovarono trasformati in grossi pesci di madreperla, che risalirono alla superficie del mare.

Nel frattempo, Æhsar viveva della selvaggina che uccideva. Sulla riva del mare, nella folta selva, aveva costruito una capanna dove aspettava il fratello.
Ed ecco che un giorno il mare si ricoprì di schiuma bianca. Æhsar esultò: «Significa dunque che mio fratello ritorna sano e salvo!», si disse, e corse a uccidere della selvaggina.

Quanto al narte Uærhæg, era in grande pena: «Che cosa fanno i miei figli? Senza dubbio non compariranno più davanti a me …».
Di giorno in giorno, l’angoscia aveva logorato, minato il suo bel vigore. La gioventù narte, da parte sua, trovava vantaggioso che i figli di Uærhæg non si mostrassero più, poiché Æhsar e Æhsærtæg vessavano gli altri e non riconoscevano i loro diritti.
I giovani dunque s’erano messi a schernire il vecchio e, per vendicarsi, avevano fatto di lui il pastore del villaggio. Nella sua ira, egli aveva condotto lontano il bestiame dei Narti e, più di una volta, aveva gettato delle bestie in mare o dall’alto di un precipizio …
Da molti giorni non era tornato al villaggio: le gambe non lo reggevano più, tanto era in pena per i suoi figli.

Uscendo dal mare, Æhsærtæg e Dzerassæ videro, sulla riva, la capanna di Æhsar e vi si diressero. Æhsar era a caccia e la capanna vuota. Dzerassæ guardò attraverso la porta e, nella luce che irradiava lo splendore del suo volto, tutto le parve così bello che disse: «Mi siederò in questa capanna e non la lascerò se non quando ne avrò abbastanza!».
«Rimani dunque – disse Æhsærtæg – mentre io vado a cercare mio fratello».
E partì alla ricerca del fratello. Nello stesso momento, Æhsar tornava, così che i due fratelli si incrociarono senza vedersi e si allontanarono ognuno in direzione opposta.

Dzerassæ credette che Æhsar fosse suo marito. I due fratelli erano infatti così simili di corporatura e di aspetto, coi loro capelli rossi, l’alta statura, il petto largo e gli occhi di fuoco, che nessuno, fuorché Dio e la terra, sapeva distinguerli.
Quando, guardando attraverso l’ingresso della tenda, Æhsar scorse Dzerassæ, si disse: «Dio degli dèi, non distruggere la nostra felicità, né per via, né a casa! Come potevo sperare che Æhsærtæg tornasse con una moglie?».
Dzerassæ lo guardò e gli disse: «Come sei tornato tardi!».
Æhsar non rispose.
Dzerassæ riprese: «Vergogna a te! Non mi conosci? Eppure, per un anno intero abbiamo vissuto insieme sotto le acque!».
Æhsar ebbe così la certezza di avere davanti a sé la moglie di suo fratello.
La giovane donna volle avvicinarsi a lui, ma egli si voltò dall’altra parte. E quando venne il momento di andare a letto, egli stese la sua pellanda sotto Dzerassæ e posò su di lei, come coperta, la pellanda di Æhsærtæg, poi, perché fossero ben separati, trasse la sua spada e la pose tra lei e sé.
Questo gesto irritò la giovane donna che si alzò, offesa, e restò seduta in disparte.

Dalì-Destino
Dalì – Destino

Fu allora che ritornò Æhsærtæg, recando il corpo di un cervo, con un albero intero per arrostirlo. Quando vide Dzerassæ seduta, l’aria triste e offesa, un sospetto nacque nel suo cuore e pensò che Æhsar le avesse usato violenza. Sguainò il pugnale, colpì il fratello e lo uccise.
Ma quando la donna gli disse quel che era accaduto, egli si disperò per aver ucciso il proprio fratello innocente. Sguainò di nuovo il pugnale, appoggiò l’elsa sul petto del cadavere e si gettò sulla punta. Il cuore trafitto, morì.

Dzerassæ si mise a gemere, a piangere, a gridare, percuotendosi la testa e le ginocchia. «Quale sventura è la mia! – diceva. – Per causa mia due fratelli si sono uccisi!».
Si strappava le trecce, si straziava il volto, con tutti i gesti del lutto. Le montagne facevano eco alla sua voce e persino le bestie selvatiche tacevano, ascoltando il suo lamento.
Coprì i due fratelli di lacrime ardenti: seduta tra di loro pianse fino a mezzanotte sul corpo di Æhsar, da mezzanotte all’alba su quello di Æhsærtæg, e il fosco vapore delle sue lacrime si stendeva al di sopra dei morti.
«Che fare adesso? – si disse. – Abbandonarli, perché i corvi e le volpi divorino le loro ginocchia potenti, i loro occhi di fuoco, i loro rossi pomelli? Seppellirli? Ma come?».

cavallo-tre-zampeIn quel momento, al galoppo sul suo cavallo a tre zampe, il suo levriero a fianco, Uastyrdji apparve davanti a Dzerassæ e le disse: «O sole dei soli e splendore del cielo, o mia luce, beltà del mondo! Da molto tempo ti cerco … Donde viene il tuo dolore? Che cosa ti è accaduto?».
«Come potrei non essere addolorata? Due fratelli sono morti per causa mia, e io non ho la forza di seppellirli».
«Li seppellirò io – disse Uastyrdji – ma a condizione che tu sia mia moglie!».
«Perché non essere tua moglie, quando questi morti saranno seppelliti?», rispose Dzerassæ.

Uastyrdji percosse la terra col manico della sua frusta: i corpi dei due fratelli si posero da sé in una fossa, e sulla fossa sorse una pietra tombale meravigliosa, e tutto intorno un muro fatto di calce e di pietre.
Allora Dzerassæ disse a Uastyrdji: «Vado a lavarmi qui vicino, sulla riva: come potrei partire con te, gocciolante di sangue? Siediti, tornerò subito».
Uastyrdji credette a Dzerassæ. Appena fu sulla riva del mare, lei si gettò nell’acqua e ritornò tranquillamente al paese di suo padre, alla casa di Donbettyr.

«Tornerà, tornerà …». Uastyrdji aspetta, rimuginando mille pensieri diversi.
Ma ormai la giovane donna era scomparsa. Indispettito egli serbò quell’inganno nel suo cuore: «Sventura alla tua casa! – disse. – Forse non ti acciufferò in questo mondo, ma nel regno dei morti come potrai sfuggirmi?».
Rimontò sul suo cavallo a tre zampe e, pieno di collera, se ne andò a caccia col suo levriero sulle rive del mare.

(Fonte: Dumézil, Il libro degli Eroi)