Sulle tracce di Venere

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Trittico Ludovisi – La nascita di Afrodite

È da sempre che siamo sulle tracce di Venere, ma è solo da poco che ce ne siamo accorti. Pensavamo di essere alla ricerca del «mondo delle idee» e neanche sospettavamo che Platone avesse mal inteso certe informazioni apprese sul suolo italico. Eravamo dibattuti – a proposito del nostro inizio «umano» – se immaginarlo figlio dell’innocenza o della logica, e perciò ci attardavamo a cercarlo sugli assi del cogito cartesiano o nella (scusassero la mala parola) trascendentalità dell’«io penso» kantiano.
Eravamo fuori strada. Eravamo, a dire il vero, proprio là dove i nostri «maestri di filosofia» ci avevano indirizzato: a innaffiare i giardini pensili della loro metafisica. E fedeli alle loro «istruzioni», ci curavamo soltanto di non cadere in contraddizione col loro Ipse dixit.

Eppure Nietzsche ci aveva messi in guardia dal dare seguito alle loro, sia pur sublimi, frottole, e aveva provato, per lungo tempo invano, a dissuaderci dall’andare a cercare il nostro «inizio umano», quell’«umano» ancora poco umano che ha fatto capolino nel nostro inizio, nel nocciolo delle loro questioni, il che è come dire: più o meno, dalle parti della «cosa in sé».
Nietzsche ci aveva ammoniti a sporcarci le mani coi «materiali bassi e perfino spregiati» di cui, in origine, sono fatte anche le idee più brillanti. Non aveva fatto espressamente il nome di Venere, ma poteva bastare quell’accenno alla «bassezza» delle nostri origini perché noi capissimo.
C’è forse una divinità più bassa di Venere, una divinità più compromessa con la nostra «terra»?

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno e che allo stato presente delle singole scienze può esserci veramente dato, è una «chimica» delle idee e dei sentimenti morali, religiosi ed estetici, come pure di tutte quelle emozioni che sperimentiamo in noi stessi nel grande e piccolo commercio della cultura e della società, e perfino nella solitudine: ma che avverrebbe, se questa chimica concludesse col risultato che anche in questo campo i colori più magnifici si ottengono da materiali bassi e perfino spregiati? Avranno voglia, molti, di seguire tali indagini? L’umanità ama scacciare dalla mente i dubbi sull’origine e i principi: non si deve forse essere quasi disumanizzati per sentire in sé l’inclinazione opposta?
(Nietzsche, Umano troppo umano: 1)

La verità è che siamo così impigliati nella Rete delle seduzioni di Venere, così invaghiti di Bellezza, così incuriositi dalla coda del Pavone, che disperiamo di venire a capo dell’enigma che si cela dietro una sola delle sue piume.
E perciò andiamo in cerca di altri «moventi»: non può essere, non possiamo permetterci il lusso di pensare che possa essere stata Venere a «scatenare» la nostra «umanità».
Già, ma chi è questa Venere?

Venere, per parafrasare Nietzsche, è la «divina troppo divina» perché i cieli possano contenerla, è l’«eccessiva sempre eccedente» ogni definizione: ogni nome le va stretto. Puoi chiamarla solo Veleno. O Schiuma Salmastra.
Salmastra, perché «sa di sale» la sua sapienza, e Schiuma, perché come la schiuma, del mare è solo l’eccesso. Solo la Superficie. Solo l’Apparente. Solo la Svelata. Ma proprio perciò – la Sola in cui si rivela la Grande Dea, l’Oscura Madre dell’Universo che regna nelle profondità dei nostri istinti.

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Cibele, Magna Mater

Qualunque fosse il nome della Grande Dea, a essere «venerata» era in ogni caso Madre Natura, la Signora di tutte le nascite, la dea Physis. La Partoriente.
Di questa Grande Dea, Venere era un attributo e, insieme, anche una figlia. Venere era, in particolare, la sua prima figlia ad aver visto la luce. La prima a uscire dal grembo di sua madre, fino ad allora «otturato» dal fallo di Saturno.
Venere nasce dal sangue d’una «mutilazione» divina, dallo squarcio di una ferita aperta nel mondo celeste, negli abissi più intimi e più sconosciuti del nostro essere.

Il nostro essere si è dovuto (traumatica mente) aprire, per emergere alla Luce delle Apparizioni di Venere.
Non si è prima aperto (passando casomai per le «sintesi a priori» o per l’intuizione del tempo e dello spazio), e poi ha scoperto Venere.
Ma è stata Venere a trascinarlo nel suo movimento ad extra. A uscire a essere nel mondo dell’essere. Ad abitare la sua Superficie.
Venere è la Natura «mondana» che ci partorisce al «mondo umano». È il mondo naturale che Venere s’incarica di «umanizzare».
Lo fa, per vendicarsi, non dovremmo mai scordarcelo, dell’offesa patita tra i celesti.

La potenza di Venere è, essa stessa, originata da una vendetta. Di certo, da un crimine. Di quel crimine di cui si sono macchiati gli dèi invisibili, quelli che non si sono mai fatti vedere, se non camuffati di sembianze umane e/o animali, quelli che non si sono mai mostrati nel loro fulgore naturale, quelli di cui al più abbiamo sentito parlare, quelli rinchiusi nei recessi più oscuri del Grembo di Natura.
Essi sono i «criminali» che un bel dì decisero di «neutralizzare» la potenza onnivora di loro padre Saturno. Decisero di evirarlo, per liberarsi dal giogo delle sue compulsioni – delle sue coazioni a insistere nella ripetizione di monotone connessioni alimentari, sessuali e immaginali.

Il prezzo di quel crimine è Venere a pagarlo: in quanto è la prima a essere «gettata nel mondo», la prima a venire «fuori, allo scoperto», Venere può sì manifestare, Lei più di tutti, la Bellezza del Mondo, e può sì insinuare, come immagina Lucrezio che faccia la sua «alma Venus», in tutti i mortali il desiderio di fare l’amore ed accoppiarsi, e può perfino fecondare la Vita, ma solo sporcandosi del sangue mestruale e della lordura degli organi genitali.

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La Venere di Botticelli

Venere è la prima divinità «discesa dal cielo» dove, beati e indifferenti alle sofferenze umane, gli altri dèi continuano invece a rimanerci distanti e raggiungibili soltanto a parole.
Venere è il corpo epifanico di Madre Natura, la prima Intelligenza «uscita» dal paradiso dell’indifferenza, quella che fa tutta la Differenza. Quella che nel continuum divino apre una «falla». Quell’«anello» che scatena, da solo, tutta la criminalità di cui è investito sin dalla nascita: il crimine d’essere fatto solo per «la più bella» e per nessun’altra.

Bellezza si distingue, balza agli occhi, spezza la monotonia di un insieme, si disgiunge da una moltitudine, per farne il suo sfondo.
È obbligata a farlo. Bellezza è nata dalla congiura di tutti gli dèi a «uscire» all’Aperto. Bellezza deve stare in primo piano. Ma proprio perciò non può tollerare che una sua «creatura immaginale», una sua «copia» arroghi a sé i diritti di primogenitura dell’Originale.

Ma tu fa’ attenzione, perché è proprio qui che si annida il «veleno» di ogni epifania di Bellezza. Perché Bellezza è Vendicativa: non nasce che da una morte, non sorge che da una disgiunzione, non si svela che da un movimento di rimozione.
Bellezza è perciò sempre Originale, e mai una sua tardiva, o peggio sbiadita, Copia. Questo è il paradosso della dea Physis: di essere sempre sul punto di nascere (sto traducendo alla lettera il latino «natura»), sempre nell’istante della sua «origine», e sempre «smemorata».
Essa viene sempre a sovrascriversi su qualunque precedente. Svelandosi, non manifesta che il velo di un altro Inizio. Bellezza è sempre iniziale. E nessuno può essere iniziato altro che da Lei. E a nient’altro che a Lei.
Nessuno può sottrarsi alla bassezza del suo criminoso inizio.