Santillana – Dite a Dildrum che Doldrum è morto

Tammuz
Tammûz

La versione di Plutarco non fu accettata, e venne suggerita una spiegazione semplice: mentre la nave andava alla deriva in prossimità di un villaggio costiero, i passeggeri erano stati colpiti dalle grida e dai lamenti rituali per la morte di Tammûz-Adone, il cosiddetto dio del grano, come si faceva in piena estate nel Vicino Oriente: altre grida confuse erano state intese dal timoniere Tamo (Thamoûs) come dirette a lui.
Da qui la credula fantasia aveva abbellito il racconto, ricamandovi su nuovi particolari per renderlo più verosimile, come avviene di solito. La spiegazione parve convincente. Il racconto veniva così normalizzato, vale a dire archiviato perché di scarso interesse.

Ma è pur sempre consentito chiedersi il perché di tanto chiasso a quei tempi per esclamazioni che dovevano essere ben note ai contemporanei, e come mai (a meno che Plutarco non fosse un bugiardo) quell’eruditissimo tra i mitologi che era l’Imperatore Tiberio avesse deciso che valeva la pena di approfondire la cosa.

È quindi il caso, pur con tutto il rispetto dovuto agli studiosi che si sono occupati del problema, di tentarne un’altra strada. Si può partire dal presupposto che non si trattasse solo di rumori di fondo, come si dice oggi, bensì dell’effettiva trasmissione di un messaggio autentico: «Il grande Pan è morto», che toccava a Tamo annunciare.

Era un messaggio sufficientemente importante da far concludere al comitato di specialisti scelto da Tiberio che si riferiva a Pan figlio di Penelope e di Ermes, il terzo della lista data da Cicerone in De natura deorum, II, 56. Penelope, chiunque essa sia stata in realtà, deve avere avuto una vita ben intensa dopo i fatti narrati dall’Odissea. In quella cerchia, a quanto pare, la mitologia doveva essere una scienza assai prudente.
Se si decide di dar credito al messaggio, il passo successivo è di considerare un certo numero di storie simili […]

Si tratta di racconti rigorosamente popolari che, come tali, sono riusciti se non altro a sfuggire agli interventi letterari e a mantenere così intatta la loro innocenza.
Esiste in Tirolo tutta una serie di leggende sulle Fanggen, sorta di folletti (o giganti) e di driadi la cui vita è legata agli alberi, sicché abbattere un albero significa distruggere una Fangga. Un tempo esse vivevano di buon grado come fantesche presso i contadini e la loro presenza era fonte di prosperità per la casa, ma erano solite anche scomparire inspiegabilmente.

re-doldrumUna delle storie più spesso narrate è quella del padre di famiglia che torna a casa e racconta di aver udito da una voce uno strano messaggio che diceva, ad esempio: «Portatore di giogo, portatore di giogo, di’ alla Scorza ruvida che Giki-Gäki è morta sullo Hurgerhorn», oppure: «Portatore di giogo, portatore di giogo, di’ alla Gatta scodata che Corteccia alta è morta». A questo punto la servetta prorompe in un gran lamento e fugge via per sempre.

Oppure poteva accadere che mentre la famiglia era a tavola per la cena, una voce chiamasse per tre volte dalla finestra: «Salomè, vieni!», e la serva scompariva. Questa storia ha un seguito: anni dopo, un macellaio stava tornando a casa a mezzanotte da Saalfelden.
Mentre passava per una gola, una voce lo chiamò dalla parete di roccia e gli disse: «Macellaio, quando arrivi nel tal luogo, grida nella fessura della roccia: Salomè è morta». Prima dell’alba l’uomo giunse in quel posto e gridò per tre volte il messaggio dentro la fessura. Ed ecco che dalle profondità della montagna salirono grandi ululati e lamenti, sicché l’uomo, terrorizzato, fuggì di corsa a casa.

Talvolta, non appena il messaggio viene riferito, scoppiano alterchi e battibecchi fra intere tribù di folletti: la notizia è quella della morte del loro «re».
È da notare che nella maggioranza dei casi riportati la voce chiama il capofamiglia con il nome «Portatore di giogo». Nessuno sa perché. Ma la selvatica fanciulla dei boschi scompare invariabilmente.

Felix Liebrecht parla delle abitudini di certi licantropi spettrali, i Lubins, che infestavano la Normandia medioevale. Questi pavidi fantasmi cacciavano in branco, ma con scarso profitto, perché invece di avventarsi sull’intruso, si disperdevano al minimo rumore, ululando «Robert est mort, Robert est mort».
Una storia senza senso, che però può essere messa meglio a fuoco se se ne ripercorrono le tracce fino al «Monte del Lupo» (Monte Liceo) in Arcadia e ai «Giochi del Lupo» o Licei (da cui derivarono i Lupercalia romani) che vi si tenevano.
Si diceva che lassù fosse nato Pan, che vi aveva un santuario. Fu lì, inoltre, che Zeus rovesciò una «tavola» – donde poi il nome di Trapezunte dato al luogo – perché Licaone gli aveva imbandito un piatto di carne umana, quella del proprio figlio.
Zeus trasformò Licaone in licantropo e, rovesciando la «tavola», provocò il Diluvio di Deucalione; naturalmente, la «tavola» è il piano terrestre passante per l’eclittica. È questo l’evento significativo di un racconto talmente lungo che nessuna persona sensata si cimenterebbe mai a riassumerlo.

C’è poi il caso di Robert, altrimenti noto come Robert le Diable, per alcuni un personaggio storico che ogni tanto si trasformava in licantropo e poi faceva penitenza «stando sdraiato a mo’ di cane sotto la scala». Il che ci porta all’enigma della dinastia veronese degli Scaligeri, il cui massimo rappresentante fu Cangrande della Scala che accolse Dante nell’esilio e fu mecenate della Divina commedia; anche altri membri della famiglia avevano nomi canini: Mastino, Cansignorio.

Siamo così giunti al termine di questa linea di indagine, almeno per quanto riguarda gli scopi del nostro saggio. Aggiungiamo solo due suggerimenti per il futuro.
Il primo è che Pitagora chiamava i pianeti «i cani di Persefone»; il secondo, che di scala gigantesca ce n’è una sola, la Galassia, e sotto questa scala c’è un solo personaggio canino, Sirio.
Ma a questo punto si tratta solo di note suonate a caso.

re-gattiCiò che importa qui è la tenace sopravvivenza dei motivi in ambienti semplici. Se scendiamo di un altro gradino la scala del folklore, troviamo un racconto diffuso in tutta l’Europa settentrionale, di cui riportiamo qui la versione inglese (ma col finale tratto da una variante tedesca).

Moltissimi gatti si sono radunati in una casa deserta e diroccata, dove un uomo li sta osservando di nascosto. Un gatto balza sul muro e grida: «Dite a Dildrum che Doldrum è morto».
L’uomo va a casa e ripete la frase alla moglie, al che il gatto di casa fa un balzo e miagola: «Allora il re dei gatti sono io!», e scompare su per il camino.

È così che il «corpo» della tradizione sopravvive alla morte dell’«anima», infranto, svuotato delle idee che conteneva, conservato come una mosca nell’ambra. Presso il volgo analfabeta, gli dèi greci sono diventati gatti e servette: passano le Potenze, ma le informazioni restano.
Confrontando le diverse varianti, si ha il messaggio della Voce nella sua forma canonica: «Viandante, va’ a dire a Tizio che il grande Caio è morto».
Il latore potrà essere un ignoto pilota, un passante, un animale, un osservatore: la sostanza è che una Potenza è trapassata, lasciando aperta la successione. A modo suo, il cosmo ha registrato un evento-chiave.

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto, pp.332-335)