Aiguesmortes – Esercizio di crittografia

Eraclito
Eraclito

Eraclito dice: φύσις κρύπτεσθαι φιλεί (fr. 123).
La natura ama nascondersi. La natura «ama» (φιλεί) giocare a nascondino. Il suo «gioco» preferito, quello che più le è congenito, quello per cui ha più feeling (φιλεί), è pazziare «a moscacieca» con chi cerca di svelarne i segreti. La natura ama criptarsi (κρύπτεσθαι). La natura «parla» un linguaggio cifrato. Dice e non dice – quel che dice è sempre e solo un enigma, una parabola, un indovinello. Se lo risolvi, non le fai che un piccolo dispetto.

Così, giusto per farci un’idea del labirinto in cui il suo gioco indispettito ci caccia, basterebbe dire che non c’è parola più criptica, parola più ambigua ed enigmatica della parola φύσις (per dirla alla greca) o natura (per dirla alla latina). Niente di più ambiguo del nome con cui nominiamo il suo rebus.
Se la natura a cui allude la parola natura «ama criptarsi», come può questa parola non essere, di natura, un crittogramma?
Se la natura è un enigma (eternamente irrisolvibile), come può la parola che ne parla non essere quella della Sfinge, presa tra il dire e il non dire, o della Sibilla oscillante tra l’esibire e l’occultare?

La parola «naturale» è ambigua! C’è poco da fare. Solo i bambini più sciocchi s’illudono di poterla, una volta per sempre, disambiguare.
Gli sciocchi sono, in fondo, quelli «più umani». Ma perciò, anche quelli meno «divini», meno disposti a indovinare, possibilmente a occhi chiusi: perché, ci credi o non ci credi, è il tuo fiuto (i Greci lo chiamavano νούς) tutta la tua capacità di «divinazione», tutta l’Arte che ti è naturalmente congenita – la tua Guida geniale, in quanto traccia le sue strade nei tuoi geni. Un ideogramma, non è questo il dna?

La natura, è nascosta nel linguaggio criptato di chi la fiuta.
Perché ti dilunghi nella vana ricerca di scorciatoie?
Questa è la natura del Gioco: la Natura ama solo i giocatori. Non puoi giocare alla Natura, facendoti forte di Cultura.
Tutta la «cultura» in cui sei stato «coltivato», la dovresti, come dice Nietzsche, «disimparare» per tornare alla tua «natura».

Ma, insomma, che cos’è questa Natura?
Dice bene Hillman: ci sono più di sessanta possibili «interpretazioni» di ciò che gli antichi Greci intendevano per φύσις (physis) e i Romani per natura.
Noi stessi, cosa intendiamo? il nostro mondo «fisico» è ancora la physis, la dea Physis, a cui sono dedicati i più antichi libri di filosofia mediterranea?
Talete, Anassimandro, Parmenide, Eraclito – tutti i presocratici hanno scritto sempre e solo «di natura» (περί φύσεως). De rerum natura, avrebbe tradotto Lucrezio, il più greco, ma anche il più napoletano, dei poeti latini.
Non è un caso se a pronunciare per primo la parola physis nella letteratura è Ermes (Odissea, 10: 34): che Omero lo sapesse o meno, physis era la parola più «ermetica» di tutta la sua poesia.

Ermes-Odisseo-erba-molyErmes mostra a Odisseo la «natura» dell’erba moly: quell’erba, nessuno l’ha coltivata, è «spontanea», «è nata così», non è prodotto di lavoro umano, «è così di suo», al tempo stesso potente e tossica – velenosa e paradisiaca.
La natura di quell’«erba» spunta in un campo dove l’uomo non ha seminato, un campo dove semmai l’uomo, come ogni altro «vegetale», è stato seminato. La natura di ogni «vegetazione» è il mondo selvaggio degli istinti – il reame di Pan, del Selvatico, del Peloso: il regno di tutto ciò che non è «addomesticato», che non è «lavorato», che non è «acculturato».

La natura è foresta, caverna, abisso oscuro: chi cade nel darsene pensiero, chi se ne prende (almeno linguisticamente) «cura», non verrà mai a capo di nulla. Le toglierà pure tutt’e sette i veli, non arriverà mai a fondo del mistero di Salomè. La «nudità» è il più criptico dei Veli dietro cui Natura gioca a «liberi tutti!».
Gioca. La Natura gioca a metterci al mondo. Gioca ad accecarci alla sua Luce. Gioca a infatuarci delle sue forme di apparizione, e ciò nonostante è Essa che vuole essere «amata», e perciò è Gelosa delle sue stesse epifanie.

Com’è facile mettersi dalla parte di Psiche, e pensare il peggio del peggio di quelle due miserande «creature naturali» che sono le sue sorelle!
Proviamo a confessarci! Noi siamo, naturalmente, le sorelle maligne di Psiche. Siamo noi che la perseguitiamo, la nostra psiche. Noi che la tormentiamo, noi che ci ostiniamo a non vederla. A leggerla «alla lettera», e a eludere così le sue proposte di gioco.
Se ancora non ti è chiaro, te lo dico in due parole: la Natura è Metafora allo stato puro, selvatico – è Metafora senza segni (Lacan), è Lingua insignificante, Linguaggio che non parla per significati, che ignora i simboli, le astrazioni, le idee (mi perdoni mastro Platone, ma io sono napoletano né più né meno di Parmenide e di Lucrezio).

Linguaggio senza parole, linguaggio fatto di fiuto (noûs). La Natura «si annusa», ecco tutto! Donde si deduce che la prima questione «filosofica» del Mediterraneo, fu solo una questione di nasi. Una questione a chi ce l’aveva più lungo.
Perciò, ti dico quel che forse ho già detto: che Pinocchio è l’ultimo filosofo della serie 1/64 che in illo tempore faceva capo al naso di Osiride.

Kandinskij-Punte-arco
Kandinskij – Punte nell’arco

Non sto scherzando.
Sto pazziando alla pazzia dei presocratici. Sto pazziando a nominare la Dea della Cripta. La Nascosta. Sto pazziando col fuoco. Perciò non riesco a vedere più in là, di dove il fuoco della mia pazzia m’illumina.
Oltre, non ci sono che «connessioni» (Hillman – Deleuze): sintesi più antiche delle parole, «a priori» che poco o niente hanno a che vedere col tempo e con lo spazio (chiedo scusa al dottor Kant).

Oltre c’è l’abisso di quelle oscure esperienze infantili che facemmo quando ancora eravamo alla frontiera tra «animale» e «umano», tra «naturale» e «culturale» o, come suggerisce quella capafresca che risponde al nome di Italo Calvino: «tra che cosa e che cosa?».
Un fischio. La Natura fischia i suoi richiami. Ma li ruggisce anche, e li bela, e li bramisce a seconda del crittogramma parlante che ne riceve la parola.
Tutto il mondo parla.
Tutta la Cripta è una sola Babele.

Eppure, la Natura si capisce a volo. Intuisce, schizza, s’invola, precipita, si esalta, freme nelle sublimi profondità delle sue vertigini.
Non ci puoi fare nulla: è solo là che incontri Natura – nel panico. Solo nel panico ti accorgi che fino a un attimo prima eri seduto sulle nuvole. Solo nell’abbandono panico al Tutto, solo là sei «come mammete t’ha fatto».
Sei così, di natura. Un cacasotto. E guarda un po’, per dare ascolto alle tue paure, dove ci hai condotto.
Sul filo d’un rasoio, a cavallo tra due … e già: «tra che cosa e che cosa?», tra la Vita e la Morte? tra il Reale e il Simbolico? tra la Metafora e i segni con cui proviamo a significarla?

Non farti illusioni! Il bello di questo Gioco è che vince sempre Natura, e perde sempre chi la sfida.
Guardate gli uccelli del cielo, essi non lavorano eppure mangiano! Vincono sempre gli uccelli, e perdono quelli che le ali fingono di averle. Quelli come Icaro, per intenderci. Quelli che s’illudono di uscire dalla Cripta, quelli che sognano di svelare l’Ambigua. Quelli che dal Reale evadono per gettarsi nelle braccia del Simbolico. Quelli sani di mente. Se ci fai caso, perdono sempre loro. Perdono l’occasione di concedersi alla propria Natura – alla propria Signora, alla propria «dea». Alla Matta di tutte le Carte. Alla Vita. Al suo Trasporto.

Continuiamo a dirci «sani», sì – noi, i sani, continuiamo a fingerci «sani», anche se dal tempo di quelle oscure esperienze infantili, dal tempo di quegli abissi e di quelle caverne, siamo stati fatti a pezzi, e di quei pezzi solo qualcuno è sopravvissuto, e solo se ha saputo stare al gioco, ma a un altro gioco: al Gioco dei Simboli, e non più al Gioco di Natura.

Il Simbolo nasce orbo e zoppo (credo di averlo già detto). Il Simbolo è Gatto e Volpe insieme. È cieco e maldicente. Non vede che quel che vuol vedere, il resto se lo nasconde nell’ambiguità del segno. Non dice se non bestemmie, bugie e inganni. È a queste due «condizioni» che il Simbolo fa di Pan il diavolo, del Lupo l’istinto animale da tenere a freno, del Peloso il forestiero che deve essere prostituito alla Legge domestica – di ogni Bambino, quello da attirare nel Campo dei Miracoli.
Dai!, piantali qui i tuoi zecchini, coltivali in questo campo, e smettila di correre appresso ai tuoi fantasmi immaginali!

Se Pinocchio non fosse quel sottile filosofo che è – se non fosse lui l’ultimo dei presocratici, magari un po’ tardivo ma, come si dice, last but not least – dalle grinfie di Orazio Coclite e Muzio Scevola chi lo salverebbe?
Ho detto Orazio Coclite? pardon, volevo dire Mangiafoco.
Si dice che il diabolico Muzio era mancino. O che il piede fesso di Pan era la sua infermità condivisa col Re Pescatore del Graal.
Ora capisco: bisogna andare a ripescarsi dal fondo del mare, per sapere di noi stessi, chi siamo per natura.

Tutti i nomi di tutte le dee, i nomi delle Sante, delle Ammirate – tutti i nomi di tutte le Amate, sono nomi di copertura, pseudonimi, indirizzi criptati della Magna Mater d’una volta.
La Natura è la Matrice del Mondo: noi naturalmente ci troviamo a essere nel suo Grembo. Essa ci nasce e ci muore, passando il tempo a produrre la sua gaia ignoranza creativa. Essa ci fa e ci disfa, dandoci soltanto il tempo di produrre sui suoi prodotti un nostro «plusvalore» gioioso. Che so? una Calipso, prima di fare ritorno a Penelope la Tessitrice.

Gauguin-Aha-oe-Feii
Gauguin – Aha oe Feii

Anche Calipso «nasconde»: lo dice il suo nome!
Odisseo si nascose nei suoi abbracci voluttuosi, per mettere a tacere la voce della Matrice. Per non sentire il suo richiamo antico.
Quella voce «parlava» però il suo silenzio. Non parlava parole. Era una specie di sussurro, quasi di «foglie risuonanti», all’incirca qualcosa come un’eco forestiera nella sua foresta.
Quella voce fuggiva, come Angelica nel bosco – come la lepre di mille racconti. Un pazzo l’inseguiva. Un paladino – che ancora non sapeva d’essere in procinto di caricaturare se stesso.

Pace.
Pace a tutti i donchisciotti che hanno risposto al richiamo della loro physis. Pace a quelli che si sono appagati di una Dulcinea, o di una Beatrice.
Pace a quelli che disperarono di servire Venere, e si rassegnarono a venerare una sua immagine e somiglianza.
Pace a tutti quelli che ci giocarono a questo Gioco, e lo salvarono dalle grinfie della Tragedia. A quelli che ci portarono buone notizie dalla frontiera. A quelli che ci dissero: Sali sulle nostre spalle, ti porteremo in paradiso!

(Aiguesmortes, Quaderni)