Turcan – L’anima è un uccello

anima-uccelloDal Vicino Oriente mediterraneo all’America è diffusa la credenza che le anime dei morti si reincarnano sotto forma di uccelli notturni che vengono a turbare il sonno dei vivi.
Anche nell’antica Grecia, in particolare nell’orfismo, l’anima è rappresentata in forma di uccello: è probabile che le stesse Sirene omeriche in origine non fossero che uccelli che personificavano le anime dei marinai morti in mare.

Se in origine questa fu una rappresentazione popolare, è certo però che poi fu accolta in certi ambienti intellettuali e soprattutto religiosi che l’adattarono alle proprie dottrine di salvezza.
Furono, a quanto pare, gli Stoici che contribuirono a rafforzare, adattandola al livello mentale dei Greci dotti di epoca ellenistica, questa credenza primitiva, ma già prima di loro Platone nel Fedro diede espressione filosofica alla concezione dell’anima-uccello.

Tuttavia, la testimonianza ellenica più antica si ritrova nel frammento di un poema orfico sul destino postumo delle anime citato da Proclo nel Commento alla Repubblica di Platone, 2: 339. Le anime degli uomini sono trasportate da Ermes nelle profondità sotterranee dell’Ade per esservi purificate, mentre quelle degli animali volteggiano nell’aria fino al momento in cui, portate dal vento, entrano di nuovo in un corpo.
La messinscena poetica obbedisce pienamente a quel «gergo orfico» cui allude Aristotele nel De Anima, 1: 5. L’ingresso in un corpo, l’individuazione dell’anima che per Aristotele coincide con la caduta nel mondo materiale, avviene sotto la spinta dei soffi aerei: è il Signore dei venti a decidere dove e come le anime volteggianti nell’aria andranno a depositarsi.

È forse a questa concezione che allude l’uovo pieno di vento di Aristofane (Uccelli, 695), sia pure con l’intento di farne una parodia.
Di chiara ispirazione orfica sono le parole del coro di Euripide: «Oh, se un dio, datemi le ali, / allo stormo degli uccelli / del cielo mi rendesse compagna!» (Ippolito, 732-734): a parlare per bocca del coro è qui l’anima che aspira a librarsi in volo negli spazi luminosi, per sfuggire al purgatorio in casa d’Ade.
Ritroviamo così la doppia possibilità escatologica indicata dal frammento orfico: l’anima o riesce a spiccare il volo o precipita dritto all’inferno.

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Ma ritorniamo al Fedro di Platone. In origine, vi si dice, tutte le anime sono perfette e alate (246c), ma nel corteo che formano con gli dèi per raggiungere la sommità del cielo, quelle che sono mal legate al traino si accalcano vanamente per contemplare la «Pianura della Verità»: esse si calpestano e così danneggiano abbondantemente il loro piumaggio (248ab); inoltre, il cavallo che procede dal male fa pendere la biga verso terra (247b) e appesantendo l’anima le fa perdere le ali (248c).

Per Platone, il ciclo delle reincarnazioni e la durata del purgatorio nell’Ade sono regolati dalla «legge di Adrastea» (248c): dopo un ciclo purificatorio di 10.000 anni, la psiche recupera le ali e può tornare a volteggiare nell’aria; fa eccezione solo l’anima del filosofo che avrà saputo scegliere e condurre vita da sapiente per tre esistenze successive sì da innalzarsi alla visione del mondo intelligibile (248e-249a; 256ab).

Le ali tornano a spiegarsi al primo brivido d’amore vero (251a) in virtù di una sorta di emanazione della bellezza di lassù (251b), ma è solo al termine di un lungo sforzo che l’anima vittoriosa spiccherà di nuovo il volo (256b).
Quanto a quelle il cui amore non è purificato, senza ali al momento di lasciare il corpo, malgrado desiderino rimetterle, avranno comunque la loro ricompensa: invece di prendere l’oscuro cammino dell’Ade, gli amanti ricongiunti conosceranno la felicità nelle regioni inferiori del cielo, prima di recuperare la loro natura alata (256de).
Si ritrova qui l’alternativa del frammento orfico tra il soggiorno infernale e il volo aereo.

Il frammento citato da Proclo sembra limitare alle sole anime uscite da un corpo di animale il privilegio di un volo immediato, mentre la psiche umana è assoggettata alla prova del castigo infernale. Ma, come parecchi testi ci dicono espressamente, il castigo infernale nella concezione orfica altro non è che la vita terrena, per cui la morte segna la fine del purgatorio umano nell’Ade e l’anima, finalmente libera, può spiccare il volo lassù, verso la vetta del cielo, mentre le anime degli animali sono condannate a reincarnarsi, a ricadere in basso verso questo nostro mondo.
È quanto si può leggere su una tavoletta di Turi: «Mi sono involato dal cerchio penoso e doloroso».

uccelli-maschereIl termine della vita è dunque la fine della prigionia dell’anima umana nell’Ade. Lo dice a chiare lettere nel Sogno di Scipione (Cicerone, Repubblica, 6: 14) l’Africano allorché dichiara al figlio di Paolo Emilio: «Vivono solo coloro che si sono affrancati dai lacci del corpo, come si vola via da una prigione; quel che voi chiamate vita non è altro che morte».

Analogamente, Plutarco (Consolazione alla moglie, 10) ripete che l’anima immortale è quaggiù come un uccello prigioniero che la permanenza in gabbia imbastardisce e paralizza.
Si riconosce qui, come nel Sogno di Scipione, il tema del «corpo prigione» (cfr. Cratilo, 400c) associato alla concezione dell’anima-uccello. Dopo la morte, le anime «come gli uccelli» volteggiano intorno a una voragine fiorita e profumata in cui finalmente inabissandosi imboccano la via per l’altro mondo.
Non tutte le anime ne sono capaci, ma solo quelle, si dovrebbe dire con Platone, che sono diventate pienamente uccelli, solo quelle cioè che hanno reintegrato la propria originaria Natura Perfetta.

Solo le anime, dice Plutarco (De Facie, 28), che sono capaci di resistere all’attrazione dell’Ade, riescono ad aggrapparsi alla Luna e a non ricadere in basso. Ricevendo in ricompensa le «ali della costanza», esse non si stancano di volare e così durano nell’attesa del giorno in cui potranno accedere alle regioni al di là della Luna.
Massimo di Tiro è più esplicito di Plutarco allorché afferma: «Primo fra i Greci, Pitagora di Samo osò dire che, una volta preso il volo, l’anima sfuggirà alla vecchiaia e alla morte» (10: 2). L’ultimo viaggio, egli dice, è un volo che trasporta l’anima non nelle zone brumose delle cime montane, ma nelle regioni eteree in cui regnano la costanza e la serenità (10: 3).
L’utopia orfica è, dunque, quella di una fuga dell’anima dalla prigione corporea alla volta di quella «città degli uccelli» che Aristofane volle parodiare, suscitando evidentemente il riso beffardo di quanti hanno rinunciato alle proprie ali e non sanno più volare.

(Turcan, Rivista di storia delle religioni, 1959)