Cervantes – L’autodifesa di Marcella

Il cielo, stando a quel che voi dite, mi fece bella, e in tal modo che, senza poter fare altrimenti, la mia bellezza vi spinge ad amarmi, e per l’amore che mi mostrate, dite e arrivate perfino a pretendere che io sia obbligata ad amarvi.
Io riconosco, per la naturale intelligenza che Dio mi ha dato, che tutto ciò che è bello è amabile; ma non arrivo a comprendere come ciò che è amato in quanto bello, per il solo fatto di essere amato, sia obbligato ad amare chi lo ama.
Tanto più che potrebbe darsi che l’amante del bello sia brutto, ed essendo il brutto degno d’essere aborrito, sarebbe illogico dire: «Ti amo perché sei bella: e tu perciò devi amarmi benché io sia brutto».

Marcella-CervantesMa, facciamo anche il caso che esista una parità in fatto di bellezza, non per questo vi sarà una parità di desideri, poiché non tutte le bellezze innamorano: ve ne sono di quelle che rallegrano la vista ma non avvincono il sentimento; ché se tutte quante le bellezze facessero innamorare e avvincessero, sarebbe una confusione e un continuo fuorviarsi dei sentimenti, non sapendo dove posare; perché, essendo infiniti gli oggetti della bellezza, infiniti verrebbero ad essere gli oggetti dei desideri.

E secondo quel che io ho sentito dire, il vero amore non si divide, e dev’essere spontaneo e non forzato. Essendo così, come io credo che sia, perché volete che io pieghi per forza la mia volontà, da nient’altro obbligata che dal fatto che voi dite di amarmi? E se no, ditemi: se così come il cielo mi fece bella mi avesse fatta brutta, sarebbe giusto che io mi lamentassi di voi perché non mi amereste? Dovete inoltre considerare che non sono stata io a scegliermi la bellezza che ho: così com’è, me l’ha data il cielo come un dono, senza che io la chiedessi o la scegliessi.

E così come la vipera non merita d’essere incolpata per il veleno che ha, benché con esso uccida, perché è la natura che gliel’ha dato, nemmeno io merito di essere rimproverata perché sono bella; perché la bellezza in una donna onesta è come il fuoco che sta da parte o come la spada affilata: ché l’uno non brucia e l’altra non taglia chi non le si accosta.

L’onore e le virtù sono ornamenti dell’anima, senza dei quali il corpo, quantunque lo sia, non deve sembrare bello. Se quindi l’onestà è una delle virtù che più adornano e abbelliscono tanto il corpo che l’anima, perché la deve perdere colei che è amata perché bella, per corrispondere alle intenzioni di chi, per il solo piacere, con tutte le sue forze e la sua astuzia fa di tutto per fargliela perdere?

Io nacqui libera, e per poter vivere libera ho scelto la solitudine dei campi: gli alberi di questa montagna sono la mia compagnia; le chiare acque di questi ruscelli sono i miei specchi; agli alberi e alle acque comunico i miei pensieri e la mia bellezza. Sono un fuoco che sta da parte, una spada tolta di mezzo.
Coloro che ho innamorato col mio aspetto, li ho disingannati con le parole; e se i desideri si alimentano di speranze, non avendone io data nessuna a Crisostomo, o ad altri, e a nessuno, a nessuno di tutti quanti!, si può ben dire che chi l’ha ucciso non è stata la mia crudeltà, ma la sua caparbietà.

E se mi si rinfaccia che le sue intenzioni erano oneste, e che perciò io ero tenuta a corrisponderle, dico che proprio in questo luogo in cui ora si scava la sua sepoltura, quando egli mi rivelò le sue buone intenzioni, gli dissi che la mia era di vivere in perpetua solitudine, e che soltanto la terra godesse il frutto della mia purezza e le spoglie della mia bellezza; e se lui, nonostante questa disillusione, volle insistere contro la speranza e navigare contro il vento, che c’è di strano che sia annegato in mezzo al golfo della sua imprudenza?

Se io l’avessi incoraggiato, sarei stata falsa; se l’avessi accontentato, avrei agito contro la mia coscienza e contro i miei propositi. Lo disillusi e insistette, non lo odiavo e si disperò: vi pare che sia logico, dite, che mi si dia la colpa della sua pena?
Si lagni chi è stato ingannato; si disperi chi fu deluso nelle incoraggiate speranze; creda in me colui che avrò chiamato; si vanti colui che avrò accettato; ma non mi chiami crudele, non mi chiami omicida colui che non incoraggio, che non inganno, che non chiamo e che non accetto.

(Miguel de Cervantes: 1.14)