Platone – La biga alata dell’anima

biga-alataOgni anima è immortale. Infatti, ciò che sempre si muove è immortale; invece, ciò che muove altro e che da altro è mosso, avendo cessazione di movimento, ha cessazione di vita. Solo ciò che muove se stesso, poiché non abbandona mai se stesso, non cessa mai di muoversi, ma è fonte ed origine di movimento anche per tutte le altre cose che si muovono.

L’origine non avviene: infatti, tutto ciò che avviene deve avvenire da un’origine, mentre l’origine stessa non avviene da niente; se infatti l’origine avvenisse da qualcosa, non sarebbe più origine. E poiché è cosa che non avviene, è necessario che essa sia anche incorruttibile.
Se infatti l’origine venisse a mancare, né essa da qualcosa né altro da essa potrebbe avvenire, se è vero che tutto deve avvenire a partire da un’origine.

Dunque, origine di movimento è ciò che si muove da sé. E ciò non può né morire né avvenire, altrimenti tutto il cielo e tutta la terra, insieme in una sola cosa, starebbero immobili e giammai di nuovo avrebbero ciò da cui essere mossi e avvenire.
Avendo così dimostrato che è immortale ciò che da se stesso si muove, nessuno si vergognerà a dire che questa è quella presenza reale a cui alludiamo quando diciamo «anima».

Infatti, ogni corpo a cui il movimento proviene dal di fuori è inanimato, mentre quello a cui proviene dal di dentro e da se stesso è animato, perché questa è appunto la natura dell’anima; ora, se questo è giusto, se cioè ciò che muove se stesso non può essere altro che l’anima, allora necessariamente l’anima deve essere immune dall’avvenire e dal morire.

Sull’immortalità dell’anima, abbiamo detto a sufficienza; sull’idea dell’anima ora si deve dire quanto segue. Spiegare che cosa essa è, sarebbe lungo e possibile solo agli dèi; dire invece a che cosa essa somiglia, è possibile all’uomo e richiede meno parole; parliamone dunque nel modo seguente.

Si rassomigli l’anima a una potenza naturale composta da un carro alato e da un auriga. I cavalli e gli aurighi degli dèi sono tutti buoni e derivati da buoni; quelli degli altri sono invece misti.
E in primo luogo, in noi l’auriga guida un carro a due cavalli; inoltre, dei due cavalli, uno è bello e buono e derivante da belli e buoni, mentre l’altro deriva da opposti ed è opposto; sicché difficile e disagevole è necessariamente per noi la guida del carro.
Ora, bisogna provare a dire in che senso il vivente sia detto vivente e immortale.

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I cavalli alati di Tarquinia

Ogni anima si prende cura di tutto ciò che è inanimato. Essa gira per tutto il cielo, ora in una forma, ora in un’altra. Allorché è perfetta e alata, vola in alto e governa tutto il cosmo. Ma qualora abbia perduto le ali, viene trascinata giù finché non si aggrappi a qualcosa di solido che, quando essa vi ha messo la sua dimora e preso un corpo terreno, per la potenza di essa sembra muoversi da sé.

L’insieme, ossia l’anima e il corpo ad essa congiunto, è detto vivente e ha l’attributo di mortale. Il termine immortale non può essere spiegato da un solo discorso razionale, ma senza vederlo ed intenderlo in modo adeguato ci figuriamo un dio, un vivente immortale, avente un’anima e un corpo eternamente connaturati.
Ma di queste cose si pensi e si dica come piace al dio; proviamo invece a comprendere la causa della caduta delle ali, per cui esse si staccano dall’anima.

Una causa è la seguente. La potenza dell’ala per sua natura tende a portare in alto ciò che è pesante, innalzandolo all’altezza in cui dimora la stirpe degli dèi, e in un certo modo partecipa del divino più di tutte le cose che riguardano il corpo.
Divino è ciò che è bello, sapiente e buono, e ogni cosa di questo genere. Di ciò l’ala dell’anima si nutre e cresce in modo eccellente, mentre è guastata e mandata in rovina dal brutto, dal malvagio e da tutti gli opposti negativi.

Zeus, il grande sovrano che è in cielo, conducendo il carro alato, è il primo a procedere, ordinando tutte le cose e avendone cura; lo segue un esercito di dèi e demoni, ordinato in undici schiere. Infatti, nella casa degli dèi Estia rimane da sola; tutti gli altri dèi che sono stati disposti come capi in questo numero di dodici, guidano ciascuno la sua schiera, nell’ordine in cui sono stati disposti.

Molte, dunque, e beate sono le visioni e le escursioni dentro al cielo che la stirpe degli dèi beati compie, adempiendo ciascuno al suo compito. Tiene dietro agli dèi chi sempre lo vuole e ne ha l’attitudine: l’invidia rimane, infatti, al di fuori del coro divino.
E quando essi vanno a banchetto per prendere cibo, ascendono fino a raggiungere la sommità del cielo, là dove i veicoli degli dèi, che sono ben equilibrati e agili da guidare, procedono facilmente, mentre gli altri procedono a fatica; infatti, il cavallo che è partecipe del male cala piegando verso terra e opprimendo quell’auriga che non abbia saputo allevarlo bene.

Qui, all’anima si presenta la fatica e la prova suprema.
Infatti, quelle anime che sono dette immortali, allorché giungono alla sommità del cielo, procedendo al di fuori, si posano sulla volta celeste, e la rotazione del cielo le trasporta così posate, ed esse contemplano le cose che sono al di fuori del cielo.
L’Iperuranio, il luogo sovraceleste, nessuno dei poeti di quaggiù lo cantò mai, né mai lo canterà in modo degno. La cosa sta in questo modo e bisogna, dunque, avere il coraggio di dire la verità, specialmente se si parla della verità.

L’essere che realmente è, che è senza colore, senza figura e senza forma di apparizione, e che pertanto può essere contemplato solo dall’auriga dell’anima, ossia dall’intelletto, e intorno a cui verte la conoscenza vera, abita tale luogo.
Ora, poiché la ragione di un dio è nutrita da un’intelligenza e da una conoscenza pure, anche quella di ogni anima disposta ad accogliere ciò che le conviene, quando dopo un certo tempo vede la realtà vera, si allieta e, contemplando la verità, se ne nutre e ne gode, finché la rotazione del cielo non l’abbia ricondotta allo stesso punto di partenza.

Nel giro che compie essa contempla la giustizia stessa, contempla la temperanza, contempla la scienza, ma non quella connessa con l’avvenire, né quella che varia col variare delle cose che noi ora chiamiamo enti, ma quella che è conoscenza di ciò che veramente è; e, dopo che ha contemplato gli altri esseri che veramente sono e se ne è saziata, di nuovo penetra all’interno del cielo e fa ritorno alla sua dimora.
E qui giunta, il suo auriga, dopo aver condotto i cavalli alla mangiatoia, getta loro ambrosia e dà inoltre da bere del nettare.

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Sayaka Ganz – Yatzer 4

Questa è la vita degli dèi; quanto alle altre anime, una, seguendo il dio nel modo migliore possibile e rendendosi simile a lui, solleva il capo dell’auriga al luogo che sta al di fuori del cielo e viene trasportata nel moto di rotazione, a stento contemplando ciò che è, perché turbata dai cavalli; un’altra invece ora solleva il capo, ora lo abbassa e, poiché i cavalli le fanno violenza, contempla una parte di ciò che è, e il resto no.
Seguono poi le altre anime, che aspirano tutte a salire in alto, ma che, non essendone capaci, vengono sommerse e trascinate nel moto di rotazione, urtandosi tra loro, accalcandosi e cercando di passare l’una davanti all’altra.

Sicché nasce un tumulto e una lotta con estremo sudore, in cui, per l’ignavia degli aurighi, molte anime rimangono storpiate e tante altre riportano molte ali spezzate; tutte, poi, oppresse da grande fatica, se ne vanno senza aver fruito della contemplazione della realtà vera, e una volta che si sono allontanate, si nutrono del cibo dell’opinione.
Il motivo per cui esse mettono tanto impegno per vedere la Pianura della verità è questo: il nutrimento adatto alla parte migliore dell’anima proviene dal prato che è là, e la natura dell’ala con cui l’anima può volare si nutre proprio di questo.

(Platone, Fedro, 245c-248c)