Aiguesmortes – Io luce e tenebra

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Hieronymus Bosch – Trittico finale (dettaglio)

Hegel scrisse: «Libero è colui che è presso di sé nel suo proprio altro».
Colui che a casa degli altri si sente a casa sua. Colui che a casa del diavolo si sente in paradiso. È libero perché, ovunque si trovi, è presso di sé. Egli è talmente immerso nel prestigio dell’Altro, da prestarsi volentieri ai suoi giochi.

Voi mi direte: non ti stai prendendo troppa confidenza con un mostro sacro del pensiero?
Che posso dire a mia discolpa? È vero! Confesso il mio peccato.

Io pecco ogni volta che, nei discorsi dell’Altro, mi comporto come se fossi a casa mia. Mi prendo una libertà che non dovrei – o mi prendo né più né meno la libertà così come la pensa Hegel?

Restare in una perpetua identità a se stessi in se stessi, è privilegio esclusivo degli enti più divini (cfr. Platone, Politico, 269d). Solo i puri intelligibili permangono nell’Identico, mentre gli «esistenti» che, come noi, si destano a una qualunque forma di scienza o di coscienza, cadono nell’Altro.
Cadono nei suoi giochi di prestigio.
Abboccano.

Ci sono pensieri e pensieri: ci sono pensieri pensati sopra le nuvole, pensieri che a terra non mettono mai piede, pensieri che svaniscono, pensieri che si perdono nell’oblio. E ci sono pensieri di terra, pensieri striscianti sul fondo della pentola di Narciso.
Pensieri eterei e pensieri terreni, pensieri d’aquila e pensieri di serpente, pensieri d’uccelli che abitano le cime dei monti, e pensieri di pesci che mai vengono a galla, pensieri di falchi rapaci, pensieri che passano a volo e subito si dimenticano, pensieri che mai emergono fino alla soglia della Parola.
Ma soprattutto ci sono pensieri in cui cielo e terra per un istante si toccano, e toccandosi si contaminano reciprocamente, e che da questa contaminazione arrivano a suscitarci un idolo, a insinuarci una smania, un sogno, un desiderio.

Ci sono vermi striscianti che da terra mai si levano, ci sono tacchini e pavoni, uccelli che hanno le ali ma che più non volano.
Sono i pensieri della confusione, del mischiafrancesca, del diavolo che nuota nell’acqua santa: sono i questi i pensieri che si pensano ai confini, i pensieri al limite della nostra umanità.

Dall’Albero siamo scesi in terra a prendere i frutti proibiti del giardino del Re. Siamo, così, diventati uomini. Animali di terra, come tutti gli animali capaci di memoria e di nostalgia, ma solo noi illusi di poter riconquistare gli alti ranghi perduti, solo noi smaniosi di futuro: di un futuro in cui a noi stessi promettiamo di risalire sull’Albero.
È chiaro: non facciamo altro che rinviare quel momento.

Il problema è: come convertirsi, da dove intraprendere il cammino che ci riporterà a casa, in quale contemplazione abitare e resistere (cfr. Agostino, Soliloqui, 1: 3) per non cadere ancora più giù.

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Il diavolo della Cappella degli Scrovegni di Padova

La mia origine è un mistero. E tutto quel che so è che quel mistero, che quella «cosa» è diventata ciò che il suo stesso imperativo ha fatto «essere»: io.
Lo è diventata, violando la sua inviolabilità: negando se stessa, è uscita dal suo reame oscuro. Manifestandosi, non è più quel mistero vergine, ma ciò che di sé quel mistero ha manifestato come altro da sé.
Il Protoktistos, il primo pensiero conscio, lo pensai uscendo dai cancelli del paradiso. Lo pensai andando verso l’Altro – o fu l’Altro che mi sloggiava da casa mia?

Vengo da un animale, e sono diventato uomo. E l’uomo di scienza e di coscienza che sono diventato, è lui che fa dell’incoscienza mia originaria la dimensione d’ombra che sempre m’accompagna. Sono impotente a sapere del mio proprio mistero. Sono io il limite della mia scienza.
Per avere scienza del mio mistero, dovrei abolire me stesso.
Sono io la fiamma che mi rende invisibile il mio stesso fuoco.
Sono io la tenebra che avvolge il polo dei cieli da cui provengo.

(Aiguesmortes, Quaderni)