L’epicureo e il devoto di Kafka

Epicuro
Epicuro

Epicuro consiglia: λάθε βιώσας – vivi nascosto, non dare nell’occhio, passa inosservato, non uscire dalla latitanza.
Il devoto di Kafka invece fa di tutto per farsi notare, vuole essere visto, perché solo sotto lo sguardo della gente riesce a sentirsi vivo.
E dunque:

epicureo ≠ devoto
vivo = nascosto ≠ vivo = visibile

Per sentirsi vivo l’epicureo si nasconde, il devoto si mostra. Eppure entrambi, quando si tratta di dire a cosa mirano, qual è lo scopo dei loro atti, ricorrono alla stessa parola. Entrambi dicono che tendono alla vita – a sentirsi vivi nel modo più congeniale al loro diverso «sentimento».
Ma un sentimento clandestino non è lo stesso di un sentimento pubblico. Ecco dov’è l’equivoco: perché è di una aequa vox che qui si tratta. Si tratta di una voce uguale, di una parola che eguaglia due diversi modi di sentire.

Ora, quando si dice babele, s’intende proprio qualcosa del genere, qualcosa come un posto in cui, come nel nostro caso, l’equivoco è di casa: un posto dove una «voce» (vita) è usata per due «vocazioni» differenti, uno stesso significante per significare opposti sentimenti! Dev’essere dunque un «posto» tale da permettere che vi prendano posizione due comportamenti che tra loro fanno a cazzotti e si escludono a vicenda. Un posto buono a contenere un’opposizione, a includerla anziché escluderla.
È solo in un posto del genere che tanto l’epicureo quanto il devoto, a dispetto del loro diverso sentimento umano, possono essere registrati entrambi alla voce uomo.
Basta forse voler sentirsi vivo per esserlo? O vivere non basta, e ci vuole quest’altro requisito (sentirsi vivo) per un’«esistenza umana»? Non basta il battito cardiaco?
A quanto pare, no! Ci vuole il sentimento, la coscienza, la lingua «volgare».

Eight Heads
Escher – Life and work

Scordati di vivere, non ci pensare! – consiglia Epicuro al suo allievo.
Ho paura che, se gli altri non mi vedono, si scordano di me – pensa il devoto.
Entrambi «devono»: o farsi vedere, o passare inosservato! A quanto pare, non c’è una terza via. O, se c’è, è nello spazio aperto dall’equivoco che essa, per così dire, si imbosca.
Due «doveri» opposti, o comunque differenti, non sono che i «tiranti» d’uno «spazio» in cui abitano tante «mediazioni», per quante vie sono «linguisticamente» tracciabili.

Due casi del Dovere, dello stesso Dovere – declinato ora nella latitanza, ora invece nell’esibizionismo: questo sono l’epicureo e il devoto.
Il latente e il patente, il Lete e la Memoria, sono le «forze» che se li contendono, nel nome di una Stessa Illusione: «sentirsi vivi»! O peggio: di una Stessa Essenza – un’essenza che, togliendo via tutto il differente, lascia di loro sussistere solo quel minimo comune denominatore (Dover Realizzare la propria «umanità», doverla vivere per far esistere l’Uomo). E scarta via ogni loro singolarità nel nome di quella grandezza che è detta [doversi intendere per essenza] umana.

L’epicureo e il devoto non sono che due specie di uno stesso genere. Ecco cosa direbbe il filosofo, e consiglierebbe di scriverle al numeratore – in quanto numeri di una stessa unità. Specie differenti di un’unità omogenea (Doversi sentire vivo per essere Umano). L’epicureo che si sente vivo solo se si rende assente alla piazza, è di un’altra specie rispetto al devoto che invece, solo se la piazza s’accorge di lui, si sente presente:

epicureo assente ≠ devoto presente

L’uno cerca nell’assenza ciò che l’altro nella presenza. Di questo ciò, entrambi dicono: questo è «sentirsi vivo». A permetterglielo, è l’ambiguità del segno condiviso.

E allora, per fare un po’ di chiarezza in questa ambiguità, la domanda che ci viene è questa: assente e/o presente a chi – a che cosa?
Risposta: agli altri uomini, alla piazza – al mondo là fuori!
Eppure, l’Esserci – l’esistenza umana, il modo d’essere dell’essere umano, è sempre, da subito, fuori! Non nasce dentro, e poi, chissà come, incontra un fuori. Non c’è nessuno più ingenuo di chi crede – come Epicuro, a quanto pare – a un originario ego solitario che, non si sa come, tutt’a un tratto si scopre in un mondo a lui esteriore: un mondo da cui, se è saggio, non ha che da ritirarsi quanto prima possibile – λάθε βιώσας.

van Gogh-Vecchio-che-soffre
Van Gogh – Vecchio che soffre

L’epicureo si sente vivo solo nella sua tana. Solo nel suo eremo può godere in santa pace di se stesso, o come Narciso consumarsi nella contemplazione del suo volto. Solo la distanza dalla piazza lo rassicura: solo tenendosene alla larga il suo ego non correrà il rischio d’essere risucchiato nel gorgo dei «si dice». E potrà invece, senza essere smentito, continuare a mentire a proposito di se stesso e di ciò che egli stesso è naturaliter, per investitura diretta di dio, per dote congenita e incontaminata, e perciò da tenere al riparo della piazza e dei suoi giochi di prestigio e di tutti i trucchi che adopera per asservire i suoi frequentatori.

Ma ahimé, l’epicureo confonde la sua «vita», il suo βίος, con la «coscienza» che ne ha. Ne ha coscienza solo per mezzo dei segni e delle parole «della piazza». Dove c’è «coscienza», c’è «contaminazione linguistica». L’epicureo parla la lingua della piazza, per dire che la piazza è un nido di vipere. Deve essere stato già morso per dire: le vipere mi hanno avvelenato.
Mi hanno avvelenato la lingua! – questo dovrebbe dire l’epicureo. – E da allora non faccio che dire: la piazza avvelena, quando dovrei piuttosto dire: non date ascolto alle mie velenose parole. Le mie parole hanno il veleno dell’equivoco!

In quanto a Narciso, dovrebbe prendere atto che si sente «vivo» solo dopo essersi specchiato – solo cioè dopo il ritorno a lui di un volto che gli si è mostrato fuori! E dovrebbe concedere che a quel volto egli si rivolge con le «parole amorose» che ha appreso per averle sentite dalla voce di Eco.

Eco senza corpo, Eco che non si vede – è Lei che parla. Eccome se parla! Ça parle! Parla per dare voce a un suo sentimento – a un sentimento che è nell’aria. Che vaga anonimo per il Racconto Umano: un suo detto, un frammento disperso, un segno di richiamo, lo specchio per tutte le allodole che ci vedono un miraggio.

Eco è fuori – Eco è pubblica. Ma Narciso si rifiuta alla pubblicazione. Narciso è innamorato solo di se stesso. Eppure, non si sarebbe mai innamorato di se stesso [di quello che lui crede il suo se stesso], se non avesse sentito una voce parlare di amore. Se non l’avesse appreso fuori, se non l’avesse sentito dire, Narciso non commetterebbe mai l’errore di cadere nel narcisismo – ovvero di pensare dentro, come proprio e autentico, ciò che gli viene [infettato] da fuori.
È fuori – nel reame di Eco, nel Racconto Umano – che i vivi si giocano la vita. Se la giocano chi a nascondersi, chi a farsi notare. Se la giocano per avere, in cambio, un’esistenza umana. Perché della vita non sanno che farsene, se non come della posta in gioco al tavolo dell’esistenza.

Munch-Urlo
Munch – Urlo

Ciò che l’Esserci si gioca è il suo proprio essere – se lo gioca nella modalità del fuggiasco che si rende straniero al suo «se stesso». E che si rimette alla piazza, o che dalla piazza si ritrae dopo esserne stato umanizzato.
L’epicureo, non meno del devoto di Kafka, è un «uomo». Entrambi stanno sotto la stessa voce. A entrambi il Discorso Umano concede, a dispetto delle differenze individuali, una stessa quiddità o essenza.

Ma è uomo l’epicureo, com’è uomo il devoto?
È uno Stesso Uomo che di volta in volta si umanizza così e cosà?
Nessuno è lo Stesso, eppure tutti sono lo stesso uomini?
Temo che non usciremo mai da questo equivoco!
Una volta che ci siamo entrati, nello spazio dell’equivoco – nel Reame delle magie del Mago che è il Soggetto del Racconto Umano, possiamo solo fare dell’epicureo e del devoto i due «estremi» tra loro irriducibili, entro cui si muove e vive ogni loro «mediazione»:

epicureo : x = x : devoto

L’epicureo sta al Racconto, come il Racconto al devoto. Chi dice d’esserne fuori, ne è assai più dentro di quanto s’immagini. Né più né meno di chi se ne sente escluso e fa di tutto per farsi notare.
Siamo nel Racconto, in quanto parliamo le parole del Racconto. Siamo appesi ora a questo, ora a quel filo del Discorso.
Ognuno di noi «dipende» dal Racconto.

Quando a raccontarlo è Kafka – uno cioè che conosce e pratica l’Arte di dire l’equivoco, di affondare nell’ambiguo, o di veleggiare nel volatile – ecco che esso è sceneggiato come un «dialogo» tra due follie: non c’è infatti solo quella del devoto, c’è anche quella del suo interlocutore (« … anche voi, signore, avete parlato in modo davvero strano»).
Kafka ha sceneggiato l’incontro di due «stranezze»: di due modi «estranei» di stare nel mondo, estranei l’uno all’altro quantomeno.

Ma perché il devoto ci tiene tanto a essere visto?
Il suo interlocutore ha una spiegazione: il vostro, dice, è un mal di mare in terra ferma. La vostra malattia consiste nel fatto che avete dimenticato i nomi delle cose.
Gli dice insomma che il suo voler essere visto è la conseguenza di una deficienza mnemonica. Gli dice: sei prigioniero del linguaggio di Narciso e, come lui, non presti ascolto ai nomi, alle voci e agli echi del Racconto. Sei prigioniero del linguaggio immaginario e ancora non sei entrato nel Reame dei simboli. La realtà che vivi, perciò, non è la Realtà Umana. È reale, certo – ma d’una realtà non condivisa, che tu non puoi condividere con nessuno che non sia un tuo spettatore o complice immaginario.

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Kandinskij – Composizione X

E dato che i nomi viaggiano sulla voce, il tuo dev’essere un difetto acustico. Tu vieni meno a Eco che pure hai udito, meno al Racconto che pure hai ascoltato, meno alla Parola che pure ti parla in bocca, meno al Patto che pure t’incatena, e perciò ogni volta chiami «lo stesso» (pioppo) con nomi differenti. Ogni volta sei costretto a improvvisarlo, come se fosse la prima volta che l’incontri. Poiché non «fissi» il suo nome, sei condannato ogni volta a immaginarlo ex novo, a ricominciare da capo la relazione con esso.
Tu sei più epicureo degli epicurei, amico mio devoto [al tuo narcisismo]! Tu in piazza ci vieni solo a prenderti la scena. Osi addirittura distogliere le beghine dalla preghiera, e me, l’innamorato, dal motivo per cui la sera vengo in chiesa. Sì, è vero, lo confesso, ci vengo anch’io a prendere qualcosa. In chiesa non vengo per pregare, ma per guardare la mia innamorata.
Poi succede che vedo te, e mi distraggo.

Mi distraggo dall’ombra in cui mi nascondo, dietro una colonna, per non farmi vedere dalla ragazza che amo, ed ecco: mi trovo anch’io a fare cose «strane». Ad appostarmi, per es., dietro un mendicante – ancora a nascondermi! a non farmi vedere! A tendere un agguato.
Ero venuto in chiesa che avevo le idee chiare su quale fosse la mia «preda», ed ecco, ora mi trovo a dare la caccia a un’«ombra».

Avete parlato in modo strano, pure voi – mio caro signore!
Questo gli rinfaccia il devoto.
Se sono pazzo io, io che ancora sono impigliato nel mio difetto di memoria, di Legge e di Simbolo – non siete meno pazzo voi, pazzo magari di un’altra pazzia. Di una pazzia non dell’Immagine, ma del Segno.
È il segno che vi fa Predatore, ma a condizione di chiamare con la stessa parola cose tra loro differenti.
Sei io sono preda delle Immagini, voi non di meno lo siete della ragnatela di Simboli del Racconto [della memoria].
Se su di me incombe il malocchio, voi non di meno siete vittima dell’antica maledizione con cui in illo tempore gli dèi, per incatenare il Lupo, lasciarono entrare nella parola la Menzogna.