Il cuore è sacro

Il cuore è sacro e la mia vita è colma,
dacché io amo. Perché mi onoravate
più allora, quando ero più superbo
e aspro, e ricco di parole, e vuoto?

Piace alla folla ciò che dà il mercato,
lo schiavo onora solo chi ha il potere.
E crede nel divino
solo chi nel divino è.
(Hölderlin)

indovina-numero
Il mito è sempre stato presente nella filosofia, da Talete a Platone, e fino allo stesso Hegel. Neanche il più «loico» dei logici moderni, per quanto si sforzi, giunge mai a epurare ogni elemento mitico dai suoi enunciati. La logica crede nell’Enunciato Puro e Immacolato – e questa sua credenza la tiene prigioniera del Mito che pure pretende di mettere al bando.

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… da grande farò il mago
e porterò anch’io oro incenso e mirra
a quel maestro che m’immagino ora
indovinarmi il futuro:
in divinis futura imago

a te Maestra dei miei maestri
m’immagino che mi guiderà
fin giù dove il mio nome scese
nel pozzo della tua voce.

Il gioco comincia là dove Godot finisce
che nessuno più l’attende.
E io ci gioco danzando sulle pazze onde
dell’attesa di un impossibile
e a ogni onda penso: questa è quella buona
questa è quella
che mi porterà sue notizie

ma poi
quando la conchiglia si schiude
quelle poche volte
che una perla di Afrodite affiora
dalla schiuma del mare
nient’altro ci trovo
che una maschera provvisoria.
Un’immagine, ci trovo.
Una bellezza che invano tenta di risarcirmi.

Quando sarò grande e vaccinato
homo sapiens e mago diplomato
indovinerò tutti i colori che il Futuro racchiuse
nel guscio antico del mio nome
quando tu a me ammiccando
lo nominasti per dare un nome
al Signore della tua anima.

Un nome momentaneo in cambio nominasti
della maschera provvisoria che tu prestavi
al mio poetico silenzio.

Poiché è distrattamente che i poeti amano
non posso guardarti che per attrarre
anche te nella mia distrazione.

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in-divinisUn vecchio maestro ebbe a dare questo consiglio ai suoi discepoli: vivete senza dare nell’occhio.
E forse per aiutarli a comprendere, si premurò di aggiungere a commento di ciò che aveva detto – che ci sono cose che si possono sapere solo avendo dimenticato ciò che impedisce di saperle.
Ciò che dà nell’occhio, è ciò che impedisce di vedere: voleva dunque dire questo?

Chi in viaggio s’è messo e ha girato il mondo, non ha vissuto come il maestro consigliava. Perché ha dato nell’occhio. In ogni città in cui è capitato, essendo un forestiero, ha attirato mille sguardi curiosi. E sotto quegli sguardi ha finito per sentirsi osservato e, poco a poco, s’è ridotto a non saper vivere che sentendosi osservato. A vivere sempre recitando davanti a spettatori della sua immagine.

Così ha finito per dimenticare se stesso. Dacché si è immaginato tale e quale alla sua propria immagine pubblica, non ha più saputo notizie di se stesso.
E, ora per saperle, dovrebbe prima dimenticare la parte che ha recitato dando nell’occhio [a Polifemo].
Finché continua a recitare quella parte, se non se la scorda – se non se ne distrae, come può liberarsi del miraggio in cui – chi dà nell’occhio – è catturato? Come Narciso, finirà per dare nell’occhio a se stesso – tanto da non vedere che è la sua immagine ad ostruirgli la vista.

Il gomitolo nelle mani di Arianna non è che l’insieme dei fili di tutti i discorsi umani, di tutte le sapienze e di tutte le credenze. Chi viaggia nel labirinto dei «si dice», prima o poi si perde in appendice a non so quale rebus. Più insiste nello sciogliere il nodo di un enigma, più la matassa si aggroviglia. Ogni parentesi aperta e riempita di parole, è una fuga da ciò che gli rimarrà «non detto», pur essendo la materia prima di tutte le sue parole.

Devi sapere, mia Fata turchina, che gli dèi ci invidiano, gli dèi accecano e si rendono invisibili a chi di noi troppo indulge al piacere dell’occhio.
Sei così bella, mia Fata mattutina, che a ogni risveglio ti devo dimenticare, per tenerti al riparo dall’invidia celeste.
Nessun dio vuole che io ti tocchi. Gli dèi ti vogliono Pura e Immacolata. Ti vogliono Parola Vergine. Ti vogliono Arianna fuori dal labirinto di tutte le virtù e di tutte le conoscenze. Ti vogliono a me, e tramite me, ti vogliono a tutti Sconosciuta.

Viktor-Oliva-Illustrazione
Viktor Oliva – Art

Non avevo altra strada, solo per questo mi sono messo in cammino verso le stelle, e così – distrattamente – ho cercato riparo proprio là dove più il nostro amore era invidiato.
Lo dice pure Stazio: il paradiso della mente umana, in divinis essendo così oscuramente immerso, è tabula rasa – cera ancora non impressa, logica ancora non contaminata da segni o da parole.
Ma lo disdice subito dopo Dante – che per altra via, pure lui, in cammino s’era messo, distrattamente, verso le stelle. Dice: il paradiso della mente umana in divinis essendo così eroticamente immerso, non per questo è fatto di vuoto o di niente. Vuoto di senso, non-segno, non-parola, non è «niente»: la tabula non è rasa al suolo, ma piena di città vicoli sentieri e rioni – è piena di suoni, piena di voci. La tabula è polifonica. La tabula è la caverna in cui fanno eco i gargarismi ubriachi e i rantoli insensati di Polifemo.

Chi dà troppo nell’occhio, chi troppo l’occhio soltanto appaga, prima o poi si dimentica da dove viene al mondo. Viene da che era soltanto un asino in mezzo ai suoni, e non questo signor professore che qui e ora si vanta di non so quale dottrina.
Che ne può sapere di Ulisse – chi sotto al vello delle pecore, dietro il «velame de li versi strani», non cerca la sua via di fuga dalla caverna? Chi gregario rimane attaccato alla lettera delle «cose dette» e che nemmeno avverte d’esser ostaggio d’un dialetto della babele umana, non penserà mai a se stesso come a Colui che è il Nessuno Sapiente chiamato Odisseo – che, pur ignorando il senso delle parole di Polifemo, se le traduce in una sua lingua propria.

Vuoi sapere come?
Ubriacandole, distraendole dalle intenzioni di chi le enuncia, per portarle a indovinare una via di fuga dal loro recinto dialettale. Per spingerle alla fonte di tutti i dialetti, all’homo sapiens, al mago ignorante che indovinò futuro dall’immagine della sua prima Maestra – della sua Maestra muta.

Io però, non so come, ti sentivo. Ti sentivo e ti assecondavo, Maestra mia, che m’insegnasti la via per cui districarmi tra i suoni della caverna in cui ero tenuto prigioniero.
Mi aggrappai alla pancia delle parole del mio dialetto, per costringerle ai miei aneliti, a scandire i battiti del mio cuore.

Quello che era stato già detto, quello che trovai ergersi a me di fronte – il terribile monocolo che è lo Stato, l’onnivoro «già stato» – stava per divorare anche me assieme a tutto il gregge.
Nessuna parola però è riuscita a distrarmi da te, o mia Ignoranza. Se non ti ho lasciata Pura e Incontaminata, se ti ho ubriacata e confusa nei dialetti della volgare eloquenza, tu sai perché. Tu sai le angosce che mi assalivano quando ero prigioniero di Polifemo. Ho dovuto dare nell’occhio all’Orco per uscire a respirare all’aria aperta. Ho dovuto aprire una parentesi e riempirla di parole ubriache, per tentare la fuga.
Fu un gesto cruento, un crimine contro lo Stato e la sua lingua. Ecco perché mi sarà sempre negata quella Terra Promessa – che è il mito su cui la logica di Stato si regge. Come sulle spalle di Atlante o sulla proboscide di un elefante, in cima al palo della cuccagna un premio attende. Una risposta. Un esito. Una soluzione. Magari, un rientro in Paradiso – sia pure provvisorio, come toccò a Seth il Terzo.

Non una, ma settanta volte sette ho dato nell’occhio a Polifemo. Finché dal sangue che zampillava dalla sua ferita non è balzata su la tua maschera nuda, Salomè. Ero l’occhio a cui tu ti davi. Ero io adesso l’occhio che la tua bellezza i celesti accecava d’invidia.
Oh, Nemesi. Non ho appreso dai libri la dominazione, ma dalla tua danza nuda sulle onde del mio desiderio. Di quel desiderio che, finché ti amai, mi portavo addosso come «non-detto», come «indicibile» a cui tu davi il tuo corpo come maschera.

O mia Fata mattutina, tu non puoi apparire al tramonto. È all’alba, e solo all’alba che tu appartieni.
Com’è dunque che sento ancora la tua voce?
Com’è che ancora la distinguo, onda tra le onde?

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Viktor Oliva – Bevitore di assenzio (dettaglio)

È da dove sei venuto, disse il vecchio maestro a me che ero il suo discepolo prediletto, sì: è da dove sei venuto che la voce ti chiama, è dalla prima volta che sorgono tutte le volte, è dagli inizi che ci s’incammina verso tutti i paesi, compreso il Paese della Sconosciuta alla cui volta partisti tu quel giorno.
E ora, disse il maestro, dimmi: ora che sei finito così lontano da casa tua, hai ancora dove andare? non sei abbastanza smarrito per dire: basta, voglio tornare? Casa tua è sempre ovunque. E la Fata per cui sospiri, solo se sarai capace di distrartene, distrattamente ti amerà.

L’amore è una distrazione – disse Otello estraendo il pugnale dal petto di Desdemona. Ti uccido per amarti, che follia! ucciderti senza sapere come risuscitarti! O mia Aurora, figlia del fuoco, stella d’Oriente, guidami tu – se è a te che devo tornare per dimenticarmi delle mie cruente parole! Guidami attraverso i suoni. Di città in città conducimi. Mostrami i sentieri della polis e le dune dove ciascuno ritrova la sua solitudine.

… in divinis tutto il futuro che ci fu tra noi
fu solo quel bacio magico che mai
si poserà sulle tue labbra
finché l’amore non sarà di casa ovunque.
Quelle che a riva sembrano vertigini
in alto mare sono i passi di danza di un derviscio.