Kierkegaard – Nessuno che è stato grande può essere dimenticato

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Mnemosine

Se non ci fosse nell’uomo una coscienza eterna, se al fondo di tutto non ci fosse che una forza selvaggia ribollente che, torcendosi in oscure passioni, tutto produce, tutto ciò che è grande come ciò che è insignificante; se sotto ogni cosa si nascondesse un vuoto senza fondo, mai colmo, che altro sarebbe la vita se non disperazione?

Se questa fosse la situazione, se non ci fosse nessun sacro vincolo che unisse l’umanità, se le generazioni si susseguissero l’una dopo l’altra come le foglie nel bosco, se una generazione succedesse all’altra come nel bosco il canto degli uccelli; se l’umanità attraversasse il mondo come la nave attraversa il mare, come il vento il deserto, come un’azione vuota e sterile: se un oblio eterno, sempre famelico, spiasse la sua preda e non ci fosse forza alcuna per strappargliela – come la vita non sarebbe allora vuota e sconsolata!

Ma perciò non è così.
Quel Dio che ha creato l’uomo e la donna (Genesi, 1: 26), così ha formato l’eroe e il poeta o l’oratore. Questi non può fare quello che fa quello; egli può soltanto ammirare, amare, rallegrarsi con l’eroe. Infatti, l’eroe è la sua migliore essenza, ciò di cui è innamorato, felice di non esserlo lui stesso. Così che il suo amore può manifestarsi con l’ammirazione.

Egli è il genio del ricordo che non può far nulla senza ricordare ciò che è stato fatto, nulla fare senza ammirare ciò che è stato fatto; nulla prende del suo, ma è geloso di ciò che gli è stato affidato.
Egli segue la scelta del suo cuore, ma quando ha trovato ciò che cerca, allora va di porta i porta coi suoi canti e i suoi discorsi proclamando che tutti devono ammirare l’eroe come lui, essere fieri dell’eroe come lo è lui.

Questo è il suo mestiere, l’umile sua azione, questo è il suo fedele servizio nella casa dell’eroe. Se il suo amore rimane fedele a questo modo, se giorno e notte egli lotta contro l’astuzia dell’oblio che vuol rapirgli il suo eroe, allora egli ha compiuto la sua opera, allora è unito con l’eroe che l’ha amato con altrettanta fedeltà; poiché il poeta è come l’essenza migliore dell’eroe, certamente privo di forza come lo è un ricordo, ma anche illuminato com’è un ricordo.

Perciò nessuno che è stato grande può essere dimenticato.
E se passa un tempo più lungo, se la nube dell’incomprensione offusca l’eroe, viene però qualcuno che l’ama e più è stato lungo il tempo che è passato nell’oblio, più gli rimarrà fedele.

No! nessuno, che sia stato grande nel mondo, sarà dimenticato; ma ognuno è stato grande a modo suo, ed egli amò ciascuno secondo la sua grandezza.
Poiché colui che ha amato se stesso, è diventato grande con se stesso. E colui che ha amato gli altri uomini, è diventato grande con la sua dedizione. Ma colui che ha amato Dio, è diventato più grande di tutti.

Ognuno deve essere ricordato, ma ciascuno è diventato grande, secondo il grado della sua attesa.
Uno è diventato grande con l’attendere il possibile; un altro con l’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile, divenne più grande di tutti.

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Caravaggio – Sacrificio di Isacco

Ognuno deve essere ricordato.
Ma ognuno è stato grande in rapporto alla grandezza contro cui combatté. Poiché colui che combatté contro il mondo, divenne grande vincendo il mondo, e colui che combatté contro se stesso, divenne più grande vincendo se stesso, ma colui che combatté con Dio divenne più grande di tutti.

Così si è combattuto sulla terra: c’era chi ha vinto tutti con la sua forza e c’era chi ha vinto Dio con la sua impotenza. C’era chi faceva affidamento su se stesso e ottenne tutto, e c’era chi, sicuro della sua forza, ha sacrificato tutto: ma chi ha creduto in Dio è stato il più grande di tutti.
C’è stato chi era grande con la sua forza e chi era grande con la sua sapienza, e chi era grande con la sua speranza, e chi era grande col suo amore, ma Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza è impotenza (1 Corinzi, 3: 19), grande per la sua saggezza il cui segreto è stoltezza, grande per la sua speranza la cui forma è pazzia, grande per il suo amore che è odio di se stesso.

(Kierkegaard, Timore e tremore)