Dumézil – Le qualità animali del guerriero

Uomo-orso
Böðvar Bjarki

Uno dei più celebri guerrieri leggendari in cui l’animale è radicato in modo più profondo e, insieme, più esplicito è Böðvar Bjarki («Piccolo orso»), modello dei campioni del re Hrólfr Kraki, il Carlomagno del Nord.
Anche lui si trasforma: nel penultimo capitolo della Hrólfssaga Kraka, lo vediamo combattere – l’ultima sua fatica – alla presenza del suo signore nelle sembianze di un orso enorme, mentre il suo corpo sonnecchia in disparte.
Così facendo, egli si limita a ritornare alla sua vera natura.

Era nato da Björn («Orso») che una regina malvagia aveva effettivamente trasformato in orso per una metà del suo tempo, animale di giorno e uomo di notte.
Sua madre era una donna, ma si chiamava Bera («Orsa»).
Dopo che Björn era stato ucciso nella sua forma di orso, la regina malvagia aveva obbligato Bera a mangiare un intero pezzo della sua carne e una piccola parte di un altro.
Dei tre figli, quindi, che essa mise al mondo, il maggiore, Elgr (l’alce), era una specie di centauro nordico, alce a partire dalla cintola; il secondo aveva zampe di cane; solo il terzo, Böðvar, era un perfetto esemplare di uomo …

I suoi fratelli seguono strade diverse, l’uno come brigante che ha una forza prodigiosa, l’altro come re che spesso riesce vittorioso, ma, nonostante la sua forma puramente umana, sarà Böðvar il più potente, il vero campione, il guerriero tipico, come se i due fratelli fossero stati solo degli abbozzi.

È qui riconoscibile il tema del «terzo fratello», che abbiamo già analizzato nella tradizione indiana, iranica, romana, rispettivamente per Trita, Thraêtaona, il vincitore dei Curiazi; ma è anche riconoscibile una sequenza con tre termini, «animale, animale, uomo di guerra», che ricorda la formula con dieci termini del Verethragna avestico, «animali susseguenti che si risolvono nel guerriero in armi», nel guerriero che possiede, oltre alle proprie qualità umane, quelle dei quadrupedi che lo hanno preceduto.

Uomo-lupoAnche i Celti conoscevano tradizioni simili. Il Mabinogi di Math figlio di Mathonwy ne offre una variante che ha un interesse tanto maggiore, in quanto si inserisce in una struttura più ampia.
Gli eroi principali, derivati da figure mitiche, sono il gruppo designato col nome collettivo di «Figli di Don», che si distribuiscono sulle tre funzioni indoeuropee in un modo più completo di quanto non avvenga, in Irlanda, per i capi delle «Tribù della dea Dana», ai quali corrispondono.

I maschi sono Gwydion, Heveidd, Gilvaethwy, Gofannon, Amaethon, ai quali si aggiunge un’unica sorella, Arianrhod, a sua volta madre dell’illustre Lleu – il Lug irlandese, il Lugus dei Galli.
Le «funzioni» del primo dei cinque fratelli e degli ultimi due sono chiare: in ogni circostanza, in questo Mabinogi e altrove, Gwydion è un grande stregone, mentre Gofannon e Amaethon, come indicano i nomi, sono il Fabbro e l’Agricoltore.

Di Heveidd si dice una sola cosa: insieme con Gilvaethwy sostituisce il re Math nelle visite attraverso il paese previste dalla dignità regale; questo conferisce ai due personaggi, posti tra lo stregone da un lato, l’artigiano e l’agricoltore dall’altro, una funzione nobile, la più vicina alla regalità nell’espletamento dei suoi compiti temporali.

Su Gilvaethwy sappiamo di più. Fuorché in tempo di guerra il re Math doveva sempre appoggiare i piedi sul grembo di una fanciulla vergine.
Un giorno Gilvaethwy s’innamorò follemente della giovinetta allora preposta a questo compito. Il fratello Gwydion, lo stregone, vedendo che illanguidiva sempre più suscitò per fantasmagoria una guerra crudele con un paese vicino; il re, lasciando la vergine nel suo palazzo, partì con l’esercito e Gilvaethwy poté soddisfare la sua passione prima di partire a sua volta.

Venuto a conoscenza del misfatto fin dal suo ritorno, il re Math, anch’egli stregone, impose ai due complici una punizione significativa: con due colpi di bacchetta magica trasformò Gilvaethwy in cerva, Gwydion in cervo, e li condannò a vivere in coppia, nei boschi, per un anno.
Allo scadere del tempo fissato, i due animali tornarono a corte accompagnati da un robusto cerbiatto. Altri due colpi di bacchetta trasformarono la cerva in cinghiale, il cervo in cinghialessa, e intanto Math dava forma umana al cerbiatto, imponendogli il nome di Hyddwn (derivato di hydd, «cervo»).

Alla fine dell’anno la coppia ricomparve con un cinghialetto che il re trasformò in un ragazzo di nome Hytchtwn (derivato di hwtch, «porco»), e intanto i due cinghiali furono trasformati in lupi.
Dopo un anno di vita brada i due animali tornarono accompagnati da un bel cucciolo di lupo.

Questa volta, non solo il cucciolo fu mutato in uomo col nome di Bleiddwn (derivato da blaidd, «lupo»), ma il padre e la madre, «sufficientemente puniti, pensò il re, con la grande vergogna di aver generato insieme dei figli», si ritrovarono Gwydion e Gilvaethwy come tre anni prima.
Una terzina, inserita nel Mabinogi, rivela la finalità di questa triplice nascita:

Tre figli del perverso Gilvaethwy
tre veri eccelsi guerrieri
Bleiddwn, Hyddwn, Hytchtwn il Lungo […]

Così, nel gruppo dei Figli di Don, la funzione guerriera è assicurata, attraverso Gilvaethwy (poiché lui e non Gwydion è all’origine dei misfatti, e nella terzina Bleiddwn, Hyddwn e Hytchtwn sono detti figli suoi e non di Gwydion), da questi tre giovani vigorosi, le cui affinità animali non sono metaforiche ma congenite.
Si noterà che fra i tipi di quadrupede coinvolti in questa avventura, due ricordano parecchie incarnazioni di Verethragna, in particolare la più famosa (cinghiale, capro e ariete selvatici), e che la terza evoca il nome degli scandinavi úlfhednar, «uomini dalla pelle di lupo».

totem-animaliInoltre, in questi accoppiamenti che sono insoliti persino nelle leggende, si suppone il ricordo di legami omosessuali, quali ne conoscevano spesso le società di guerrieri; si pensi non solo alle pratiche pedagogiche doriche, cretesi, ma anche, nel mondo germanico, a quello che Ammiano Marcellino (XXXI, 9, 5) dice dei Taifali, con un’indignazione che gli impedisce di comprendere, nel suo valore autentico, l’usanza di cui parla: presso questo popolo guerriero i giovani che sono giunti alla pubertà sottostanno al piacere dei guerrieri, apparentemente senza altro limite che la durata del loro fascino «con l’eccezione di quell’unico che catturi un cinghiale o uccida un orso enorme e che si trovi così affrancato da questa impurità».

Ammiano interpreta i fatti nella prospettiva morale dei virtuosi ipocriti del suo tempo ma, data la diffusione della pratica e la prova con cui si conclude, si può pensare che in queste coppie maschili, uno recuperava in protezione e formazione ciò che dava in piacere, mentre l’altro preparava, sotto la propria responsabilità, il suo giovane compagno ad affrontare degnamente aprum o ursum immanem.
Le società di uomini germaniche e celtiche dovevano talvolta comportare un elemento sessuale che per rispetto delle convenzioni gli autori cristiani non hanno espresso, ma che siamo tentati di ricostruire sotto certi cameratismi, certi legami di benevolenza che esistevano tra anziani e cadetti.

L’epopea indiana ha molte volte utilizzato il teologema che invita il guerriero ad attingere da una o più specie animali le qualità che i suoi mandanti si aspettano da lui, e prima di tutto la forza e la velocità.
Una delle espressioni più sorprendenti si trova nel terzo canto del Mahâbhârata, in uno dei suoi innumerevoli racconti (I, 260: 7-13).
Per aver ragione dell’uomo-demone Râvana – quello dalle dieci teste – Brahmâ manda Visnu a incarnarsi in Râma, poi invita Indra e tutti gli dèi a incarnarsi a loro volta, non perché essi stessi scendano in campo ma perché generino dei combattenti; non cercheranno però delle donne: «Per accompagnare Visnu – dice Brahmâ – generate dovunque in orse, in femmine di scimmia, dei figli eroici, che abbiano la forza e il potere di assumere tutte le forme che vorranno!».

Gli dèi, Indra per primo, eseguono l’ordine utilizzando «le femmine delle migliori scimmie e orsi» (variante: «di donne di orsi e di scimmie»).
I prodotti sono conformi a quel che si aspettava il dio supremo: questi giovani hanno una forza straordinaria, capace di spaccare le cime delle montagne; il loro corpo è compatto come il diamante; esperti nella battaglia, si danno quanta forza desiderano; hanno la potenza dell’elefante e la rapidità del vento; alcuni abitano dove vogliono (variante: volano come uccelli), altri sono gli abitatori della foresta (variante: del cielo).

(Dumézil, Le sorti del guerriero)