Una sola terapia per Gilgameš ed Enkidu

Gilgameš, si racconta, era sovrano di Uruk. Amato e riverito all’inizio, divenne poi insopportabile alla sua gente, perché «non permetteva alla fanciulla di giacere con lo sposo». Le fanciulle, Gilgameš le voleva tutte per sé.
Gilgameš compare dunque sulla scena nei panni del seduttore incallito, del maschio incapace di frenare i suoi bollori e di darsi un limite.
Al minimo suono del pukku, la sua arma erotica è subito in erezione!

I sudditi, quelli che un tempo l’amavano e lo riverivano, si rivolsero pertanto agli dèi e implorarono aiuto. Gli dèi, a loro volta, convocarono Aruru e le dissero: «Non sei stata tu a creare Gilgameš come toro selvaggio? E ora vedi che ti combina: arroga per sé ogni amplesso tra maschio e femmina. Come potranno gli altri maschi generare dei figli, se egli non li lascia accoppiare con le donne? Tu l’hai creato e tu ora trova un rimedio! Crea il suo zikru, crea la sua controparte!».

AruruAruru prese dunque un grumo d’argilla e impastò lo zikru di Gilgameš: creò l’uomo primordiale, Enkidu, «il guerriero, seme del silenzio, potenza di Ninurta», perché facesse da controparte a Gilgameš e ne moderasse l’eccesso.
In verità, la parola zikru non significa propriamente controparte; anche se, di fatto, è questo il ruolo che Enkidu svolgerà nel resto dell’Epopea, la parola (cfr. l’ebraico zikro e l’arabo dhikr) allude piuttosto alla menzione, al ricordo, alla citazione di un nome, di una persona.

Colui che dunque Aruru creò fu sì il casto alter ego del lascivo Gilgameš, l’immacolato che doveva bilanciare le trasgressioni sessuali del don Giovanni di Mesopotamia, ma questo «doppio», stando alla parola del testo, altro non era che il «nome» della sua prima «creatura». Era la sua menzione, il suo «segno» simbolico.
Come dire che, per guarire Gilgameš dal suo delirio di onnipotenza immaginaria, Aruru provvede a sospingerlo nel linguaggio simbolico.

Aruru, il rimedio, lo creò come colui, «citando» il quale, Gilgameš si sarebbe dato la giusta misura. Ovvero una misura socialmente compatibile della sua «volontà di potenza».

Una volontà «non addomesticata» al simbolismo, un’immaginazione chiusa nel suo linguaggio. Questa è la «malattia» di Gilgameš!
E c’è un modo solo per curarla.
O almeno altro modo Aruru non vede che attirare il ragno nella sua stessa ragnatela. Sarà lo stesso Gilgameš a costruire la sua trappola. Sarà lui a stanare il suo «doppio» dalla Foresta del suo stile di vita selvatico.

Ma chi è «selvatico»?
Questo è il punto!
Chi, come Enkidu, vive nella Selva, chiuso a ogni seduzione mondana? O chi, all’opposto, è così immerso nella mondanità, così aperto alle provocazioni del mondo, che non può fare a meno di una sola di esse?

La dea Aruru era una furbacchiona.
C’è da scommettere che tutta la sua «scienza» era racchiusa in una sola Regola a cui si atteneva in ogni sorta di problema.
Stando a questa Regola, lei si limitava a trattare ogni caso che le veniva sottoposto, come un «estremo irriducibile» al suo «opposto».
Gilgameš è troppo vorace? che sia lui stesso a dire con quale pietanza pensa di poter far venire l’acquolina in bocca a uno che pratichi digiuno e astinenza!
Gilgameš indossa abiti regali? che sia lui stesso a dire cosa c’è che non va in uno, come Enkidu, «vestito di peli»…

Gilgamesh-Enkidu-contraEnkidu è il lullû, l’uomo non civilizzato che se ne sta appartato in campagna, preferendo la Foresta alla città, e la compagnia delle bestie selvatiche a quella degli uomini. Felice figlio della «natura», egli ignora per difetto quel consumo sessuale che, viceversa, Gilgameš pratica per eccesso grazie a un privilegio «culturale».
Occorre dunque una mediazione, bisogna che Enkidu venga in città e che «si misuri» con Gilgameš, perché insieme essi siano i due piatti di una stessa bilancia.

È dunque una «scienza della bilancia» a richiedere che i due si fronteggino per sventare i due rischi, opposti ma egualmente letali, per l’ordine sociale: nella natura incontaminata e solitaria di Enkidu si annida il rischio di una verginità che impedirebbe alla società di rigenerarsi materialmente, mentre la smodatezza di Gilgameš, che pretende per sé tutte le donne, minaccia di soffocare sul nascere la policromia culturale, ossia il diritto di tutti i maschi a generare figli.

Finché non si ricongiungono, Enkidu e Gilgameš simboleggiano i due estremi di uno stesso egoismo nocivo per la cultura. C’è in entrambi un eccesso di natura che in Enkidu si manifesta come un «troppo poco» e in Gilgameš come un «troppo assai».
La quantità di relazioni sessuali, nulla nel primo caso e virtualmente illimitata nel secondo, va dunque riportata alla giusta misura: ecco perché, appena Enkidu entra in scena, si manda nel bosco una prostituta perché lo seduca e gli schiuda la conoscenza del sesso.
Le bestie selvatiche, lo dice anche la Bibbia, non sono la giusta compagnia per Adamo; gli ci vuole una donna.